C’è stato, subito dopo la seconda guerra mondiale, nel 1945–46, un evento che ha coinvolto molti nostri connazionali: l’emigrazione. Emigrarono infatti in quegli anni per l’Argentina, il Canada, gli Stati Uniti, la Francia e la Svizzera 19 milioni di italiani. Moltissimi si trasferirono dal Sud al Nord d’Italia per cercare lavoro. Fu una necessità dettata dalla situazione in cui era il nostro Paese e molte altre nazioni europee in quegli anni: città e paesi bombardati, comunicazioni quasi interrotte, ridotta presenza di uomini, ma soprattutto grande e diffusa povertà di mezzi economici. In quegli stessi anni molti nostri concittadini aiutarono la rinascita del nostro Paese. Anche le donne italiane, che esercitarono per la prima volta il loro diritto di voto nel 1946, furono molto presenti e attive in questo nuovo fenomeno.

I nostri migranti partivano con la prospettiva di non poter avere la possibilità di comunicare con le loro famiglie di origine, così… alla ventura. Non conoscevano la lingua dei paesi stranieri o il dialetto delle regioni del Nord dove arrivavano, con bagagli di cartone e borse piene di pagnotte, portando con sé insieme a queste cose i segni della povertà attaccati ai loro abiti, alle poche cose che avevano. Per tutti loro questo evento era doloroso e difficile. Per i disagi del viaggio, quasi sempre ammassati nelle stive dei transatlantici o nei treni sovraffollati, per i pericoli sconosciuti a cui sicuramente sarebbero andati incontro. Oggi conosciamo dai documenti che sono stati trovati, la diffidenza e i pregiudizi che le autorità degli Stati Uniti e di altre nazioni esercitavano sui nostri emigranti prima di farli passare per un severissimo controllo sanitario e sociale che non tutti superavano. Sappiamo che venivano trattati con molta durezza nei controlli, che potevano durare anche mesi. Ormai tutto questo è finalmente a nostra conoscenza.

Le famiglie che questi nostri connazionali lasciavano, molte nostre famiglie, erano naturalmente preoccupate e addolorate per figli e nipoti di cui non avrebbero avuto notizie per molto tempo. Ma superavano questo dolore pensando che nelle terre dove arrivavano i loro figli avrebbero avuto una vita migliore che al loro paese, un lavoro, un avvenire. Lo si legge nelle lettere che gli immigrati di quegli anni mandavano ai loro genitori e amici in Italia. Non ci sono, in queste lettere, espressioni di rammarico e di denuncia dei trattamenti dolorosi a cui solo ora sappiamo erano sottoposti prima di essere ammessi nelle terre di immigrazione d’oltremare e in Europa. Infatti, anche chi andava in Svizzera doveva accettare una dura e incomprensibile realtà. La Svizzera non accettava che i nostri emigranti avessero bambini. I bambini che nascevano non avevano identità giuridica, non potevano essere registrati all’anagrafe, erano inesistenti per il governo svizzero. Vivevano i primi anni chiusi nelle case dei loro genitori e quando avevano sei anni venivano affidati ai nonni in Italia. Chi ha insegnato a Roma in quegli anni lo ricorda benissimo.

L’emigrazione fu sì un fenomeno particolare degli anni del dopoguerra in Italia e in altre nazioni europee, ma sappiamo che è sempre stato un fenomeno ricorrente nella storia umana. L’emigrare, lo spostarsi dalla propria terra, per sopravvivere e migliorare la propria condizione umana è la storia degli uomini, fin dalle origini del genere umano. Andare in luoghi diversi dal proprio, mescolarsi con abitanti della terra diversi da quelli di origine, ha sempre giovato sia ai nuovi venuti sia ai residenti del posto. Questi spostamenti hanno sempre fatto nascere conoscenze nuove, abitudini nuove, imparare nuove lingue comuni. In uno scambio vicendevole di storie. Questa cosa ha fatto crescere le potenzialità di tutti e ha permesso la nascita di nuove conoscenze, ha innescato nuovi processi di vita. Questo è ben chiaro nel lungo periodo.

Il contatto tra quelli che vivono la realtà di un mondo nuovo e quelli che vivono da anni nel luogo d’arrivo dei nuovi abitanti provoca a volte, soprattutto nel primo periodo, disagi e scontri. Questo è sempre successo nella storia del genere umano. E succede purtroppo anche oggi in molte terre, anche nel nostro Paese e in molte parti d’Europa in maniera molto violenta, con modalità che si fa fatica a capire. Sembra a volte che in questi anni l’”umanità” non sia più moneta corrente.

Rachele Filippetto

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«Non mancano anche ai nostri giorni sepolcri da aprire, e spesso le pietre che li chiudono sono così pesanti e ben vigilate da sembrare inamovibili. Alcune opprimono l’uomo nel cuore, come la sfiducia, la paura, l’egoismo, il rancore; altre, conseguenza di quelle interiori, spezzano i legami tra noi, come la guerra, l’ingiustizia,
la chiusura tra popoli e nazioni. Non lasciamocene paralizzare! 
»
(Papa Leone XIV)

 

 

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Evento



 

Avvisi della Settimana

 

venerdì 8 maggio ore 12.00
Supplica alla Madonna di Pompei 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal 28 agosto al 2 settembre
la nostra parrocchia vivrà un tempo di grazia speciale:
accoglieremo le reliquie di Santa Teresa di Gesù Bambino,
grande testimone della fede, anima innamorata di Dio
e patrona delle missioni.

Nei prossimi mesi ci lasceremo accompagnare dalla sua vita semplice e luminosa, imparando da lei il cammino della fiducia, dell’abbandono e dell’amore vissuto nelle piccole cose.

Chi sente il desiderio di partecipare all’accoglienza di questo dono ed entrare a far parte del gruppo organizzatore, è invitato a una prima riunione giovedì 12 alle ore 18.00,
nei locali della parrocchia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Santo Padre ha nominato Vescovo di Cochin (India) il Rev.do Sac. Antony Kattiparambil, della medesima Diocesi, finora Vicario Giudiziale, Vicario Episcopale per i religiosi e Parroco della St. Joseph Church.

S.E. Mons. Antony Kattiparambil è nato il 14 ottobre 1970 a Mundamveli, nella Diocesi di Cochin, India. Ha studiato Filosofia presso il St Joseph’s Pontifical Seminary a Alwaye e ottenuto la Licenza in Teologia Biblica presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma.

È stato ordinato sacerdote il 15 agosto 1998 per la Diocesi di Cochin.

Ha ricoperto i seguenti incarichi e svolto ulteriori studi: Licenza in Diritto Canonico presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma; Vice-Parroco della Santa Cruz Cathedral Basilica a Fort Cochin (1998-2002); Vice-Parroco della St. Sebastian a Thoppumpady (2002-2003); Assistente pastorale presso la Parrocchia di San Francesco di Prato, Italia (2003-2005); Amministratore Parrocchiale della St. Joseph’s a Kumbalanghi (2005-2010); Assistente Pastorale presso la Parrocchia dei Santi Sisinio, Martirio e Alessandro a Brivio, Milano, Italia (2010-2013); Assistente Pastorale presso la Parrocchia di San Pio V a Roma (2013-2016); Parroco della St. Martin a Kallanchery (2016-2021).

 

 

 

 

 

 

 

 

   

 

 

 

 

 

 

  


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