La Caritas di Roma dal primo dicembre ha attivato il Piano freddo diocesano in collaborazione con le parrocchie. Attività di accoglienza straordinaria, formazione per i volontari, sensibilizzazione della cittadinanza e una campagna di comunicazione che avrà per tema «Come in cielo, così in strada» che si svilupperà fino ad aprile 2020. Ma soprattutto, la Caritas invita tutti i romani alla donazione di coperte e sacchi a pelo da distribuire alle persone in difficoltà. La raccolta avverrà presso l’ostello Don “Luigi Di Liegro” (via Marsala, 109), alla Cittadella della Carità “Santa Giacinta” (via Casilina vecchia, 19), al Centro di Accoglienza “Gabriele Castiglion” di Ostia (Lungomare Toascanelli, 176).

Domenica 15 dicembre, terza del tempo di Avvento, inoltre, nelle chiese di Roma si celebrerà la Giornata della carità: la colletta delle Messe contribuirà a sostenere le iniziative del Piano Freddo nelle parrocchie. Il Piano prevede infatti l’attivazione di 200 posti di accoglienza straordinaria per i senza dimora che si aggiungono ai 600 posti che la Caritas offre durante tutto l’anno in collaborazione con Roma Capitale.

Alla Cittadella della carità Santa Giacinta di Ponte Casilino è stato allestito un centro di emergenza con 74 posti letto. Altri 130 posti sono stati messi a disposizione dalle parrocchie di Roma che partecipano all’iniziativa. Sono più di 30 le comunità attive nell’accoglienza e con gruppi di volontariato. È stato inoltre intensificato il Servizio notturno itinerante con sei equipe di operatori e volontari che, a partire dalle ore 20, ogni sera andranno a presidiare le zone in cui i senza dimora rischiano di rimanere isolati ed emarginati.

La Caritas attiva inoltre un centralino telefonico al numero 06.88815201 e la casella email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. a disposizione di chiunque intenda segnalare situazioni di particolare disagio e grave emarginazione su cui intervenire o che voglia impegnarsi come volontario nei gruppi notturni.

Parrocchie aperte l’estate per essere vicine agli anziani che vivono soli.

È l’iniziativa promossa da otto comunità coinvolte nel progetto “Quartieri Solidali” della Caritas di Roma - Santa Bernadette Soubirous, Santa Maria Ausiliatrice, Santa Maddalena de’ Pazzi, San Saturnino, Santissimo Sacramento, San Luca Evangelista, San Pio V e Nostra Signora di Lourdes - che nei mesi più caldi manterranno attive le segreterie dell’assistenza domiciliare leggera per sostenere tutte le persone anziane.

Il progetto “Quartieri Solidali” ha lo scopo di favorire nelle parrocchie una maggiore consapevolezza del mondo degli anziani. Attraverso degli itinerari si cerca di approfondire la realtà degli anziani del proprio territorio per individuare gli interventi che possono essere più aderenti ai loro bisogni.

L’obiettivo del progetto – finanziato con fondi 8xMille della Cei – è prendersi cura degli anziani fragili, attraverso lo sviluppo di comunità. Le attività proposte riguardano tre aspetti: la socializzazione, l’assistenza domiciliare leggera e il progetto condomini solidali per realizzare e sviluppare, a favore degli anziani, fragili, una rete di solidarietà, di prossimità con gli abitanti del quartiere. Il progetto è aperto a tutte le comunità parrocchiali interessate ad attivarlo.

 

Per informazioni:

Caritas Diocesana/Area Educazione al Volontariato-Servizio Aiuto alla Persona

tel. 06.88815150; e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Parrocchia San Pio V: 333 6570742

 

 

C’è stato, subito dopo la seconda guerra mondiale, nel 1945–46, un evento che ha coinvolto molti nostri connazionali: l’emigrazione. Emigrarono infatti in quegli anni per l’Argentina, il Canada, gli Stati Uniti, la Francia e la Svizzera 19 milioni di italiani. Moltissimi si trasferirono dal Sud al Nord d’Italia per cercare lavoro. Fu una necessità dettata dalla situazione in cui era il nostro Paese e molte altre nazioni europee in quegli anni: città e paesi bombardati, comunicazioni quasi interrotte, ridotta presenza di uomini, ma soprattutto grande e diffusa povertà di mezzi economici. In quegli stessi anni molti nostri concittadini aiutarono la rinascita del nostro Paese. Anche le donne italiane, che esercitarono per la prima volta il loro diritto di voto nel 1946, furono molto presenti e attive in questo nuovo fenomeno.

I nostri migranti partivano con la prospettiva di non poter avere la possibilità di comunicare con le loro famiglie di origine, così… alla ventura. Non conoscevano la lingua dei paesi stranieri o il dialetto delle regioni del Nord dove arrivavano, con bagagli di cartone e borse piene di pagnotte, portando con sé insieme a queste cose i segni della povertà attaccati ai loro abiti, alle poche cose che avevano. Per tutti loro questo evento era doloroso e difficile. Per i disagi del viaggio, quasi sempre ammassati nelle stive dei transatlantici o nei treni sovraffollati, per i pericoli sconosciuti a cui sicuramente sarebbero andati incontro. Oggi conosciamo dai documenti che sono stati trovati, la diffidenza e i pregiudizi che le autorità degli Stati Uniti e di altre nazioni esercitavano sui nostri emigranti prima di farli passare per un severissimo controllo sanitario e sociale che non tutti superavano. Sappiamo che venivano trattati con molta durezza nei controlli, che potevano durare anche mesi. Ormai tutto questo è finalmente a nostra conoscenza.

Le famiglie che questi nostri connazionali lasciavano, molte nostre famiglie, erano naturalmente preoccupate e addolorate per figli e nipoti di cui non avrebbero avuto notizie per molto tempo. Ma superavano questo dolore pensando che nelle terre dove arrivavano i loro figli avrebbero avuto una vita migliore che al loro paese, un lavoro, un avvenire. Lo si legge nelle lettere che gli immigrati di quegli anni mandavano ai loro genitori e amici in Italia. Non ci sono, in queste lettere, espressioni di rammarico e di denuncia dei trattamenti dolorosi a cui solo ora sappiamo erano sottoposti prima di essere ammessi nelle terre di immigrazione d’oltremare e in Europa. Infatti, anche chi andava in Svizzera doveva accettare una dura e incomprensibile realtà. La Svizzera non accettava che i nostri emigranti avessero bambini. I bambini che nascevano non avevano identità giuridica, non potevano essere registrati all’anagrafe, erano inesistenti per il governo svizzero. Vivevano i primi anni chiusi nelle case dei loro genitori e quando avevano sei anni venivano affidati ai nonni in Italia. Chi ha insegnato a Roma in quegli anni lo ricorda benissimo.

L’emigrazione fu sì un fenomeno particolare degli anni del dopoguerra in Italia e in altre nazioni europee, ma sappiamo che è sempre stato un fenomeno ricorrente nella storia umana. L’emigrare, lo spostarsi dalla propria terra, per sopravvivere e migliorare la propria condizione umana è la storia degli uomini, fin dalle origini del genere umano. Andare in luoghi diversi dal proprio, mescolarsi con abitanti della terra diversi da quelli di origine, ha sempre giovato sia ai nuovi venuti sia ai residenti del posto. Questi spostamenti hanno sempre fatto nascere conoscenze nuove, abitudini nuove, imparare nuove lingue comuni. In uno scambio vicendevole di storie. Questa cosa ha fatto crescere le potenzialità di tutti e ha permesso la nascita di nuove conoscenze, ha innescato nuovi processi di vita. Questo è ben chiaro nel lungo periodo.

Il contatto tra quelli che vivono la realtà di un mondo nuovo e quelli che vivono da anni nel luogo d’arrivo dei nuovi abitanti provoca a volte, soprattutto nel primo periodo, disagi e scontri. Questo è sempre successo nella storia del genere umano. E succede purtroppo anche oggi in molte terre, anche nel nostro Paese e in molte parti d’Europa in maniera molto violenta, con modalità che si fa fatica a capire. Sembra a volte che in questi anni l’”umanità” non sia più moneta corrente.

Rachele Filippetto

Ospedale. Tempi giornalieri vissuti al ritmo dei farmaci da assumere, delle analisi da fare, delle lastre, della visita del medico, delle medicine…

Tutto arriva mentre leggi, mentre mangi, mentre preghi.

Sei un ”paziente”. Con un numero. Qualche infermiere si ricorda che hai anche un nome. Di te interessa quasi solo la tua malattia. E così finisci a volte per crederci anche tu. Quasi diventi la tua malattia. Cominci la mattina presto i tuoi pensieri, quasi non riesci a pensare ad altro. Ti imponi un atteggiamento diverso ma quasi sempre non ci riesci. Cerchi di cambiare, di pensare alla tua vita spirituale, leggi. Ma spesso non ce la fai ad allontanare l’ospedale dal tuo cervello.

E poi ancora nell’ospedale ci sono le “competenze”. Se chiedi a un inferniere che ti fa un prelievo il piacere di raccogliere un libro che ti è caduto, non lo fa. Ti risponde: non è mia competenza. Non è che Adam Smith si è allargato un po’ troppo con le sue idee liberiste? Boh!

Ore 18. Arriva la cena! Questa è la regola.

E questa è la mia esperienza.

Rachele Filippetto

Mentre nelle acque del Mediterraneo i migranti continuano a morire, a Riace – paesino della costa ionica calabrese – si coltiva la speranza di “un altro mondo possibile”, dando vita al sogno di una pacifica convivenza tra culture diverse. Dunque Riace, patria dei bronzi oggi oggetto per la loro presenza (o meno) a Expo 2015. Qui il sindaco ha risollevato le sorti del paese – afflitto da un sempre maggiore spopolamento e dalla fortissima cappa imposta dalla ‘ndrangheta – proprio aprendo le porte ai migranti.

All’interno di un contesto nazionale nel quale viene chiesta alle Forze dell’ordine una stretta contro l’abusivismo sulle spiagge per fermare ‘orde di vu cumprà’ colpevoli di infastidire la serenità degli italiani in ferie, e mentre le mafie sfruttano senza pietà anche il lavoro di migranti e rifugiati, questa piccola realtà resiste ed è capace di inseguire un grande sogno.

Come recita la scritta che ti accoglie all’entrata del paese, Riace è infatti diventata da più di un decennio ‘paese dell’accoglienza’. Molto si deve alla tenacia del Sindaco, costretto a resistere anche alle minacce mafiose sia personali che familiari. Eletto per la prima volta nel 2004 e ormai al suo terzo mandato, nel 1999 ha fondato insieme ad altri l’associazione ‘Città futura’ (dedicata a don Giuseppe Puglisi, prete ucciso dalla mafia a Palermo nel ’93) per dare ospitalità ai profughi aderendo a quello che allora era il PRA (Programma Nazionale Asilo) e oggi è il progetto SPRAR (Sistema di Protezione per i Richiedenti Asilo e Rifugiati). Dopo di essa, ne sono sorte altre quattro che gestiscono il programma di accoglienza e che danno ospitalità a circa 100 migranti provenienti dal Nord Africa, oltre alle 15 persone inserite nello Sprar.

In questo modo il paesino della Locride ha ripreso vita. Si è rafforzato il tessuto sociale, si è salvata una scuola che stava per chiudere e si sono create nuove opportunità occupazionali attraverso l’istituzione di quattro laboratori e botteghe artigianali (tessile, di ceramica, del vetro, del legno) dove lavorano fianco a fianco, in attesa che un’altra piccola azienda prenda vita, locali e migranti. Il recupero del Comune (parte della rete Recolsol – rete dei Comuni Solidali) è passato anche attraverso la ristrutturazione architettonica delle case, destinate tanto all’accoglienza quanto all’esperimento del ‘turismo solidale’ con il quale si permette l’affitto a vacanzieri che intendono conoscere la realtà locale. Un ‘modello Riace’ celebrato dal famoso regista Wim Wenders che ha deciso di realizzarvi un documentario intitolato ‘Il Volo’.

Una comunità sembra dunque avere nel suo Dna la filosofia dell’accoglienza tanto che i suoi patroni (felice coincidenza?) sono i Santi Cosma e Damiano, protettori del popolo Rom che ogni anno a settembre si riunisce nelle strade di Riace per la festa patronale. Questo sogno e questo modello però rischiano di interrompersi. Il Sindaco nel 2012 è addirittura dovuto ricorrere allo sciopero della fame dopo la mancata erogazione per un anno dei fondi stanziati al progetto di accoglienza ‘Emergenza Nord Africa’ al Comune e a quello della vicina Caulonia da parte della Protezione Civile.

Insomma, se pur inserito in un contesto globale che sembra sempre più deciso a perseguire altri orizzonti, Riace vuole continuare a vivere con la decisa consapevolezza – come avrebbe detto Fabrizio De Andrè – di voler ‘lasciare ai propri occhi quei sogni che non fanno svegliare’.

M.C.


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Foto

 

Madonna del Riposo, guariscici, o almeno dacci una tregua. Accoglici in braccio come qui fai con tuo Figlio.
Tutti nel dolore ridiventiamo bambini. Continua a sorriderci, o Maria, perché non ci perdiamo nel buio.

 

 

  • Editoriale

    • Tra vicinanza e distanza

      Tra vicinanza e distanzaStiamo con fatica imparando quello che prima era automatico: il giusto rapporto tra vicinanza e distanza di sicurezza. Salvarci dagli altri per salvare gli altri da noi. È talmente inserito nel nostro DNA il bisogno di incontro, di abbraccio, di contatto, che ci è difficile pensare che siamo frutto anche del distacco: dal grembo materno, da casa, dall'infanzia. Senza contatti non possiamo...

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Da lunedì 18 maggio riprendono

le Messe con la presenza di fedeli

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Restano sospesi gli incontri del catechismo e di tutti i gruppi

 

  

  

  

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