Per leggere bene la “Fratelli tutti”, prima ancora che dal contenuto, bisogna partire da un gesto. Quello che il Papa ha compiuto recandosi ad Assisi il 3 ottobre scorso, per firmare la sua terza enciclica sulla tomba di San Francesco. Quel gesto dice il profondo radicamento francescano di queste pagine e mette ancor di più tutto il pontificato di Jorge Mario Bergoglio sotto la stella polare di un annuncio del Vangelo vissuto sine glossa, proprio come fece il Poverello di Assisi.

È infatti un documento, la "Fratelli tutti", che riassume e rilancia l’insegnamento di Papa Francesco sulla Cattedra di Pietro. Con in più i riferimenti che aprono ulteriormente le porte della Chiesa a personaggi del nostro tempo, non necessariamente cattolici, come Martin Luther King, Desmond Tutu, e neanche necessariamente cristiani come il Mahatma Gandhi. Anzi, da questo punto di vista, centrale appare il “Documento sulla fratellanza umana” firmato da Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar nel febbraio 2019. Una cosa impensabile solo fino a pochi decenni fa. A testimonianza di quanta spinta abbia dato il Concilio - e gli ultimi Pontificati in particolare - sulla strada della pace e di un diverso modo di rapportarsi tra gli uomini, anche di fedi diverse.

L'encilica - nei suoi otto capitoli più una breve introduzione - affronta i problemi del nostro mondo proprio da questa prospettiva francescana e conciliare insieme, mostrando concretamente come per risolvere le questioni più complesse e urgenti occorra una profonda conversione del cuore: smettere di vedere nell’altro un nemico e tornare a considerarlo un fratello.

L’eco francescana è particolarmente avvertibile, ad esempio, nel secondo capitolo, dedicato alla parabola evangelica del Buon Samaritano. In una società malata che volta le spalle al dolore e che è “analfabeta” nella cura dei deboli e dei fragili, tutti siamo chiamati – proprio come la figura evocata da Gesù - a farci prossimi all’altro, superando pregiudizi, interessi personali, barriere storiche o culturali. Tutti, infatti, siamo corresponsabili nella costruzione di una società che sappia includere, integrare e sollevare chi è caduto o è sofferente. L’amore costruisce ponti e noi “siamo fatti per l’amore”, aggiunge il Papa, esortando in particolare i cristiani a riconoscere Cristo nel volto di ogni escluso. Esattamente come fece san Francesco.

Purtroppo la situazione odierna non è delle migliori. Nel primo capitolo dell’enciclica c’è il lungo elenco dei mali contemporanei. La manipolazione e la deformazione di concetti come democrazia, libertà, giustizia; la perdita del senso del sociale e della storia; l’egoismo e il disinteresse per il bene comune; la prevalenza di una logica di mercato fondata sul profitto e la cultura dello scarto; la disoccupazione, il razzismo, la povertà; la disparità dei diritti e le sue aberrazioni come la schiavitù, la tratta, le donne assoggettate e poi forzate ad abortire, il traffico di organi, le mafie e soprattutto quella “cultura dei muri” che favorisce il proliferare di tutto questo.

Il Papa indica perciò la strada della fratellanza. Che può offrire soluzioni anche a enormi problemi come il fenomeno migratorio, oggetto del quarto capitolo. L’altro diverso da noi è un dono ed un arricchimento per tutti, scrive Francesco, perché le differenze rappresentano una possibilità di crescita. Una cultura sana è una cultura accogliente che sa aprirsi all’altro, senza rinunciare a se stessa, offrendogli qualcosa di autentico. L’enciclica scende anche nel pratico offrendo consigli per gestire il flusso migratorio attraverso corridoi umanitari e altre misure necessarie. E sostanzialmente chiama in causa la buona politica cui è dedicato un intero capitolo, il quinto. “La migliore politica” è una delle forme più preziose della carità perché si pone al servizio del bene comune e conosce l’importanza del popolo, inteso come categoria aperta, disponibile al confronto e al dialogo. Ampia approvazione dunque per il popolarismo, ma un no netto al “populismo” che ignora la legittimità della nozione di ‘popolo’, attraendo consensi per strumentalizzarlo al proprio servizio e fomentando egoismi per accrescere la propria popolarità. La buona politica inoltre tutela il lavoro e quando aiuta veramente i poveri, non dà loro solo del denaro ma fa sì che possa condurre una vita degna mediante l’attività lavorativa. Compito della politica, inoltre, è trovare una soluzione a tutto ciò che attenta contro i diritti umani fondamentali, come l’esclusione sociale; il traffico di organi, tessuti, armi e droga; lo sfruttamento sessuale; il lavoro schiavo; il terrorismo ed il crimine organizzato. Forte l’appello del Papa ad eliminare definitivamente la tratta, “vergogna per l’umanità”, e la fame.

Molti altri temi tocca l’enciclica. Invoca ad esempio una riforma dell’Onu, chiede una nuova dinamica nelle relazioni internazionali, ribadisce la necessità di porre fine per sempre alla pena di morte e riafferma i diritti umani, primo tra tutti quello alla libertà religiosa. Ma c’è un elemento di fondo che fa da scenario a tutti questi elementi: l’arte dell’incontro, che spesso diventa il miracolo della gentilezza. Una persona gentile, scrive Francesco, crea una sana convivenza ed apre le strade là dove l’esasperazione distrugge i ponti. In sostanza Francesco invita tutti gli uomini a diventare artigiani della pace e dispensatori di perdono (che non significa dimenticare, anzi tragedie come la Shoà o la distruzione di Hiroshima, devono restare ben impresse nella memoria, per non ripeterle mai più). Perdono non vuol dire impunità, ricorda il Papa, ma rinunciare alla forza distruttiva del male ed al desiderio di vendetta.

L’enciclica tocca uno dei suoi punti più accorati nel grido “mai più la guerra fallimento dell’umanità”. Ma soprattutto, attraverso l’esempio di Charles de Foucauld, il “fratello universale”, ci svela infine il suo piccolo grande segreto. Non è un documento, questo, pensato e scritto per i grandi del mondo, ma per ognuno di noi. Anche, perché no, per i parrocchiani di San Pio V e ogni uomo di buona volontà (o, come saremo chiamati a dire tra breve nel Gloria, "amato dal Signore"). Perché ognuno, ci dice in pratica il Papa, costruendo la sua parte di fratellanza, può contribuire ad un mondo più fraterno. Nella stessa maniera in cui una tessera contribuisce all’intero mosaico. Noi cominciamo dalle strade del nostro quartiere.

Mimmo Muolo
giornalista di “Avvenire”

 

Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita (Papa Francesco, 27 marzo 2020, Piazza San Pietro)


Se non li avessi già letti, quest’estate porterei con me due libri da leggere e meditare sotto l’ombrellone: Come l’aria, una raccolta di racconti brevi in tempo di pandemia, e L’arte di guarire, di don Fabio Rosini, un percorso di guarigione che ha come filo conduttore la storia dell’emorroissa, raccontata da Marco, al capitolo quinto del suo Vangelo.


La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. (Papa Francesco, 27 marzo 2020, Piazza San Pietro)

Le storie possiamo soltanto leggere oppure accettare che ci mettano in crisi; queste storie smascherano, ognuna a suo modo, la nostra vulnerabilità, ci costringono a fare i conti con le nostre abitudini e priorità. E ci rivelano qualcosa di questo tempo e della nostra vita che possiamo provare a rendere migliore.


AAVV, Come l’aria, Cose che ci mancano e ci riprenderemo presto
Il libro raccoglie pensieri e racconti, scritti in tempo di pandemia, tante diverse risposte alla stessa domanda: di che cosa sentiamo la mancanza, adesso? Nella nostra giornata, mentre siamo costretti in casa, distanti dalle persone cui vogliamo bene, lontani dai luoghi cui siamo affezionati? Sono storie di persone che scoprono nell’assenza, quali sono i momenti importanti della giornata, quelli che sembravano solo essere parte della routine perché all’improvviso si sono rivelati quasi imprescindibili per sentirsi vivi: la spesa al super, il barista, il fruttivendolo, gli alunni, i compagni di classe, la gente che incontravi per strada. Ci sono pensieri di bambini, che non possono andare alla scuola materna e di pensionati, che hanno perso il gusto di rimanere seduti sulla panchina del parco a salutare i passanti. Ci sono scritti di docenti e studenti de LA Content, della Scuola Holden, papà, mamme, pensionati, una postina, un dj, un insegnante, i commessi, così abituati a incontrare tante persone. La bellezza di questi racconti è che leggerli adesso che siamo tornati “fuori” per strada, può aiutarci a fare quel discernimento di cui papa Francesco ha parlato lo scorso 27 marzo, in una piazza San Pietro deserta e sotto la pioggia, nel mezzo della pandemia: che cosa conta e che cosa passa? L’isolamento in cui siamo stati costretti ci obbliga, ancora oggi, a fare chiarezza dentro di noi, a riconoscere che cosa conta davvero e a rifare, se necessario, la lista delle priorità.
Il mio racconto preferito è uno di quelli che parlano del mare, perché quando le persone parlano del mare, gli senti la nostalgia nella voce. Il mare non basta mai, se lo ami, non lo vorresti lasciare mai: il calore della sabbia, il venticello che tormenta la frangia dell’ombrellone, il silenzio del primo pomeriggio, quando l’acqua diventa uno specchio e poi prende a incresparsi di nuovo, ma poco.
Come l’aria, però, parla anche di montagna, di città, di camerette e balconi, di traffico e supermercati, di stadio, di strade, di semafori, di scuola e di appartamenti troppo vuoti o troppo pieni: lo stra-consiglio e non perché il ricavato andrà in beneficenza, ma perché sono racconti di vita che è la nostra vita, quella che adesso sta cambiando. Ognuno di noi può riconoscersi in quelle pagine, in quelle emozioni, in quelle abitudini che non sapeva quanto gli fossero care.
C’è, in tutti i racconti che ho letto, uno sguardo verso il passato che sembra non dover più tornare e appare all’improvviso un tempo felice, compresi il traffico, la fila sul raccordo e i vicini rumorosi. C’è la sensazione di aver perso la “spensieratezza” della gioventù che “oggi manca come l’aria” (cit.).
Rocco ha 80 anni, si sentiva forte perché gli dicevano magari arrivare come te alla tua età. Il virus gli ha tolto questo: pensare di essere ancora forte (p. 125).
Mi colpisce in più d’un racconto lo stupore nel riconoscere insensata quella fretta di fare mille cose che caratterizzava le nostre giornate, prima. Abbiamo scoperto il valore del tempo e forse adesso possiamo imparare a usarlo meglio. Ma non solo.
“Mi piace pensare” scrive Mauro, “che questo periodo non mi abbia solo tolto delle cose belle ma, a suo modo ne abbia regalate altre”.

 

Fabio Rosini, L’arte di guarire, L’emorroissa e il sentiero della vita sana, Ed. san Paolo 2020
Le storie del libro di Rosini non sono firmate, per lo più: l’emorroissa, la figlia di Giairo, il centurione…
Se Come l’aria ci suggerisce un discernimento, L’arte di guarire lo impone, a meno che il libro non lo si voglia solo leggere, perché scegliere un cammino di guarigione significa scegliere di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è (perché se vuoi guarire, qualcosa devi lasciare andare).
Il libro è un lungo commento alla storia di una donna adulta malata da dodici anni, che ha speso il suo patrimonio in cure rivelatesi fallimentari. L’autore si sofferma su ogni dettaglio della storia e alla fine sembra di leggerla per la prima volta e mi chiedo se il fatto, in sé buono, di avere una certa frequenza con il Vangelo domenicale, non ci possa far correre il rischio di liquidare certe storie come uno dei tanti miracoli fatti da Gesù, una guarigione miracolosa, in questo caso, togliendoci la curiosità di saperne di più. “La storia di questa donna”, scrive invece l’autore, “è una storia simbolica, sta nei Vangeli perché è una storia paradigmatica di salvezza” (p. 106).
E da dove viene questa salvezza?
“Dio è colui che ci libera”, scrive don Fabio, “ma deve avere una pista d’atterraggio, e questa pista è il nostro grido”; “Dio liberò il suo popolo dalla schiavitù in terra d’Egitto solo dopo 430 anni di oppressione […] perché solo dopo 430 anni gridarono a Lui, così dice il libro dell’Esodo, prima tiravano a campare e si accontentavano” (p. 127).
A volte per gridare a Dio abbiamo bisogno che qualcuno ci pari di Lui. E l’autore fa appello a tutti noi, cristiani di buona volontà perché rivediamo il nostro modo di presentare Cristo, di parlare di Lui agli altri: “Parlami di Gesù e vediamo se mi metti voglia di toccarlo” chiede al lettore e spiega che ciò che conta non è la tecnica comunicativa, ma parlare proprio di Lui, perché “se un’emorroissa ti ascolta e capisce che la sua esistenza può essere salvata allora stai parlando di Gesù secondo il Vangelo” (p. 143).
Il libro è denso di considerazioni sulla malattia, sulla vita e sulla morte ed è diviso in tre parti: diagnosi (quanto sono preziosi i sintomi!), guarigione (sento qualcosa che mi convince e la seguo), salute (che non è necessariamente quella fisica, giusto per non creare illusioni). Questo libro è un inno alla vita, alla vita vera che è Cristo, è un invito a guardare in faccia le paure (perché c’è una paura all’origine di ogni sofferenza!), l’origine di ogni paura e ad abbandonare il disprezzo di noi stessi che ci caratterizza, perché se Cristo è morto e sappiamo come è morto, per noi, vale la pena abbracciare la sua visione e abbandonare la nostra.
Dice don Fabio (e chi scrive lo ha ascoltato quasi ogni settimana per un intero anno) che la salvezza passa attraverso l’altro, attraverso la Chiesa, con tutti i suoi difetti, attraverso una parola che ci raggiunge.
A volte, potrebbe essere, anche una parola scritta, come le tante contenute nei libri, almeno alcuni.
“Il mondo della parola è il mondo umano. Il cuore è intessuto di quelle parole che uno si porta dentro. Senza parola in quanto relazione non c’è sviluppo della persona” (p. 133).


Dulcis in fundo
Un ultimo consiglio per l’estate: potrebbe essere il momento buono per scoprire il mondo degli audiolibri. Quasi tutte le edizioni (Amazon Audible, 4books, Storytel, Emons a titolo di esempio) propongono qualche brano o un periodo di prova gratuito.

Valentina Raffa

 

 

Mentre a questo link si può leggere il testo integrale delle parole pronunciate da Papa Francesco durante il momento di preghiera straordinario sul sagrato di Piazza San Pietro venerdì 27 marzo 2020, vi proponiamo qui di seguito alcune frasi di quel discorso da meditare:

 

 

Da settimane sembra sia scesa la sera, fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città.

Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa.

Anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “ma non ti importa di me?”.

A nessuno più che a Lui importa di noi.

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità.

Ora, mentre siamo in mare agitato, ti imploriamo:”svegliati Signore!”.

Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te.

Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa.

E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita.

L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti; da soli affondiamo.

Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca.

Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati e abbracciati.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza.

La nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta.

Tu hai cura di noi.

 

 

Rachele Acquaviva Filippetto, nostra amica e parrocchiana, che ci ha lasciati quasi un anno fa, racconta, in questo video registrato qualche anno fa, come ha vissuto, lei e la sua famiglia, il giorno della Liberazione di Roma dai nazifascisti di 75 anni fa.

Rachele ricorda l'emozione della liberazione vissuta come una grazia della Madonna del Divino Amore, anche lei sfollata nella chiesa di Sant'Ignazio di Loyola, nel centro di Roma, insieme a tanti romani ormai allo stremo in preghiera per la salvezza della città.

Clicca qui per vedere il video della testimonianza di Rachele.

 

 

Nel Mediterraneo si aggira da tempo un “virus” ben più letale di quello che tanto allarme sta destando nel mondo. Il suo nome è mutevole: nazionalismo, populismo, terrorismo, fondamentalismo. Ma la radice è comune: l’odio verso l’altro, inteso spesso come un invasore e non come un fratello. Ma nello stesso Mediterraneo è arrivato, già duemila anni fa, il vaccino del Vangelo. Che continua ad essere somministrato in tutte le Chiese cristiane e ha il nome dell’amore. Amare tutti, senza escludere nessuno, perfino i nemici. Con una metafora medica si potrebbe riassumere così l’incontro “Mediterraneo frontiera di pace”, svoltosi a Bari dal 19 al 23 febbraio, su iniziativa del presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, e concluso dal Papa alla sua seconda visita in poco più di 18 mesi nel capoluogo pugliese.

Parole inequivocabili, quelle pronunciate da Francesco nei due discorsi pronunciati prima nelle Basilica di San Nicola, poi nell’omelia della Messa al centro della città. E parole di speranza quelle che si sono levate nei quattro giorni precedenti, durante i quali 58 vescovi di 20 nazioni, tutte affacciate sul Mare Nostrum, hanno potuto confrontarsi e conoscersi, per giungere infine a un documento comune che rilancia il proposito di non lasciare questa regione alla deriva di chi soffia sul fuoco dello scontro di civiltà.

Il Papa, ad esempio, ha insistito molto sulla “follia” della guerra “che orienta le risorse all’acquisto di armi e allo sforzo militare, distogliendole dalle funzioni vitali di una società, quali il sostegno alle famiglie, alla sanità e all’istruzione”. Ed è tornato a bollare "l'ipocrisia" dei governi che parlano di pace e poi commerciano in armi, di fatto alimentando il mercato bellico. Bisogna invece gestire e non subire il fenomeno migratorio, rimuoverne le cause, affinché si sia liberi di restare e liberi di partire. Occorre alzare la voce per chiedere il rispetto della libertà religiosa e la necessaria integrazione. “Non accettiamo mai - ha sottolineato - che chi cerca speranza per mare muoia senza ricevere soccorso o che chi giunge da lontano diventi vittima di sfruttamento sessuale, sia sottopagato o assoldato dalle mafie”.

Il Mediterraneo dunque deve essere un mare di incontro e non di morte. Francesco a tal proposito lo ha definito “il mare del meticciato, culturalmente sempre aperto all'incontro, al dialogo e alla reciproca inculturazione”. Così come ha definito “Bari capitale dell’unità”. Definizioni molto appropriate anche pensando all’andamento dei lavori dell’incontro promosso dalla Cei.

Il cardinale Bassetti, aprendolo, aveva subito fornito le coordinate fondamentali del confronto. “Dobbiamo dire basta a questa politica fatta sul sangue dei popoli. Dobbiamo pretendere che le controversie internazionali siano affrontate e risolte nel quadro del diritto, del bene comune e di una più forte, più funzionale e incisiva azione delle Nazioni Unite”.

A quella del porporato si sono poi aggiunte le voci degli altri partecipanti all’incontro. Il custode di Terra Santa, padre Francesco Patton, ha inserito tra i segnali di speranza la Dichiarazione firmata ad Abu Dhabi da papa Francesco e dall'imam di Al Ahzar, Ahmad al-Tayyib. “Sarà studiata sia nelle scuole che nei nostri seminari”, ha annunciato. Mentre il vicepresidente della Cei, Antonino Raspanti, vescovo di Acireale, ha auspicato che si realizzino progetti di formazione professionale per consentire ai giovani dell’Africa subsahariana di restare nelle loro terre e contribuire al loro sviluppo.

Ibrahim Isaac Sedrak, patriarca di Alessandria dei Copti, ha chiesto alle grandi potenze “di dire no alla corsa agli armamenti”, l’arcivescovo di Malta, Charles Scicluna, ha invitato a “trasformare la xenofobia in xenofilia, anche con una presenza pacificatrice sui media” e infine il cardinale Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Commissione degli episcopati dell’Unione europea (Comece) ha chiesto alle Chiese di essere coscienza critica della Ue: “Occorre che la politica combatta le cause delle migrazioni e si impegni per la pace, la dignità umana, la libertà religiosa”.

I risultati del confronto sono stati presentati al Papa, insieme con il proposito di continuare a rivedersi per approfondire la conoscenza. L’arcivescovo Pierluigi Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Costantinopoli ha così riassunto: “Rafforzare iniziative di conoscenza reciproca, anche agevolando gemellaggi di diocesi e parrocchie, scambio di sacerdoti, esperienze di seminaristi, forme di volontariato”.

Rotte concrete di navigazione perché il Mediterraneo venga finalmente liberato dai suoi virus letali.

Mimmo Muolo


Notice: Undefined property: JPagination::$pagesTotal in /web/htdocs/www.sanpiov.it/home/templates/a4joomla-countryside-free/html/com_content/category/blog.php on line 109

Foto

 

Madonna del Riposo, guariscici, o almeno dacci una tregua. Accoglici in braccio come qui fai con tuo Figlio.
Tutti nel dolore ridiventiamo bambini. Continua a sorriderci, o Maria, perché non ci perdiamo nel buio.

 

 

  • Editoriale

    • Il nuovo Messale

      Il nuovo MessaleQuello che è stato pubblicato non è un nuovo messale ma una revisione in italiano “dell’edizione tipica” (si chiama così il testo base latino del 2002) latina. Entrerà in vigore a Pasqua del 2021 ma già alcune regioni anticipano l’uso dalla prima Domenica d’Avvento di quest’anno. Bisogna fare l’orecchio ad alcune modifiche, che in alcuni casi adeguano il testo biblico alla traduzione della...

      Leggi Tutto

  • Documenti

    • Foto Gallery
      Vai alla sezione Documenti per leggere e scaricare testi e documenti

Evento

  

Cambia il Messale
Da domenica 29 novembre, Prima di Avvento,
verrà adottato il nuovo Messale Romano
che prevede una nuova versione in italiano.

scarica qui il foglio con le principali novità

 

 

  

Avvisi della Settimana

Cari Parrocchiani, nel mese di novembre vi invitiamo
a partecipare alla S. Messa delle ore 19,

che sarà celebrata in ricordo dei defunti delle famiglie della Parrocchia, distribuite via per via.
Ecco il calendario completo delle intenzioni di questa settimana:

domenica 29: per i Pontefici defunti
lunedì 30: per le vittime della pandemia

NOVENA DELL'IMMACOLATA
da lunedì 30 novembre
ROSARIO MEDITATO
ogni sera alle 18.30

 

venerdì 4 dicembre (primo del mese)

 

 “Sulla bacheca in fondo alla chiesa è pubblicato
il resoconto amministrativo della parrocchia per il 2019.

Grazie per la vostra generosità con cui fate andare avanti la parrocchia.
Infatti non ci sono entrate se non attraverso le offerte dei fedeli!”

 

  Iscrizioni per il corso di preparazione al matrimonio
Informazioni in segreteria

 

APPELLO

La Caritas diocesana ha aperto una struttura per persone senza dimora
non lontano da noi (in Via Aurelia prima del Raccordo).
Chi desidera fare volontariato può rivolgersi a don Donato.