Sei entrato in chiesa perché vuoi pregare. Fermati e trova il tempo per riposarti e riprendere speranza con questa preghiera. Ogni settimana un testo diverso di autori di varie tradizioni per aiutarti a ritrovare il gusto della preghiera silenziosa. Perché, diceva Sant’Agostino: «nutre l’anima solo ciò che la rallegra».
O miei Tre, mio Tutto
O mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi completamente per fissarmi in Te, immobile e tranquilla, come se la mia anima fosse già nell’eternità. Nulla possa turbare la mia pace, né farmi uscire da Te, o mio immutabile, ma che in ogni istante m’immerga sempre più nella profondità del tuo mistero. Pacifica la mia anima, rendila tuo cielo, tua dimora prediletta, luogo del tuo riposo. Che non ti lasci mai solo, ma che sia là tutta, interamente desta nella mia fede, tutta in adorazione, pienamente abbandonata alla tua azione creatrice. O verbo eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarti, voglio rendermi perfettamente docile ad imparare tutto da Te. Poi, attraverso tutte le notti, tutti i vuoti, tutte le impotenze, voglio sempre fissare Te e restare sotto la tua grande luce. O mio Astro amato, affascinami perché io non possa più uscire dalla tua irradiazione. Fuoco consumante, Spirito d’amore, discendi in me, affinché si faccia nella mia anima come un’incarnazione del Verbo e io gli sia un’umanità aggiunta nella quale Egli rinnovi tutto il suo Mistero. E Tu, o Padre, chinati sulla tua povera piccola creatura, coprila della tua ombra, e non vedere in lei che il Diletto nel quale hai posto tutte le tue compiacenze. O miei Tre, mio tutto, mia beatitudine, solitudine infinita, immensità in cui mi perdo, mi abbandono a Voi come una preda. Seppellitevi in me perché io mi seppellisca in Voi, in attesa di venire a contemplare nella vostra luce l’abisso delle vostre grandezze.
S. Elisabetta della Trinità 1880 - 1906
Nel giorno della solennità della Santissima Trinità, offriamo alla preghiera uno dei testi più belli di una monaca carmelitana che ha vissuto con passione la ricerca dell’amore trinitario: Santa Elisabetta della Trinità. Nata nel 1880 ad Avor, nei pressi di Bourges, in Francia, Elisabetta trascorse l'infanzia a Digione. Donna dal carattere difficile, profondamente segnata dalla scomparsa del padre quand'era ancora bambina, essa ebbe una gioventù tormentata. In conflitto con la madre che contrastava la sua vocazione religiosa, la ragazza divenne un'eccellente pianista e frequentò gli ambienti dell'alta società, pur custodendo un profondo amore per la vita interiore. A ventun anni Elisabetta entrò nel Carmelo, per vivere radicalmente la chiamata a rientrare in quella che lei stessa chiama «la cella del cuore», destinata a divenire dimora della Trinità. La sua vita monastica non fu altro che ricerca dell'inabitazione di Dio nel cuore e nel cuore, nella propria coscienza, Elisabetta cercò di offrire uno spazio materno perché lo Spirito potesse generare in lei il Verbo. Colpita da una grave forma di tubercolosi, visse l'ultimo anno della propria vita sopportando sofferenze atroci. Ma Elisabetta ritrovò proprio nel momento più difficile e angosciante la pace a cui aveva a lungo anelato. Grazie all'assiduità con le Scritture, soprattutto con i testi di san Paolo, essa riuscì a fare della sua croce un cammino di amore senza riserve, come testimoniano i testi dei suoi Ritiri, scritti poco prima di morire. Elisabetta morì l'8 novembre del 1906, appena ventiseienne, dicendo: «Vado alla luce, all'amore, alla vita».
Beatificata nel 1984, è stata proclamata santa da papa Francesco nel 2016.
Elisabetta della Trinità conclude coì la sua preghiera: “O miei Tre, mio Tutto, mia Beatitudine, solitudine infinita, Immensità nella quale mi perdo, mi offro a voi come una preda. Seppellitevi in me perché io mi seppellisca in voi, aspettando di andare a contemplare nella vostra luce, l’abisso delle vostre grandezze.
Non spaventino nessuno le altezze della preghiera di questa mistica! Siamo tutti chiamati all’esperienza di Dio presente in noi. Tutti siamo fondamentalmente dei mistici e “i cristiani di domani o saranno dei mistici o non saranno” ci ricorda Rahner.
Ritroviamoci tutti adesso nell’esperienza della nostra casa comune: la Trinità.
Sei entrato in chiesa perché vuoi pregare. Fermati e trova il tempo per riposarti e riprendere speranza con questa preghiera. Ogni settimana un testo diverso di autori di varie tradizioni per aiutarti a ritrovare il gusto della preghiera silenziosa. Perché, diceva Sant’Agostino: «nutre l’anima solo ciò che la rallegra».
O Spirito Santo, anima dell’anima mia, in te solo posso esclamare: Abbà, Padre. Sei tu, o Spirito di Dio, che mi rendi capace di chiedere e mi suggerisci che cosa chiedere. O Spirito d’amore, suscita in me il desiderio di camminare con Dio: solo tu lo puoi suscitare. O Spirito di santità, tu scruti le profondità dell’anima nella quale abiti, e non sopporti in lei neppure le minime imperfezioni: bruciale in me, tutte, con il fuoco del tuo amore. O Spirito dolce e soave, orienta sempre più la mia volontà verso la tua, perché la possa conoscere chiaramente, amare ardentemente e compiere efficacemente. Amen.
Bernardo di Clairvaux (1090-1153) monaco
Cari fratelli e sorelle,
oggi vorrei parlare su san Bernardo di Chiaravalle, chiamato “l’ultimo dei Padri” della Chiesa, perché nel XII secolo, ancora una volta, rinnovò e rese presente la grande teologia dei Padri. Non conosciamo in dettaglio gli anni della sua fanciullezza; sappiamo comunque che egli nacque nel 1090 a Fontaines in Francia, in una famiglia numerosa e discretamente agiata. Giovanetto, si prodigò nello studio delle cosiddette arti liberali – specialmente della grammatica, della retorica e della dialettica – presso la scuola dei Canonici della chiesa di Saint-Vorles, a Châtillon-sur-Seine e maturò lentamente la decisione di entrare nella vita religiosa. Intorno ai vent’anni entrò a Cîteaux, una fondazione monastica nuova, più agile rispetto agli antichi e venerabili monasteri di allora e, al tempo stesso, più rigorosa nella pratica dei consigli evangelici. Qualche anno più tardi, nel 1115, Bernardo venne inviato da santo Stefano Harding, terzo Abate di Cîteaux, a fondare il monastero di Chiaravalle (Clairvaux). Qui il giovane Abate, aveva solo venticinque anni, poté affinare la propria concezione della vita monastica, e impegnarsi nel tradurla in pratica. Guardando alla disciplina di altri monasteri, Bernardo richiamò con decisione la necessità di una vita sobria e misurata, nella mensa come negli indumenti e negli edifici monastici, raccomandando il sostentamento e la cura dei poveri. Intanto la comunità di Chiaravalle diventava sempre più numerosa, e moltiplicava le sue fondazioni.
In quegli stessi anni, prima del 1130, Bernardo avviò una vasta corrispondenza con molte persone, sia importanti che di modeste condizioni sociali. Alle tante Lettere di questo periodo bisogna aggiungere numerosi Sermoni, come anche Sentenze e Trattati. Sempre a questo tempo risale la grande amicizia di Bernardo con Guglielmo, Abate di Saint-Thierry, e con Guglielmo di Champeaux, figure tra le più importanti del XII secolo. Dal 1130 in poi, iniziò a occuparsi di non pochi e gravi questioni della Santa Sede e della Chiesa. Per tale motivo dovette sempre più spesso uscire dal suo monastero, e talvolta fuori dalla Francia. Fondò anche alcuni monasteri femminili, e fu protagonista di un vivace epistolario con Pietro il Venerabile, Abate di Cluny, sul quale ho parlato mercoledì scorso.
Vorrei ora soffermarmi solo su due aspetti centrali della ricca dottrina di Bernardo: essi riguardano Gesù Cristo e Maria santissima, sua Madre. La sua sollecitudine per l’intima e vitale partecipazione del cristiano all’amore di Dio in Gesù Cristo non porta orientamenti nuovi nello statuto scientifico della teologia. Ma, in maniera più che mai decisa, l’Abate di Clairvaux configura il teologo al contemplativo e al mistico. Solo Gesù – insiste Bernardo dinanzi ai complessi ragionamenti dialettici del suo tempo – solo Gesù è “miele alla bocca, cantico all’orecchio, giubilo nel cuore (mel in ore, in aure melos, in corde iubilum)”. Viene proprio da qui il titolo, a lui attribuito dalla tradizione, di Doctor mellifluus: la sua lode di Gesù Cristo, infatti, “scorre come il miele”. Nelle estenuanti battaglie tra nominalisti e realisti – due correnti filosofiche dell’epoca - l’Abate di Chiaravalle non si stanca di ripetere che uno solo è il nome che conta, quello di Gesù Nazareno. “Arido è ogni cibo dell’anima”, confessa, “se non è irrorato con questo olio; insipido, se non è condito con questo sale. Quello che scrivi non ha sapore per me, se non vi avrò letto Gesù”. E conclude: “Quando discuti o parli, nulla ha sapore per me, se non vi avrò sentito risuonare il nome di Gesù” (Sermones in Cantica Canticorum XV, 6: PL 183,847). Per Bernardo, infatti, la vera conoscenza di Dio consiste nell’esperienza personale, profonda di Gesù Cristo e del suo amore. E questo, cari fratelli e sorelle, vale per ogni cristiano: la fede è anzitutto incontro personale, intimo con Gesù, è fare esperienza della sua vicinanza, della sua amicizia, del suo amore, e solo così si impara a conoscerlo sempre di più, ad amarlo e seguirlo sempre più. Che questo possa avvenire per ciascuno di noi!
BENEDETTO XVI UDIENZA GENERALE Piazza San Pietro
Mercoledì, 21 ottobre 2009
Sei entrato in chiesa perché vuoi pregare. Fermati e trova il tempo per riposarti e riprendere speranza con questa preghiera. Ogni settimana un testo diverso di autori di varie tradizioni per aiutarti a ritrovare il gusto della preghiera silenziosa. Perché, diceva Sant’Agostino: «nutre l’anima solo ciò che la rallegra».
Sequenza di Pentecoste
Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce.
Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori.
Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo.
Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto.
O luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli.
Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa.
Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina.
Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, raddrizza ciò che è sviato.
Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano i tuoi santi doni.
Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna.
Amen
Il giorno di Pentecoste, la Liturgia ci propone la sequenza allo Spirito Santo da cantare dopo la seconda lettura. È chiamata “aurea” per la ricchezza del suo pensiero, la bellezza del suo linguaggio e la grande devozione che sprigiona. Composta fra il 1150 e il 1250, è stata attribuita a Stefano di Langhton, arcivescovo di Canterbury.
La sequenza è suddivisibile in cinque parti, formate di due strofe di tre versetti ciascuna. La prima parte inizia con l’invocazione allo Spirito, quasi con un insistente invito, contrassegnato dalla quadruplice ripetizione del “veni”: «Veni, Sancte Spíritus, et emítte cælitus lucis tuæ rádium». Vieni Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce.
Il secondo passo ci fa sentire la grandezza del dono dello Spirito e dello Spirito come dono. Consolatore, ristoro, rifugio, refrigerio: «Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto». Lo Spirito è il Paraclito, che in latino viene tradotto con consolator, ma in greco il termine parákletos vuol dire non solo consolatore, ma anche intercessore, avvocato, suggeritore, accompagnatore. È un termine intraducibile: è come un diamante che ha molte facce.
La terza parte della sequenza riflette sulla realtà dell’uomo spirituale: «Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa».
La quarta parte prega lo Spirito perché la Chiesa sia capace di essere purificata, irrigata, guarita, duttile, elastica, piena di calore: «Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato».
Infine la conclusione che indica il futuro della speranza. Lo Spirito viene per dare: «Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna». Dona morte santa: in latino è salútis éxitum: dà compimento al nostro cammino di salvezza con la gioia eterna, perénne gáudium.
Sei entrato in chiesa perché vuoi pregare. Fermati e trova il tempo per riposarti e riprendere speranza con questa preghiera. Ogni settimana un testo diverso di autori di varie tradizioni per aiutarti a ritrovare il gusto della preghiera silenziosa. Perché, diceva Sant’Agostino: «nutre l’anima solo ciò che la rallegra».
Preghiera per il Papa
℣. Preghiamo per il nostro Papa Leone XIV
℟. Il Signore lo conservi, gli doni vita, lo renda felice sulla terra e non lo lasci in preda ai suoi nemici.
Padre nostro. Ave o Maria.
Preghiamo.
O Dio, pastore e guida di tutti i credenti, guarda il tuo servo Leone XIV, che hai posto a presiedere la tua Chiesa; sostienilo con il tuo amore, perché edifichi con la parola e con l’esempio il popolo che gli hai affidato, e insieme giungano alla vita eterna. Per Cristo Nostro Signore. Amen.
dalla Liturgia Romana
Nel giorno in cui Papa Leone XIV inizia ufficialmente il suo servizio di Pastore Universale della Chiesa prendiamo questa antica preghiera della liturgia latina.
Se infatti ci domandiamo come pregare per il Papa, la risposta più semplice è: pregare senza mettere alcuna intenzione al di fuori delle sue.
Del resto la formula più antica legata anche alle indulgenze è proprio questa: per le intenzioni del Sommo Pontefice.
E cioè perché il Signore lo indirizzi, lo guidi e lo custodisca da ogni male.
In queste brevissime parole c’è tutto. È sempre opportuno non aggiungere altro, come ad esempio: che si converta, che si ravveda… perché facilmente si scade nel giudizio e in tal modo, più che meritare, si demerita.
Un altro modo che si può usare anche per la Chiesa, è offrire il rosario specificando volentieri le varie categorie di persone con alcune particolari intenzioni.
Sei entrato in chiesa perché vuoi pregare. Fermati e trova il tempo per riposarti e riprendere speranza con questa preghiera. Ogni settimana un testo diverso di autori di varie tradizioni per aiutarti a ritrovare il gusto della preghiera silenziosa. Perché, diceva Sant’Agostino: «nutre l’anima solo ciò che la rallegra».
Tardi ti ho amato,
bellezza così antica e così nuova,
tardi ti ho amato.
Tu eri dentro di me, e io fuori.
E là ti cercavo.
Deforme, mi gettavo
sulle belle forme delle tue creature.
Tu eri con me, ma io non ero con te.
Mi tenevano lontano da te
quelle creature che non esisterebbero
se non esistessero in te.
Mi hai chiamato,
e il tuo grido ha squarciato la mia sordità.
Hai mandato un baleno,
e il tuo splendore
ha dissipato la mia cecità.
Hai effuso il tuo profumo;
l'ho aspirato e ora anelo a te.
Ti ho gustato,
e ora ho fame e sete di te.
Mi hai toccato,
e ora ardo dal desiderio della tua pace.
Sant’Agostino (354-430), Confessioni 10,27-29
Riprendiamo ancora una volta un testo di Sant’Agostino per capire le radici teologiche e spirituali di papa Leone XIV, che appena eletto, dalla loggia delle Benedizioni, in piazza san Pietro, ha affermato: “sono un figlio di sant’Agostino”.
Sant’Agostino nasce in Africa a Tagaste, nella Numidia – attualmente Souk-Ahras in Algeria – il 13 novembre 354 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Dalla madre riceve un’educazione cristiana, ma dopo aver letto l’Ortensio di Cicerone abbraccia la filosofia aderendo al manicheismo. Risale al 387 il viaggio a Milano, città in cui conosce sant’Ambrogio. L’incontro si rivela importante per il cammino di fede di Agostino: è da Ambrogio che riceve il battesimo. Successivamente ritorna in Africa con il desiderio di creare una comunità di monaci; dopo la morte della madre si reca a Ippona, dove viene ordinato sacerdote e vescovo. Le sue opere teologiche, mistiche, filosofiche e polemiche – quest’ultime riflettono l’intensa lotta che Agostino intraprende contro le eresie, a cui dedica parte della sua vita – sono tutt’ora studiate. Agostino per il suo pensiero, racchiuso in testi come «Confessioni» o «Città di Dio», ha meritato il titolo di Dottore della Chiesa. Mentre Ippona è assediata dai Vandali, nel 429 il santo si ammala gravemente. Muore il 28 agosto del 430 all’età di 76 anni.
Agostino è stato un gigante nella fede, la sua dottrina e si suoi scritti hanno spaziato su mille temi e la sua elaborata teologia ha colto alcune profonde verità di fede che permangono attuali e vitali. Ma quello che rimane insuperabile di Agostino è stata la sua vicenda personale, il suo passare dall’agnosticismo alla fede passionale e convinta grazie all’avvincente testimonianza di sant’Ambrogio. Vissuto in tempi simili ai nostri, Agostino ci richiama al primato dell’incontro con Cristo che poi diventa impegno e servizio alla Chiesa. Alcune sue parole ancora ci fanno vibrare il cuore e gli chiediamo di vegliare sulla sua Chiesa: Tu ci hai fatto per te, Signore, e il nostro cuore è senza riposo finché non dimora in te.
Agostino fa della ricerca di Dio il suo obiettivo primario. Papa Benedetto XVI ha detto: "Tutta l'esistenza di Agostino fu un’appassionata ricerca della verità. Alla fine, non senza un lungo tormento interiore, scoprì in Cristo il senso ultimo e pieno della propria vita e dell’intera storia umana. Nell’adolescenza, attratto dalla bellezza terrena, "si gettò" su di essa – come egli stesso confida (cfr Confessioni 10,27-38) – in maniera egoistica e possessiva, con comportamenti che crearono non poco dolore alla sua pia madre. Ma attraverso un percorso faticoso, grazie anche alle preghiere di lei, Agostino si aprì sempre più alla pienezza della verità e dell’amore. Egli rimarrà così modello del cammino verso Dio, suprema Verità e sommo Bene (udienza 26 agosto 2006).
Eccola allora una delle più belle preghiere, tratta da quel capolavoro assoluto che è il testo de “Le Confessioni”.
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Avvisi della Settimana |
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lunedì 3 novembre ore 18.00
S.E. Mons. Antony Kattiparambil è nato il 14 ottobre 1970 a Mundamveli, nella Diocesi di Cochin, India. Ha studiato Filosofia presso il St Joseph’s Pontifical Seminary a Alwaye e ottenuto la Licenza in Teologia Biblica presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma. È stato ordinato sacerdote il 15 agosto 1998 per la Diocesi di Cochin. Ha ricoperto i seguenti incarichi e svolto ulteriori studi: Licenza in Diritto Canonico presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma; Vice-Parroco della Santa Cruz Cathedral Basilica a Fort Cochin (1998-2002); Vice-Parroco della St. Sebastian a Thoppumpady (2002-2003); Assistente pastorale presso la Parrocchia di San Francesco di Prato, Italia (2003-2005); Amministratore Parrocchiale della St. Joseph’s a Kumbalanghi (2005-2010); Assistente Pastorale presso la Parrocchia dei Santi Sisinio, Martirio e Alessandro a Brivio, Milano, Italia (2010-2013); Assistente Pastorale presso la Parrocchia di San Pio V a Roma (2013-2016); Parroco della St. Martin a Kallanchery (2016-2021).
qui il video completo della liturgia e l'omelia di Papa Francesco qui per vedere e ordinare le foto
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Il Santo Padre ha nominato Vescovo di Cochin (India) il Rev.do Sac. Antony Kattiparambil, della medesima Diocesi, finora Vicario Giudiziale, Vicario Episcopale per i religiosi e Parroco della St. Joseph Church.



