Domenica prossima, con la Messa di Papa Francesco, si apre il sinodo straordinario sulla sinodalità. Mentre il 17 ottobre prenderanno il via i lavori nelle diocesi di tutto il mondo. A guidarli, i documenti scritti dalla Segreteria del Sinodo dei vescovi e dalle Conferenze episcopali. «Questa prima fase del processo sinodale – si legge del Manuale ufficiale per l’ascolto e il discernimento nelle Chiese locali preparato dalla Segreteria del Sinodo – fornisce le basi per tutte le fasi seguenti. Più che rispondere semplicemente a un questionario, la fase diocesana ha lo scopo di offrire al maggior numero possibile di persone un’esperienza veramente sinodale di ascolto reciproco e di cammino percorso insieme, sotto la guida dello Spirito Santo».

Nella diocesi di Roma, il cardinale vicario Angelo De Donatis inizierà lunedì con una serie di incontri con i sacerdoti e i diaconi nei diversi settori dedicati al cammino sinodale; con lui il vicegerente della diocesi, l’arcivescovo Gianpiero Palmieri. Il primo appuntamento sarà quello per il settore Sud, al Seraphicum; il giorno successivo è in programma invece al settore Nord, nella parrocchia di Santa Maria della Speranza; mercoledì 13 tocca al settore Centro, con riunione a Santa Croce in Gerusalemme; giovedì 14 saranno nel settore Ovest, a San Giuseppe al Trionfale; venerdì 15 nel settore Est, nella comunità di Ognissanti. Tutti gli incontri inizieranno alle ore 10. Alla stessa ora, lunedì 18, il vicario e il vicegerente incontreranno i cappellani della pastorale della salute, d’ambiente, universitaria e delle comunità etniche, al Pontificio Seminario Romano Maggiore. Per il cammino sinodale diocesano sarà preparato anche un video, che sarà disponibile su questo sito internet e sui social media diocesani.

«Il cuore dell’esperienza sinodale è l’ascolto di Dio attraverso l’ascolto reciproco, ispirati dalla Parola di Dio – si legge ancora nel testo della Segreteria del Sinodo –. Ci ascoltiamo fra noi per udire meglio la voce dello Spirito Santo che parla nel nostro mondo di oggi». Quasi le stesse parole pronunciate da Papa Francesco nell’udienza alla diocesi di Roma dello scorso 18 settembre: «Sono venuto qui per incoraggiarvi a prendere sul serio questo processo sinodale e a dirvi che lo Spirito Santo ha bisogno di voi – aveva detto –. E questo è vero: lo Spirito Santo ha bisogno di noi. Ascoltatelo ascoltandovi. Non lasciate fuori o indietro nessuno. Farà bene alla diocesi di Roma e a tutta la Chiesa».

Nella diocesi del Papa un percorso sull’ascolto è iniziato già qualche anno fa. «Al cuore del cammino sinodale c’è sempre l’ascolto», sottolinea l’arcivescovo Palmieri. «L’ascolto va fatto sia ad extra che ad intra», spiega. Il primo «va portato avanti nei confronti di tutti, sia delle persone credenti che magari non frequentano abitualmente le parrocchie, sia verso i non credenti – prosegue il vicegerente –; lo mettono in pratica gli insegnanti di religione nelle classi, il laico impegnato con il vicino di casa, tutti in ogni ambito della propria vita». Naturalmente c’è anche un ascolto interno alla Chiesa diocesana. «Sarà un momento di consultazione – illustra monsignor Palmieri – tra le comunità cristiane tutte, i sacerdoti, gli operatori pastorali, i laici praticanti. Per aiutare a far emergere le diverse esperienze, si partirà dai dieci nuclei tematici individuali dalla Segreteria del Sinodo nel documento preparatorio».

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Le tragedie che continuano a verificarsi nel Mediterraneo e lungo le diverse rotte marittime e terrestri scuotono le coscienze e chiedono di guardare con lucidità al fenomeno delle migrazioni.

“Il Mediterraneo è diventato il cimitero più grande dell’Europa”, ha affermato Papa Francesco all’Angelus del 13 giugno scorso, aggiungendo la domenica successiva (20 giugno): “Apriamo il nostro cuore ai rifugiati; facciamo nostre le loro tristezze e le loro gioie; impariamo dalla loro coraggiosa resilienza!”.

Secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (OIM), nei primi cinque mesi dell’anno sono morte nel Mediterraneo centrale 632 persone (+200% rispetto allo scorso anno), di cui 173 accertate e 459 disperse. Sono più di quattro al giorno, a cui purtroppo occorre aggiungere le vittime degli ultimi tragici naufragi, delle altre rotte del mare, tra cui quella delle Canarie che ha avuto una tremenda escalation nell’ultimo anno, e i tanti fratelli e le tante sorelle morti lungo il deserto del Sahara, in Libia o nei Balcani.

Di fronte a questo dramma, la Presidenza della CEI invita le comunità ecclesiali a non dimenticare quanti hanno perso la loro vita mentre cercavano di raggiungere le coste italiane ed europee. Come segno concreto, propone che in tutte le parrocchie, domenica 11 luglio, in occasione della festa di San Benedetto, Patrono d’Europa, venga letta la seguente “preghiera dei fedeli”:

Per tutti i migranti e, in particolare, per quanti tra loro hanno perso la vita in mare, naviganti alla ricerca di un futuro di speranza. Risplenda per loro il tuo volto, o Padre, al di là delle nostre umane appartenenze e la tua benedizione accompagni tutti in mezzo ai flutti dell’esistenza terrena verso il porto del tuo Regno. Al cuore delle loro famiglie, che non avranno mai la certezza di ciò che è successo ai loro cari, Dio sussurri parole di consolazione e conforto. Lo Spirito Santo aleggi sulle acque, affinché siano fonte di vita e non luogo di sepoltura, e illumini le menti dei governanti perché, mediante leggi giuste e solidali, il Mare Nostrum, per intercessione di san Benedetto, patrono d’Europa, sia ponte tra le sponde della terra, oceano di pace, arco di fratellanza di popoli e culture. Preghiamo.

Sarà un modo un modo per fare memoria ed esortare ogni cristiano a essere, sull’esempio del Santo patrono d’Europa, messaggero di pace e maestro di civiltà.

  

7 luglio 2021
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Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita (Papa Francesco, 27 marzo 2020, Piazza San Pietro)


Se non li avessi già letti, quest’estate porterei con me due libri da leggere e meditare sotto l’ombrellone: Come l’aria, una raccolta di racconti brevi in tempo di pandemia, e L’arte di guarire, di don Fabio Rosini, un percorso di guarigione che ha come filo conduttore la storia dell’emorroissa, raccontata da Marco, al capitolo quinto del suo Vangelo.


La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. (Papa Francesco, 27 marzo 2020, Piazza San Pietro)

Le storie possiamo soltanto leggere oppure accettare che ci mettano in crisi; queste storie smascherano, ognuna a suo modo, la nostra vulnerabilità, ci costringono a fare i conti con le nostre abitudini e priorità. E ci rivelano qualcosa di questo tempo e della nostra vita che possiamo provare a rendere migliore.


AAVV, Come l’aria, Cose che ci mancano e ci riprenderemo presto
Il libro raccoglie pensieri e racconti, scritti in tempo di pandemia, tante diverse risposte alla stessa domanda: di che cosa sentiamo la mancanza, adesso? Nella nostra giornata, mentre siamo costretti in casa, distanti dalle persone cui vogliamo bene, lontani dai luoghi cui siamo affezionati? Sono storie di persone che scoprono nell’assenza, quali sono i momenti importanti della giornata, quelli che sembravano solo essere parte della routine perché all’improvviso si sono rivelati quasi imprescindibili per sentirsi vivi: la spesa al super, il barista, il fruttivendolo, gli alunni, i compagni di classe, la gente che incontravi per strada. Ci sono pensieri di bambini, che non possono andare alla scuola materna e di pensionati, che hanno perso il gusto di rimanere seduti sulla panchina del parco a salutare i passanti. Ci sono scritti di docenti e studenti de LA Content, della Scuola Holden, papà, mamme, pensionati, una postina, un dj, un insegnante, i commessi, così abituati a incontrare tante persone. La bellezza di questi racconti è che leggerli adesso che siamo tornati “fuori” per strada, può aiutarci a fare quel discernimento di cui papa Francesco ha parlato lo scorso 27 marzo, in una piazza San Pietro deserta e sotto la pioggia, nel mezzo della pandemia: che cosa conta e che cosa passa? L’isolamento in cui siamo stati costretti ci obbliga, ancora oggi, a fare chiarezza dentro di noi, a riconoscere che cosa conta davvero e a rifare, se necessario, la lista delle priorità.
Il mio racconto preferito è uno di quelli che parlano del mare, perché quando le persone parlano del mare, gli senti la nostalgia nella voce. Il mare non basta mai, se lo ami, non lo vorresti lasciare mai: il calore della sabbia, il venticello che tormenta la frangia dell’ombrellone, il silenzio del primo pomeriggio, quando l’acqua diventa uno specchio e poi prende a incresparsi di nuovo, ma poco.
Come l’aria, però, parla anche di montagna, di città, di camerette e balconi, di traffico e supermercati, di stadio, di strade, di semafori, di scuola e di appartamenti troppo vuoti o troppo pieni: lo stra-consiglio e non perché il ricavato andrà in beneficenza, ma perché sono racconti di vita che è la nostra vita, quella che adesso sta cambiando. Ognuno di noi può riconoscersi in quelle pagine, in quelle emozioni, in quelle abitudini che non sapeva quanto gli fossero care.
C’è, in tutti i racconti che ho letto, uno sguardo verso il passato che sembra non dover più tornare e appare all’improvviso un tempo felice, compresi il traffico, la fila sul raccordo e i vicini rumorosi. C’è la sensazione di aver perso la “spensieratezza” della gioventù che “oggi manca come l’aria” (cit.).
Rocco ha 80 anni, si sentiva forte perché gli dicevano magari arrivare come te alla tua età. Il virus gli ha tolto questo: pensare di essere ancora forte (p. 125).
Mi colpisce in più d’un racconto lo stupore nel riconoscere insensata quella fretta di fare mille cose che caratterizzava le nostre giornate, prima. Abbiamo scoperto il valore del tempo e forse adesso possiamo imparare a usarlo meglio. Ma non solo.
“Mi piace pensare” scrive Mauro, “che questo periodo non mi abbia solo tolto delle cose belle ma, a suo modo ne abbia regalate altre”.

 

Fabio Rosini, L’arte di guarire, L’emorroissa e il sentiero della vita sana, Ed. san Paolo 2020
Le storie del libro di Rosini non sono firmate, per lo più: l’emorroissa, la figlia di Giairo, il centurione…
Se Come l’aria ci suggerisce un discernimento, L’arte di guarire lo impone, a meno che il libro non lo si voglia solo leggere, perché scegliere un cammino di guarigione significa scegliere di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è (perché se vuoi guarire, qualcosa devi lasciare andare).
Il libro è un lungo commento alla storia di una donna adulta malata da dodici anni, che ha speso il suo patrimonio in cure rivelatesi fallimentari. L’autore si sofferma su ogni dettaglio della storia e alla fine sembra di leggerla per la prima volta e mi chiedo se il fatto, in sé buono, di avere una certa frequenza con il Vangelo domenicale, non ci possa far correre il rischio di liquidare certe storie come uno dei tanti miracoli fatti da Gesù, una guarigione miracolosa, in questo caso, togliendoci la curiosità di saperne di più. “La storia di questa donna”, scrive invece l’autore, “è una storia simbolica, sta nei Vangeli perché è una storia paradigmatica di salvezza” (p. 106).
E da dove viene questa salvezza?
“Dio è colui che ci libera”, scrive don Fabio, “ma deve avere una pista d’atterraggio, e questa pista è il nostro grido”; “Dio liberò il suo popolo dalla schiavitù in terra d’Egitto solo dopo 430 anni di oppressione […] perché solo dopo 430 anni gridarono a Lui, così dice il libro dell’Esodo, prima tiravano a campare e si accontentavano” (p. 127).
A volte per gridare a Dio abbiamo bisogno che qualcuno ci pari di Lui. E l’autore fa appello a tutti noi, cristiani di buona volontà perché rivediamo il nostro modo di presentare Cristo, di parlare di Lui agli altri: “Parlami di Gesù e vediamo se mi metti voglia di toccarlo” chiede al lettore e spiega che ciò che conta non è la tecnica comunicativa, ma parlare proprio di Lui, perché “se un’emorroissa ti ascolta e capisce che la sua esistenza può essere salvata allora stai parlando di Gesù secondo il Vangelo” (p. 143).
Il libro è denso di considerazioni sulla malattia, sulla vita e sulla morte ed è diviso in tre parti: diagnosi (quanto sono preziosi i sintomi!), guarigione (sento qualcosa che mi convince e la seguo), salute (che non è necessariamente quella fisica, giusto per non creare illusioni). Questo libro è un inno alla vita, alla vita vera che è Cristo, è un invito a guardare in faccia le paure (perché c’è una paura all’origine di ogni sofferenza!), l’origine di ogni paura e ad abbandonare il disprezzo di noi stessi che ci caratterizza, perché se Cristo è morto e sappiamo come è morto, per noi, vale la pena abbracciare la sua visione e abbandonare la nostra.
Dice don Fabio (e chi scrive lo ha ascoltato quasi ogni settimana per un intero anno) che la salvezza passa attraverso l’altro, attraverso la Chiesa, con tutti i suoi difetti, attraverso una parola che ci raggiunge.
A volte, potrebbe essere, anche una parola scritta, come le tante contenute nei libri, almeno alcuni.
“Il mondo della parola è il mondo umano. Il cuore è intessuto di quelle parole che uno si porta dentro. Senza parola in quanto relazione non c’è sviluppo della persona” (p. 133).


Dulcis in fundo
Un ultimo consiglio per l’estate: potrebbe essere il momento buono per scoprire il mondo degli audiolibri. Quasi tutte le edizioni (Amazon Audible, 4books, Storytel, Emons a titolo di esempio) propongono qualche brano o un periodo di prova gratuito.

Valentina Raffa

 

 

Per leggere bene la “Fratelli tutti”, prima ancora che dal contenuto, bisogna partire da un gesto. Quello che il Papa ha compiuto recandosi ad Assisi il 3 ottobre scorso, per firmare la sua terza enciclica sulla tomba di San Francesco. Quel gesto dice il profondo radicamento francescano di queste pagine e mette ancor di più tutto il pontificato di Jorge Mario Bergoglio sotto la stella polare di un annuncio del Vangelo vissuto sine glossa, proprio come fece il Poverello di Assisi.

È infatti un documento, la "Fratelli tutti", che riassume e rilancia l’insegnamento di Papa Francesco sulla Cattedra di Pietro. Con in più i riferimenti che aprono ulteriormente le porte della Chiesa a personaggi del nostro tempo, non necessariamente cattolici, come Martin Luther King, Desmond Tutu, e neanche necessariamente cristiani come il Mahatma Gandhi. Anzi, da questo punto di vista, centrale appare il “Documento sulla fratellanza umana” firmato da Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar nel febbraio 2019. Una cosa impensabile solo fino a pochi decenni fa. A testimonianza di quanta spinta abbia dato il Concilio - e gli ultimi Pontificati in particolare - sulla strada della pace e di un diverso modo di rapportarsi tra gli uomini, anche di fedi diverse.

L'encilica - nei suoi otto capitoli più una breve introduzione - affronta i problemi del nostro mondo proprio da questa prospettiva francescana e conciliare insieme, mostrando concretamente come per risolvere le questioni più complesse e urgenti occorra una profonda conversione del cuore: smettere di vedere nell’altro un nemico e tornare a considerarlo un fratello.

L’eco francescana è particolarmente avvertibile, ad esempio, nel secondo capitolo, dedicato alla parabola evangelica del Buon Samaritano. In una società malata che volta le spalle al dolore e che è “analfabeta” nella cura dei deboli e dei fragili, tutti siamo chiamati – proprio come la figura evocata da Gesù - a farci prossimi all’altro, superando pregiudizi, interessi personali, barriere storiche o culturali. Tutti, infatti, siamo corresponsabili nella costruzione di una società che sappia includere, integrare e sollevare chi è caduto o è sofferente. L’amore costruisce ponti e noi “siamo fatti per l’amore”, aggiunge il Papa, esortando in particolare i cristiani a riconoscere Cristo nel volto di ogni escluso. Esattamente come fece san Francesco.

Purtroppo la situazione odierna non è delle migliori. Nel primo capitolo dell’enciclica c’è il lungo elenco dei mali contemporanei. La manipolazione e la deformazione di concetti come democrazia, libertà, giustizia; la perdita del senso del sociale e della storia; l’egoismo e il disinteresse per il bene comune; la prevalenza di una logica di mercato fondata sul profitto e la cultura dello scarto; la disoccupazione, il razzismo, la povertà; la disparità dei diritti e le sue aberrazioni come la schiavitù, la tratta, le donne assoggettate e poi forzate ad abortire, il traffico di organi, le mafie e soprattutto quella “cultura dei muri” che favorisce il proliferare di tutto questo.

Il Papa indica perciò la strada della fratellanza. Che può offrire soluzioni anche a enormi problemi come il fenomeno migratorio, oggetto del quarto capitolo. L’altro diverso da noi è un dono ed un arricchimento per tutti, scrive Francesco, perché le differenze rappresentano una possibilità di crescita. Una cultura sana è una cultura accogliente che sa aprirsi all’altro, senza rinunciare a se stessa, offrendogli qualcosa di autentico. L’enciclica scende anche nel pratico offrendo consigli per gestire il flusso migratorio attraverso corridoi umanitari e altre misure necessarie. E sostanzialmente chiama in causa la buona politica cui è dedicato un intero capitolo, il quinto. “La migliore politica” è una delle forme più preziose della carità perché si pone al servizio del bene comune e conosce l’importanza del popolo, inteso come categoria aperta, disponibile al confronto e al dialogo. Ampia approvazione dunque per il popolarismo, ma un no netto al “populismo” che ignora la legittimità della nozione di ‘popolo’, attraendo consensi per strumentalizzarlo al proprio servizio e fomentando egoismi per accrescere la propria popolarità. La buona politica inoltre tutela il lavoro e quando aiuta veramente i poveri, non dà loro solo del denaro ma fa sì che possa condurre una vita degna mediante l’attività lavorativa. Compito della politica, inoltre, è trovare una soluzione a tutto ciò che attenta contro i diritti umani fondamentali, come l’esclusione sociale; il traffico di organi, tessuti, armi e droga; lo sfruttamento sessuale; il lavoro schiavo; il terrorismo ed il crimine organizzato. Forte l’appello del Papa ad eliminare definitivamente la tratta, “vergogna per l’umanità”, e la fame.

Molti altri temi tocca l’enciclica. Invoca ad esempio una riforma dell’Onu, chiede una nuova dinamica nelle relazioni internazionali, ribadisce la necessità di porre fine per sempre alla pena di morte e riafferma i diritti umani, primo tra tutti quello alla libertà religiosa. Ma c’è un elemento di fondo che fa da scenario a tutti questi elementi: l’arte dell’incontro, che spesso diventa il miracolo della gentilezza. Una persona gentile, scrive Francesco, crea una sana convivenza ed apre le strade là dove l’esasperazione distrugge i ponti. In sostanza Francesco invita tutti gli uomini a diventare artigiani della pace e dispensatori di perdono (che non significa dimenticare, anzi tragedie come la Shoà o la distruzione di Hiroshima, devono restare ben impresse nella memoria, per non ripeterle mai più). Perdono non vuol dire impunità, ricorda il Papa, ma rinunciare alla forza distruttiva del male ed al desiderio di vendetta.

L’enciclica tocca uno dei suoi punti più accorati nel grido “mai più la guerra fallimento dell’umanità”. Ma soprattutto, attraverso l’esempio di Charles de Foucauld, il “fratello universale”, ci svela infine il suo piccolo grande segreto. Non è un documento, questo, pensato e scritto per i grandi del mondo, ma per ognuno di noi. Anche, perché no, per i parrocchiani di San Pio V e ogni uomo di buona volontà (o, come saremo chiamati a dire tra breve nel Gloria, "amato dal Signore"). Perché ognuno, ci dice in pratica il Papa, costruendo la sua parte di fratellanza, può contribuire ad un mondo più fraterno. Nella stessa maniera in cui una tessera contribuisce all’intero mosaico. Noi cominciamo dalle strade del nostro quartiere.

Mimmo Muolo
giornalista di “Avvenire”

 

Rachele Acquaviva Filippetto, nostra amica e parrocchiana, che ci ha lasciati quasi un anno fa, racconta, in questo video registrato qualche anno fa, come ha vissuto, lei e la sua famiglia, il giorno della Liberazione di Roma dai nazifascisti di 75 anni fa.

Rachele ricorda l'emozione della liberazione vissuta come una grazia della Madonna del Divino Amore, anche lei sfollata nella chiesa di Sant'Ignazio di Loyola, nel centro di Roma, insieme a tanti romani ormai allo stremo in preghiera per la salvezza della città.

Clicca qui per vedere il video della testimonianza di Rachele.

 

 


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Foto

 

Il 10 dicembre 1951 veniva eretta la Parrocchia San Pio V.
Ringraziamo Dio dei tanti doni che ha dato alla nostra comunità in questi anni.
 

 

 

  • Editoriale

    • Pasqua sorgente di grazia

      Pasqua sorgente di graziaCari fratelli, care sorelle, condivido con voi la sensazione che questo tempo che viviamo sia un lungo sabato santo, in cui, come ci raccontano i Vangeli, una tomba ha rinchiuso ogni cosa, ogni speranza, ogni senso alla vita. A volte, perfino le cose più belle, gli affetti, i sogni, la fede, vacillano di fronte alle immagini di morte e distruzione. Ci sembra che Gesù ci sia strappato dalle mani e...

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