Il 4 febbraio scorso si è tenuta in Vaticano la conferenza stampa di presentazione del Messaggio di papa Francesco per la Quaresima 2014 [che si può leggere in questo sito nella sezione Documenti]. Oltre ai vertici del Pontificio Consiglio Cor Unum che hanno illustrato i contenuti del messaggio, erano presenti anche i coniugi Anna Zumbo e Davide Dotta, con i loro due figli, che hanno raccontato la loro esperienza di operatori della Caritas Italiana ad Haiti. Prima di partire per Haiti, la famiglia Dotta ha vissuto nella nostra parrocchia. Anna ci ha mandato queste riflessioni.
 

Abbiamo lasciato la parrocchia di San Pio V subito dopo il terremoto che ha devastato Haiti il 12 gennaio 2010, colpendo direttamente circa 1.5 milioni di persone (il 15% della popolazione), causando oltre 220 mila morti e oltre 300 mila feriti, ed ha inciso su una popolazione già vittima di una grave miseria e già oppressa dalla fragilità estrema di tutte le istituzioni e da un alto livello di conflittualità sociale e politica.

Siamo partiti con Caritas Italiana per impiantare, in questo paese fino ad allora abbastanza sconosciuto, il sistema di intervento reso possibile grazie alle generose offerte raccolte nelle parrocchie di tutta Italia con la grande colletta nazionale indetta dalla CEI. Lo stile dell’intervento proprio di Caritas Italiana, in questo come in altri interventi di emergenza, era quello dell’accompagnamento di una Chiesa sorella attraverso il lavoro con Caritas Haiti ed alcune congregazione religiose per la realizzazione di molteplici progetti in risposta all’emergenza, e poi sull’educazione, l’accesso all’acqua e alla salute, lo sviluppo agricolo per l’autosufficienza alimentare e quello micro-economico.

In un contesto di post-emergenza, dove qualsiasi tipo di intervento era necessario e urgente, la sfida è stata quella di intessere relazioni significative con i partner con cui si lavorava per avviare progetti condivisi, che partissero veramente dal basso, che contribuissero ad attenuare la conflittualità esistente, ad alimentare responsabilità e a proiettarsi in una direzione di superamento dell’emergenza verso lo sviluppo di medio e lungo termine.

Non era semplice, in un paese che ha sperimentato la più feroce delle esperienze coloniali, che nei due secoli di indipendenza non ha conosciuto che altre forme di colonialismo dagli effetti ancor più disastrosi e su cui pesa ancora oggi la fortissima ingerenza internazionale.

Inserirsi ed integrarsi, guadagnarsi la fiducia dei partner con cui lavorare, avviare e sostenere progetti di assistenza immediata efficaci e processi di sviluppo locale sostenibili non era affatto scontato.

Come sempre succede nella relazione tra qui è oppresso e chi da fuori dispensa proposte su come emanciparsi dalla miseria, anche in questo contesto, i poveri - in questo caso gli haitiani di non importa quale livello sociale o status - cercavano di sfruttare i ricchi - in questo caso gli stranieri accorsi da tutto il mondo per far fronte alla calamità - come potevano, ma comunque non riuscendo ad emanciparsi dalla propria povertà.

Noi volevamo provare ad uscire dalla logica in cui i poveri rimangono assistiti ed i ricchi rimangono assistenti, proprio perché l’assistenza non intacca le cause della povertà, perché assistere ed essere assistito non incrina il meccanismo che genera la povertà, non cambia né il povero né colui che lo soccorre. Assistere sarebbe stato molto più facile che condividere. Assistere non avrebbe creato tra noi e le persone, i gruppi e le organizzazioni con cui eravamo chiamati a lavorare, una relazione abbastanza forte da cambiare noi insieme a chi ci chiedeva aiuto. Presto, quindi, ci siamo accorti che per noi era indispensabile assumere lo sforzo di questo cambiamento, era necessario uscire, anche fisicamente, dalla logica top-down, metterci fisicamente al fianco dei più poveri, delle organizzazioni, della chiesa locale, per promuovere processi bottom-up.

Da qui la scelta di abbandonare la zona residenziale della capitale in cui ci eravamo installati per alcuni mesi, per abitare in periferia, condizioni di vita molto semplici, casa spartana, tetto in lamiera, niente inferriate, niente guardiani armati, porta aperta, i nostri bambini alla scuola materna creola, lontani dai luoghi di aggregazione e dai servizi per gli stranieri (negozi, locali, ospedali,..), etc.

Lo scopo non era la povertà in se stessa: imparare la lingua locale, fare la spesa al mercato invece che nel supermercato, andare a piedi e non solo in fuoristrada, frequentare la parrocchia e non solo la S. Messa in Nunziatura, ci ha permesso di immergerci nella vita della gente, insegnato a comprendere il contesto, arrivare a condividere la loro lettura della realtà, per farci accettare ed accogliere come vicini, proporre una relazione fraterna da cui partire per attivare insieme interventi e avviare processi di sviluppo.

Per noi questo avvicinarci alla gente, vivere con uno stile sobrio, uscire dalla villetta isolata e protetta nella zona residenziale della città, ha significato molte cose: un’esperienza molto intima, di costruzione delle relazioni personali con gli haitiani ed allo stesso tempo un’occasione molto speciale per la costruzione di relazioni direi anche “professionali” con le organizzazioni, i religiosi, le religiose, il clero diocesano, la Caritas con cui abbiamo lavorato.

Ci siamo integrati nel quartiere, abbiamo potuto condividere la tenerezza delle nuove nascite, la confusione dei giochi dei bambini, la compassione per i malati ed i morti, la gioia della condivisione dei pasti dei nostri partner, dei nostri nuovi amici haitiani che a disagio avrebbero frequentato contesti più formali della nostra semplice casa.

Con le organizzazioni con cui abbiamo promosso progetti, abbiamo condiviso molto più di una fredda relazione tra consulente/finanziatore e beneficiario. Ci sono voluti anni per aprire la strada ad una relazione di fiducia tra Caritas Italiana ed i suoi partner ad Haiti, fiducia e determinazione che, grazie anche ai diversi colleghi e colleghe che hanno camminato con noi in questa stessa direzione, stanno portando anche dei validi risultati, semi di un cambiamento durevole in questo Paese.

Noi adesso siamo rientrati in Italia e stimolati dalla lettera di Papa Francesco per la Quaresima, facciamo un po’ il bilancio di quanto abbiamo vissuto ed appreso da questa esperienza.

Abbiamo sperimentato che la povertà non limita, anzi rafforza ed espande la ricchezza culturale e morale: noi ci siamo scoperti più fini, più lungimiranti, più capaci di leggere, comprendere e restituire i meccanismi che generano e perpetuano la condizione di miseria in Haiti. Abbiamo sperimentato che per accompagnare qualcuno è necessario conoscerlo, capirlo e avere idea di dove voglia andare: parlare il suo linguaggio come comprendere il suo universo di significato è indispensabile come è necessario dedicare molto tempo al dialogo, all’ascolto, allo sforzo attivo della comprensione e del rispetto per non fermarsi solo al risultato apparente ma tendere invece al processo profondo di cambiamento reale. Soltanto passando da questo sforzo del farsi piccoli, sobri, vicini, poveri, si apre nei più poveri, negli oppressi, nei più fragili la porta della fiducia: fiducia che non è più obbedienza remissiva, che non è più agguato o inganno o febbrile tentativo di riscatto. E per noi si genera la responsabilità di allertarli-difenderli, proteggerli, tutelarli dalla prepotenza del sistema che corre con i ricchi e i prepotenti, senza ascoltare il sussurro dei lenti e dei senza voce, senza rispettare i tempi necessari ai loro processi di organizzazione, di riflessione, di comprensione della realtà e di scelta, ma occupando, piuttosto, in un attimo tutto lo spazio disponibile.

Abbiamo imparato che povertà vuol dire anche non fare tutto da soli, lasciare spazio perché altri facciano, portare pazienza perché provino a fare, rimanere disponibili a fare insieme. Uscire dalla torre d’avorio in cui vivremmo prigionieri, per gioire della fatica di camminare con gli altri. Citando P. Freire, noto pedagogista brasiliano, “nessuno libera gli altri, nessuno si libera da solo, ci si libera solo se in comunione”. E questo vale anche qui, oggi, in Italia, nel nostro servizio, nella nostra casa.

Anna Zumbo

 Per saperne di più sull’intervento di Caritas Italiana ad Haiti leggiqui.

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Madonna del Riposo, guariscici, o almeno dacci una tregua.
Accoglici in braccio come qui fai con tuo Figlio. Tutti nel dolore ridiventiamo bambini.
Continua a sorriderci, o Maria, perché non ci perdiamo nel buio.  

 

 

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