La nostra amica e parrocchiana Rachele Acquaviva in Filippetto se ne è andata all'alba del 30 maggio, giovedì dell'Ascensione. Così la ricorda il parroco don Donato.

 

Cara Rachele,

ormai è un mese dal quel giorno in cui siamo venuti in chiesa per dirti addio, nel senso più bello della parola, per consegnarti cioè a Dio, al tuo e nostro Dio.

Quel giorno, con i tuoi familiari c’erano anche tanti amici che custodiscono nella memoria del cuore qualche tua parola o qualche tuo gesto particolarmente espressivo della ricchezza umana e spirituale che portavi dentro di te.

Oggi il tuo ricordo ci dona pace, come se ogni tempesta si calmasse e un vento leggero ci avvolgesse.

La tua vita continua a parlarci, a mostrarci quanto sia bella una vita vera.

Vorremmo perciò trovare le parole più calde, più limpide, più gentili per dirti grazie.

Vorremmo essere certi di non averti perduto, ma di poter comunicare ancora con te attraverso le vie segrete e invisibili della grazia.

Da alcuni giorni, in verità, ripetevi sempre più spesso: “vado a incontrare l’Amico”, e il tuo sguardo era oltre questa realtà terrena. Ora che certamente lo vedi nella pienezza della gioia, potresti in nome dell’amicizia che ci ha unito, dischiudere un po’ il nostro sguardo almeno su qualche lembo di quel mistero immenso in cui sei entrata?

Parlaci anzitutto, ti prego, dell’eternità.

Non quella immobile immobile e bloccata, che non può che generare noia e stanchezza.

Io che ho avuto la fortuna di leggere sul tuo volto lo stupore gioioso per ogni momento di amicizia e di bellezza che ti era dato di incontrare, non potrei imma­ginarti ora in una situazione che spegnesse la freschezza del tuo sorriso.

Come possiamo dunque pensare all’eternità nella monotonia e quindi in una triste assuefazione?

Tu ripetevi spesso una frase di Arturo Paoli: “almeno uno sgabellino dove sedermi lo troverò in Paradiso”. E allora parlaci, ti prego, dell’eternità e aiutaci a capire che essa non è altro che infinito stupore. Come quando pensavi alla tua vita terrena e la riassumevi proprio con stupore dicendo: “è stata bellissima!”.

O quando una delle tue nipoti, non ricordo bene o una bambina ti disse: «Se dopo la morte la mia anima è in cielo e il mio corpo sotto terra, allora, io, dove sono?».

Già, la vita eterna. Come tu la pensavi. Non una vita mortificata rispetto a quella di quaggiù ma infinitamente più intensa e più appassionante con la presenza pienamente partecipe del nostro corpo. E del corpo dei tuoi cari. A iniziare da Gino, tuo sposo, di cui ricordavi l’amore forte, “fatto di cose che si toccavano e si vedevano, ma anche di cielo e di luna, di poesia e di silenzi”. E poi piena dei poveri a cui hai pensato e che hai aiutato.

Quando durante la celebrazione funebre sono passato ad aspergere il tuo corpo con acqua benedetta e a inondarlo con il profumo dell’incenso l’ho pensato: «Ecco Signore, ti consegniamo questa nostra amica con il suo cuore che ha cercato la gioia, con la sua voce che ha mormorato delle carezze. Ti affidiamo il suo mistero e il suo segreto custodito in questo suo corpo che tanto ha amato».

Tu la vita eterna la immaginavi come vita di relazione. Avrai abbracciato di nuovo Gino, le persone che ti hanno preceduto. E ora continua a pensare anche a noi, lo hai lasciato scritto insieme alle istruzioni minuziose per la celebrazione delle esequie e le tante lettere che avrai scritto ai tuoi figli: “Vi lascio, ma sono sempre con voi. Un saluto sereno a tutti voi compagni di vita”.

Che tu possa essere l’angelo custode della nostra vita, la guida per il nostro non facile cammino personale e di Chiesa.

Mi piace pensare che sei impegnata a preparare con Cristo il posto che ci è stato promesso e che preghi perché la morte, per ciascuno di noi, sia un risvegliarsi, dopo aver varcato la soglia, nella dolce pietà di Dio. Perché “è camminando che si apre il cammino” (Arturo Paoli).

Don Donato

 

I frequentatori di questo sito (così come, un tempo, i lettori del giornalino parrocchiale "Giona") hanno potuto leggere spesso i suoi pensieri, le sue riflessioni, le sue provocazioni sui tanti fatti della vita di fede e della quotidianità proposti in maniera semplice ma efficace. Qui ne riproponiamo alcuni.

 

Caro Francesco, parla con noi

Ma cos’è questa crisi?

Donne, il nostro posto nella Chiesa

Vado a scuola

Di lavoro si muore

Ma chi è questo anziano?

 

         

 

 

Non so se questa sia la parola adatta per indicare una situazione molto diffusa che riguarda il malessere, l’incertezza e le paure da cui siamo un po’ tutti presi. Mi riferisco alle persone ma anche, con modalità e situazioni naturalmente diverse, alla  politica, all’economia, al mondo finanziario, a quello delle grandi Organizzazioni europee e mondiali, con punte di gravità per alcuni settori, come l’ambiente fisico nel quale viviamo.

Sembra come se avessimo smarrito il senso umano positivo della vita in un groviglio di situazioni contraddittorie. E questo succede in un’epoca, la nostra, che vede progressi tecnologici impensabili solo qualche anno fa che avrebbero dovuto produrre una qualità di vita positiva e promettente per tutti.

Per fortuna ci sono oggi anche tanti, singoli e gruppi, che hanno capito che il vero superamento di questo stato negativo passa attraverso il sostegno a persone e a popoli in difficoltà. Molti, moltissimi si occupano di sostenere e difendere la legalità e la giustizia spesso scomparse della nostra vita sociale. Altri si occupano della salvaguardia dell’ambiente anche questo in grande crisi, o dei diseredati in ogni situazione di vita, degli immigrati e di tanti privati dei più elementari diritti.

È veramente arrivato il tempo di sentirci tutti accomunati da un unico desiderio di cambiare lo stare insieme degli uomini sulla terra, superando le differenze di religione e di condizioni di vita, evitando di assumere atteggiamenti purtroppo molto diffusi di chiusura e di ostilità. È questa la crisi? Forse si può dare questo nome a questa condizione che appesantisce le nostre vite: gli atteggiamenti personali e pubblici di chiusura e di desiderio di difesa delle nostre posizioni: in famiglia, nei condomini, nel quartiere, nel Comune, negli Stati, nel grande mondo dell’economia e della finanza. Forse è arrivato il momento di cambiare davvero: adottare atteggiamenti di accoglienza come fanno, come prima detto, già in tanti. È una scelta personale e pubblica tra una posizione di chiusura e il suo contrario. Mi sembra che non ci sia, non ci possa essere una terza via.

In questa scelta, certamente altri più di noi hanno responsabilità nazionali e internazionali che riguardano sfere più ampie delle nostre. Ma credo che ognuno di noi ormai dovrebbe sentirsi impegnato in questo cambiamento. Dobbiamo farlo perché cristiani, perché cittadini di questo Paese. Perché tutti responsabili insieme agli altri del progresso umano.

Rachele Filippetto

Medjugorje era, fino al 1981, solo un piccolo paese dell’allora Jugoslavia il cui nome, in lingua slava, significa “fra i monti”: da un lato il Krizevac, in cima al quale dal 1933 si trova una croce, simbolo dell’Anno santo della Redenzione; dall’altro il Podbrdo, la collina delle apparizioni.

Proprio su questa collina, 33 anni fa, la “Regina della Pace” apparve per la prima volta a sei bambini che tutt’oggi, ormai adulti e sposati, continuano a vederla e a trasmettere i suoi messaggi a tutto il mondo.

Noi ragazzi del gruppo giovani di San Pio V siamo arrivati a Medjugorje il 19 agosto, insieme ad alcune delle nostre famiglie. Per molti di noi non era la prima volta, ma ogni volta a Medjugorje è un’esperienza nuova.

Come prima cosa don Gianmarco, che ha organizzato e guidato il nostro pellegrinaggio, ci ha fatto conoscere Mauro e Grazia, una famiglia della sua comunità che ha scelto di vivere a Medjugorje e accompagnare i gruppi di persone nei pellegrinaggi.

“Medjugorje è il ponte tra cielo e terra”: è con queste parole che Grazia ci ha descritto la singolarità del luogo. E questo legame tra cielo e terra lì si sente davvero.

Le giornate dei semplici abitanti di Medjugorje sono scandite dalla Messa, dal Rosario e dalla preghiera. Alle 18.40, ora delle apparizioni, ogni giorno cala il silenzio su tutta Medjugorje e tutti, abitanti e pellegrini, iniziano a pregare.

Abbiamo partecipato alla santa messa e all’adorazione eucaristica nella parrocchia del paese, e vedendo intorno a noi quanta gente c’era, seppur di tantissime etnie e lingue diverse, ci siamo sentiti tutti ugualmente figli della stessa Madre, che ci ha chiamati ad essere lì in quel momento.

Nei giorni successivi siamo saliti, prima sulla collina del Podbrdo e poi sul monte Krizevac. Entrambi sono caratterizzati da terreno sassoso con rocce appuntite, ma nonostante ciò molti fedeli in segno di devozione salgono a piedi nudi. Si sale in silenzio pregando il Rosario e man mano che si sale sembra come se tutti i problemi e le preoccupazioni si sciolgano con l’amore di questa nostra Madre che ci prende tutti sotto la sua protezione.

L’ultimo giorno del nostro pellegrinaggio abbiamo assistito all’apparizione avuta da Marja, una delle veggenti, nella sua casa. Anche se durante quel momento non possiamo sentire con le orecchie la voce della Vergine Maria, possiamo sentirla con il cuore; essa sa bene che facciamo fatica ad aprire i nostri cuori a suo figlio Gesù, per questo viene in nostro aiuto.

Maria sa che la nostra vita è sterile se Gesù non dimora in noi, sa che tutto il nostro fare è inutile se non c’è Lui; forse è per questo che a Medjugorje ci parla proprio con il cuore: vuole predisporre i nostri cuori affinché possiamo accogliere suo Figlio.

Medjugorje è un luogo unico. Si respira un’aria diversa e la presenza di Maria si percepisce in ogni angolo di questo piccolo paese; e grazie alla sua presenza Medjugorje è proprio il “ponte fra cielo e terra”.

Serena Valle

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Noi nella Chiesa ci siamo sempre state.

Fin dall’inizio, quando Cristo creò con la sua vita e il suo insegnamento la “nuova alleanza” con l’umanità, le donne c’erano, eccome! Prima di tutte Maria sua madre, in cui il Figlio di Dio s’incarnò. E poi Maria di Magdala, la Samaritana, la vedova di Naim, tante altre.

Il racconto dei Vangeli è pieno di loro, della loro fede, del loro coraggio, delle loro intuizioni, delle loro richieste, della loro dedizione. E Cristo consegna a loro annunci e riconoscimenti.

Nelle prime comunità cristiane il loro ruolo significativo di accoglienza, di testimonianza, di guida e di diffusione del messaggio evangelico fu di grande aiuto nella crescita della prima Chiesa.

Ma nel suo cammino la Chiesa, come tutta la società, ha spesso dimenticato e messo in secondo piano il ruolo delle donne nella sua vita, relegandolo soltanto nell’ambito della procreazione e del servizio, o addirittura nella servitù, sia nella famiglia che nella comunità cristiana. Anche se il “genio femminile” in quelle stesse epoche, come anche attualmente si è espresso in grandi figure di donne teologhe, mistiche, intellettuali di grande levatura. Basta ricordare Teresa d’Avila e la nostra Caterina di Siena.

Poi è arrivato Papa Giovanni Paolo II e oggi Papa Francesco. Se si leggono le cose scritte e dette da questi due ultimi Papi, specialmente da Papa Francesco, sul ruolo delle donne e delle nonne nella famiglia, nella società e nella Chiesa si resta sbalorditi e sorpresi dal suo riconoscimento dell’importanza delle donne di questi ruoli. Per questo quello che ascoltiamo da questo Papa è veramente un segno dei tempi, come tanti altri.

Noi non chiediamo alla Chiesa riconoscimenti legati al Ministero sacerdotale. Ma chiediamo, come dice in una intervista il Cardinale Kasper, relatore del Sinodo straordinario sulla famiglia che si è svolto in ottobre, il diritto di “essere presenti a ogni livello, anche in posizioni di piena  responsabilità. È indispensabile l’apporto della ricchezza e delle capacità intuitive insite nel genio femminile. La Chiesa senza le donne è un corpo mutilato. Tante sono oggi impiegate attivamente negli organismi ecclesiali. Possiamo immaginare oggi strutture comunitarie, caritative, culturali senza la presenza delle donne? Senza di loro le parrocchie chiuderebbero domani stesso. Nella realtà e nella Chiesa in uscita prefigurata dal Papa le donne sono già avanti, sono alle frontiere.” Questo dice il Cardinale.

Ma al di là dei riconoscimenti ufficiali riservati a poche, competenti e dotate di un autentico spirito di servizio, noi tutte donne cristiane dovremmo sentirci parte integrante della vita della Chiesa, sempre più consapevoli del nostro diverso ruolo “complementare” a quello degli uomini.

Ognuna di noi conosce, anche se a volte lo dimentica, il valore della sua presenza nelle nostre famiglie. Sempre, nella quotidianità e nei momenti difficili, conosciamo l’importanza di esserci, nella crescita dei nostri bambini, nelle loro crisi adolescenziali, nelle loro giovinezze e… con discrezione e senza invadere altri ruoli, anche nei loro matrimoni.

Alcune di noi che hanno la gioia di avere nipoti sanno quale dono è per noi e per loro essere nonne. Specialmente se questa ricchezza è scambiata con discrezione e saggezza. E per noi tutte donne cristiane questo aiutare la famiglia e la società ogni giorno nella costruzione di un mondo più umano non è anche “fare Chiesa”?

Anche noi, dalle più semplici a quelle che hanno grandi responsabilità, “siamo Chiesa”.

Rachele Filippetto

Torno a casa la sera di un giorno qualunque della settimana. Le scalinate della Chiesa di San Pio V vuote, grigie, nel silenzio della piazza…  a renderle vive un insieme di colori sgargianti, musiche e volti nuovi,  in una giornata assolata di maggio.

La comunità indiana, filippina, peruviana ed italiana riunite insieme per andare oltre i luoghi comuni e l’indifferenza della vita quotidiana.

Dalla semplicità di un piatto di plastica che accoglie pietanze con sapori diversi dai tipici cibi italiani, in fila tra gli stand, percorriamo il “giro del mondo” senza il bisogno di prendere un aereo.

     

Al suono di campanelli, legati ai piedi scalzi, una ragazza indiana dagli abiti e dal trucco tradizionali si esibisce in una danza tipica.

  

Le ragazze della comunità indiana ballano tra il divertimento del  pubblico e la curiosità dei passanti.

  

Le guance e la bocca rosse, lo smalto alle mani e ai piedi sono per questa bambina ciò che passa inosservato. Un instancabile entusiasmo la caratterizza più di ogni cosa.

 

 

Le musiche tranquille della danza della luce della comunità filippina si contrappongono nettamente ai suoni del ragazzo che suscitano stupore e qualche risata tra le donne sulle scalinate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

I colori di una Machu Picchu lontana traghettati in Italia. La musica avanza al suono dei tacchi che battono sul legno saltando.

 

Il pomeriggio di gioia, colori, musiche, sorrisi e sapori si conclude sotto l’occhio vigile e sereno di un’anziana signora.

 

 

 

 

 

 

 

 

testi e foto di Livia Sagliocco


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Domenica 20 ottobre

S.Em. card. James Michael Harvey
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Auguri!

 

 

  

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Gruppo "Amici 60 anni e più..."
mercoledì 23 ottobre ore 16.00
Proiezione del film "Le pagine della nostra vita"

 

 

 

 

Lettera ai fedeli
delle diocesi laziali

 In occasione della solennità di Pentecoste, i vescovi del Lazio hanno indirizzato una lettera a tutti i fedeli delle diocesi laziali:

Carissimi fedeli delle diocesi del Lazio,
desideriamo offrirvi alcune riflessioni in occasione della solennità di Pentecoste che ci mostra l’icona dell’annunzio a Gerusalemme ascoltato in molte lingue: pensiamolo come il segno del pacifico e gioioso incontro fra i popoli che attualizza l’invito del Risorto ad annunciare la vita e l’amore.

Purtroppo nei mesi trascorsi ... (continua)