Parrocchie aperte l’estate per essere vicine agli anziani che vivono soli.

È l’iniziativa promossa da otto comunità coinvolte nel progetto “Quartieri Solidali” della Caritas di Roma - Santa Bernadette Soubirous, Santa Maria Ausiliatrice, Santa Maddalena de’ Pazzi, San Saturnino, Santissimo Sacramento, San Luca Evangelista, San Pio V e Nostra Signora di Lourdes - che nei mesi più caldi manterranno attive le segreterie dell’assistenza domiciliare leggera per sostenere tutte le persone anziane.

Il progetto “Quartieri Solidali” ha lo scopo di favorire nelle parrocchie una maggiore consapevolezza del mondo degli anziani. Attraverso degli itinerari si cerca di approfondire la realtà degli anziani del proprio territorio per individuare gli interventi che possono essere più aderenti ai loro bisogni.

L’obiettivo del progetto – finanziato con fondi 8xMille della Cei – è prendersi cura degli anziani fragili, attraverso lo sviluppo di comunità. Le attività proposte riguardano tre aspetti: la socializzazione, l’assistenza domiciliare leggera e il progetto condomini solidali per realizzare e sviluppare, a favore degli anziani, fragili, una rete di solidarietà, di prossimità con gli abitanti del quartiere. Il progetto è aperto a tutte le comunità parrocchiali interessate ad attivarlo.

 

Per informazioni:

Caritas Diocesana/Area Educazione al Volontariato-Servizio Aiuto alla Persona

tel. 06.88815150; e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Parrocchia San Pio V: 333 6570742

 

 

Ospedale. Tempi giornalieri vissuti al ritmo dei farmaci da assumere, delle analisi da fare, delle lastre, della visita del medico, delle medicine…

Tutto arriva mentre leggi, mentre mangi, mentre preghi.

Sei un ”paziente”. Con un numero. Qualche infermiere si ricorda che hai anche un nome. Di te interessa quasi solo la tua malattia. E così finisci a volte per crederci anche tu. Quasi diventi la tua malattia. Cominci la mattina presto i tuoi pensieri, quasi non riesci a pensare ad altro. Ti imponi un atteggiamento diverso ma quasi sempre non ci riesci. Cerchi di cambiare, di pensare alla tua vita spirituale, leggi. Ma spesso non ce la fai ad allontanare l’ospedale dal tuo cervello.

E poi ancora nell’ospedale ci sono le “competenze”. Se chiedi a un inferniere che ti fa un prelievo il piacere di raccogliere un libro che ti è caduto, non lo fa. Ti risponde: non è mia competenza. Non è che Adam Smith si è allargato un po’ troppo con le sue idee liberiste? Boh!

Ore 18. Arriva la cena! Questa è la regola.

E questa è la mia esperienza.

Rachele Filippetto

Mentre nelle acque del Mediterraneo i migranti continuano a morire, a Riace – paesino della costa ionica calabrese – si coltiva la speranza di “un altro mondo possibile”, dando vita al sogno di una pacifica convivenza tra culture diverse. Dunque Riace, patria dei bronzi oggi oggetto per la loro presenza (o meno) a Expo 2015. Qui il sindaco ha risollevato le sorti del paese – afflitto da un sempre maggiore spopolamento e dalla fortissima cappa imposta dalla ‘ndrangheta – proprio aprendo le porte ai migranti.

All’interno di un contesto nazionale nel quale viene chiesta alle Forze dell’ordine una stretta contro l’abusivismo sulle spiagge per fermare ‘orde di vu cumprà’ colpevoli di infastidire la serenità degli italiani in ferie, e mentre le mafie sfruttano senza pietà anche il lavoro di migranti e rifugiati, questa piccola realtà resiste ed è capace di inseguire un grande sogno.

Come recita la scritta che ti accoglie all’entrata del paese, Riace è infatti diventata da più di un decennio ‘paese dell’accoglienza’. Molto si deve alla tenacia del Sindaco, costretto a resistere anche alle minacce mafiose sia personali che familiari. Eletto per la prima volta nel 2004 e ormai al suo terzo mandato, nel 1999 ha fondato insieme ad altri l’associazione ‘Città futura’ (dedicata a don Giuseppe Puglisi, prete ucciso dalla mafia a Palermo nel ’93) per dare ospitalità ai profughi aderendo a quello che allora era il PRA (Programma Nazionale Asilo) e oggi è il progetto SPRAR (Sistema di Protezione per i Richiedenti Asilo e Rifugiati). Dopo di essa, ne sono sorte altre quattro che gestiscono il programma di accoglienza e che danno ospitalità a circa 100 migranti provenienti dal Nord Africa, oltre alle 15 persone inserite nello Sprar.

In questo modo il paesino della Locride ha ripreso vita. Si è rafforzato il tessuto sociale, si è salvata una scuola che stava per chiudere e si sono create nuove opportunità occupazionali attraverso l’istituzione di quattro laboratori e botteghe artigianali (tessile, di ceramica, del vetro, del legno) dove lavorano fianco a fianco, in attesa che un’altra piccola azienda prenda vita, locali e migranti. Il recupero del Comune (parte della rete Recolsol – rete dei Comuni Solidali) è passato anche attraverso la ristrutturazione architettonica delle case, destinate tanto all’accoglienza quanto all’esperimento del ‘turismo solidale’ con il quale si permette l’affitto a vacanzieri che intendono conoscere la realtà locale. Un ‘modello Riace’ celebrato dal famoso regista Wim Wenders che ha deciso di realizzarvi un documentario intitolato ‘Il Volo’.

Una comunità sembra dunque avere nel suo Dna la filosofia dell’accoglienza tanto che i suoi patroni (felice coincidenza?) sono i Santi Cosma e Damiano, protettori del popolo Rom che ogni anno a settembre si riunisce nelle strade di Riace per la festa patronale. Questo sogno e questo modello però rischiano di interrompersi. Il Sindaco nel 2012 è addirittura dovuto ricorrere allo sciopero della fame dopo la mancata erogazione per un anno dei fondi stanziati al progetto di accoglienza ‘Emergenza Nord Africa’ al Comune e a quello della vicina Caulonia da parte della Protezione Civile.

Insomma, se pur inserito in un contesto globale che sembra sempre più deciso a perseguire altri orizzonti, Riace vuole continuare a vivere con la decisa consapevolezza – come avrebbe detto Fabrizio De Andrè – di voler ‘lasciare ai propri occhi quei sogni che non fanno svegliare’.

M.C.

C’è stato, subito dopo la seconda guerra mondiale, nel 1945–46, un evento che ha coinvolto molti nostri connazionali: l’emigrazione. Emigrarono infatti in quegli anni per l’Argentina, il Canada, gli Stati Uniti, la Francia e la Svizzera 19 milioni di italiani. Moltissimi si trasferirono dal Sud al Nord d’Italia per cercare lavoro. Fu una necessità dettata dalla situazione in cui era il nostro Paese e molte altre nazioni europee in quegli anni: città e paesi bombardati, comunicazioni quasi interrotte, ridotta presenza di uomini, ma soprattutto grande e diffusa povertà di mezzi economici. In quegli stessi anni molti nostri concittadini aiutarono la rinascita del nostro Paese. Anche le donne italiane, che esercitarono per la prima volta il loro diritto di voto nel 1946, furono molto presenti e attive in questo nuovo fenomeno.

I nostri migranti partivano con la prospettiva di non poter avere la possibilità di comunicare con le loro famiglie di origine, così… alla ventura. Non conoscevano la lingua dei paesi stranieri o il dialetto delle regioni del Nord dove arrivavano, con bagagli di cartone e borse piene di pagnotte, portando con sé insieme a queste cose i segni della povertà attaccati ai loro abiti, alle poche cose che avevano. Per tutti loro questo evento era doloroso e difficile. Per i disagi del viaggio, quasi sempre ammassati nelle stive dei transatlantici o nei treni sovraffollati, per i pericoli sconosciuti a cui sicuramente sarebbero andati incontro. Oggi conosciamo dai documenti che sono stati trovati, la diffidenza e i pregiudizi che le autorità degli Stati Uniti e di altre nazioni esercitavano sui nostri emigranti prima di farli passare per un severissimo controllo sanitario e sociale che non tutti superavano. Sappiamo che venivano trattati con molta durezza nei controlli, che potevano durare anche mesi. Ormai tutto questo è finalmente a nostra conoscenza.

Le famiglie che questi nostri connazionali lasciavano, molte nostre famiglie, erano naturalmente preoccupate e addolorate per figli e nipoti di cui non avrebbero avuto notizie per molto tempo. Ma superavano questo dolore pensando che nelle terre dove arrivavano i loro figli avrebbero avuto una vita migliore che al loro paese, un lavoro, un avvenire. Lo si legge nelle lettere che gli immigrati di quegli anni mandavano ai loro genitori e amici in Italia. Non ci sono, in queste lettere, espressioni di rammarico e di denuncia dei trattamenti dolorosi a cui solo ora sappiamo erano sottoposti prima di essere ammessi nelle terre di immigrazione d’oltremare e in Europa. Infatti, anche chi andava in Svizzera doveva accettare una dura e incomprensibile realtà. La Svizzera non accettava che i nostri emigranti avessero bambini. I bambini che nascevano non avevano identità giuridica, non potevano essere registrati all’anagrafe, erano inesistenti per il governo svizzero. Vivevano i primi anni chiusi nelle case dei loro genitori e quando avevano sei anni venivano affidati ai nonni in Italia. Chi ha insegnato a Roma in quegli anni lo ricorda benissimo.

L’emigrazione fu sì un fenomeno particolare degli anni del dopoguerra in Italia e in altre nazioni europee, ma sappiamo che è sempre stato un fenomeno ricorrente nella storia umana. L’emigrare, lo spostarsi dalla propria terra, per sopravvivere e migliorare la propria condizione umana è la storia degli uomini, fin dalle origini del genere umano. Andare in luoghi diversi dal proprio, mescolarsi con abitanti della terra diversi da quelli di origine, ha sempre giovato sia ai nuovi venuti sia ai residenti del posto. Questi spostamenti hanno sempre fatto nascere conoscenze nuove, abitudini nuove, imparare nuove lingue comuni. In uno scambio vicendevole di storie. Questa cosa ha fatto crescere le potenzialità di tutti e ha permesso la nascita di nuove conoscenze, ha innescato nuovi processi di vita. Questo è ben chiaro nel lungo periodo.

Il contatto tra quelli che vivono la realtà di un mondo nuovo e quelli che vivono da anni nel luogo d’arrivo dei nuovi abitanti provoca a volte, soprattutto nel primo periodo, disagi e scontri. Questo è sempre successo nella storia del genere umano. E succede purtroppo anche oggi in molte terre, anche nel nostro Paese e in molte parti d’Europa in maniera molto violenta, con modalità che si fa fatica a capire. Sembra a volte che in questi anni l’”umanità” non sia più moneta corrente.

Rachele Filippetto

…fare niente per rendere un po’ più gioiosa la tua vita. È vero che oggi è proprio difficile essere “gaudiosi” come dice Papa Francesco. Perché il presente e il futuro di tutti, anche degli anziani, non è proprio roseo: perché ci sono pochi soldi, per alcuni proprio pochi anche per consumi limitati, perché le tasse pesano troppo, perché tuo figlio o tuo nipote non trova lavoro, perché i figli adulti e i nipoti, chi li ha, si ricordano poco di noi, perché i ragazzi di oggi hanno perso il significato delle parole educazione e buone maniere, perché le ragazze girano per strada poco vestite, perché quelli che abitano nel tuo condominio neanche ti salutano, perché ogni giorno c’è uno scandalo pubblico, e qualche volta anche “privato”, perché l’AMA non pulisce le strade però dobbiamo pagare ugualmente i servizi che non ci sono, perchè il 46 non arriva mai, perché i turisti (compresi quelli che vanno da Papa Francesco) rendono più difficile in questo quartiere la circolazione, perché ci sono i barboni davanti alla chiesa che sporcano, perché, perché… tantissime sono le ragioni, per giovani e non, per non essere di buon umore e gioiosi quando ci alziamo la mattina.

Ho trovato, ormai ingiallito, tra i ritagli di giornali che conservo da tanti anni, una striscia con 10 Regole per superare le depressioni e i disagi che evidentemente anche tanti anni fa erano grossi. Ve le trasmetto perché mi sembrano interessanti.

1. Dare. Fare qualcosa per gli altri, per aiutarli. Mettere a disposizione non solo il proprio denaro, ma anche il proprio tempo e le nostre idee.

2. Relazionarsi. Socializzare, stringere e rafforzare relazioni familiari e amicizie.

3. Muoversi. Prendersi cura del proprio corpo allontana la depressione.

4. Apprezzare. Accorgersi del buono che c’è intorno: bisogna fermarsi e osservare.

5. Mettersi alla prova. Imparare qualcosa di nuovo ci permette di imbatterci in nuove idee e di restare curiosi.

6. Direzione. Avere obiettivi da raggiungere anche piccoli ma realistici.

7. Resilienza. Trovare modi per superare gli imprevisti: non possiamo sapere cosa ci capiterà, ma si può decidere quale atteggiamento tenere.

8. Emozione. Cercare un approccio positivo con la realtà, mantenendo una visione realistica degli alti e bassi.

9. Accettazione. Star bene con il proprio modo di essere. Accettare se stessi aiuta ad accettare gli altri.

10. Significato. Far parte di qualcosa di più grande di noi. Trovare significati e scopi al di là di sé. Nella fede, nell’essere genitori, nonni, nelle cose che facciamo, nel lavoro.

Sembra facile. Ma non è così. Tutti noi siamo lontani ormai da ottimismi ingenui riguardo a soluzioni positive. Invece è proprio questo il tempo di cercare ancora. Non c’è un’altra strada per continuare il nostro cammino alla conquista di quel “gaudium nel mondo attuale” di cui Papa Francesco ha scritto e parla ogni giorno. Solo che bisogna provarci ogni giorno, senza rinunciare mai a cercare soluzioni anche piccole, a non lasciarci travolgere da tutto il negativo che c’è intorno a noi, e qualche volta anche dentro di noi. Qualcuno ci riesce e se lo incontri per strada ti sorride.

Noi in Parrocchia ci stiamo provando con “Amici 60 anni ...e più”. Ci troviamo per raccontarci le nostre storie e fare amicizia, per vedere insieme un film e poi parlarne, per aiutarci a vicenda se è possibile, per pranzare insieme la domenica se siamo soli, per telefonarci come vecchi amici, per fare una passeggiata o una visita culturale, per leggere insieme poesie dialettali e non, per festeggiare i nostri compleanni, per non avvilirci troppo per le forze che vanno diminuendo, per non vedere insomma il mondo tutto in nero. E altro abbiamo in mente.

È una piccolissima storia la nostra, scritta in autogestione e in letizia, anche se a volte abbiamo idee diverse su qualche problema. Cerchiamo di “star bene con il nostro modo di essere, perché accettare se stessi aiuta ad accettare gli altri” come dice la lista di prima. E questa già è una cosa utile, di questi tempi.

Rachele Filippetto


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Avvisi della Settimana

 

Mese dei Santi
e dei nostri Cari defunti 2019

Cari Parrocchiani, nel mese di novembre vi invitiamo a partecipare alla Santa Messa delle ore 19, che sarà celebrata
in ricordo dei defunti delle famiglie della Parrocchia,
distribuite via per via

Ecco il calendario delle intenzioni, giorno per giorno:

Zona Est (S. Caterina)

9 sabato Via Baldo degli Ubaldi
10 domenica Via C.Bofondi–Via C.Gennari–Via E.Albornoz
11 lunedì Via Aurelia dal n.336 al n.386–Via C.Mistrangelo
12 martedì Via Aurelia dal n.253 al n.391
13 mercoledì Via P.Bentivoglio
14 giovedì Via Aurelia dal n. 294 al n.306

Zona Sud (S. Teresa)

15 venerdì Via S. Pio V-Via F.M.Pirelli
16 sabato  Via dei Gozzadini

 

 

Gruppo "Amici 60 anni e più..."
mercoledì 13 novembre ore 16.00
esercizi per tenersi in forma-letture varie 

 

 

 

 

Lettera ai fedeli
delle diocesi laziali

 In occasione della solennità di Pentecoste, i vescovi del Lazio hanno indirizzato una lettera a tutti i fedeli delle diocesi laziali:

Carissimi fedeli delle diocesi del Lazio,
desideriamo offrirvi alcune riflessioni in occasione della solennità di Pentecoste che ci mostra l’icona dell’annunzio a Gerusalemme ascoltato in molte lingue: pensiamolo come il segno del pacifico e gioioso incontro fra i popoli che attualizza l’invito del Risorto ad annunciare la vita e l’amore.

Purtroppo nei mesi trascorsi ... (continua)