(Mt 20,1-16) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

 

La parabola di questa domenica, sconcertante per la nostra logica, non vuole suggerire, va detto subito, un codice di morale sociale, anche se può avere riflessi interessanti sul modo di immaginare e di organizzare i rapporti di lavoro.

La parabola vuole piuttosto parlarci di Dio e dell’uomo. Gesù anzitutto si propone di farci conoscere il Padre.

E il Padre - ecco l’immagine che ci viene affidata - si comporta in un modo molto strano.

A lui si dovrebbero applicare le parole trovate nella prima lettura, prese dal libro di Isaia: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie». Effettivamente c’è una distanza enorme tra il suo modo di agire e il nostro.

Che cosa troviamo di singolare nel suo comportamento? È difficile dirlo subito.

All’inizio abbiamo l’impressione che ci sia come un’eccentricità, una bizzarria, un eccesso, qualcosa insomma che non ci sembra normale. È un comportamento, in altre parole, che ci sconcerta e ci mette a disagio. Potremmo dire: «Non siamo d’accordo: così non va».

D’altra parte sappiamo che Dio non va giudicato secondo le nostre categorie morali. Qui sta di solito il nostro errore. Noi, per esempio, abbiamo una certa idea di giustizia. A partire da quest’idea arriviamo perfino a pensare che Dio, in certi momenti sia ingiusto. Bisogna invece rovesciare questo tipo di giudizio.

Cominciamo a contemplare in Dio l’idea vera, nuova, originale, divina appunto, riguardante ciò che è giusto e, una volta che l’abbiamo intuita, applichiamola ai nostri comportamenti. Succederà allora che, invece di mettere sotto accusa Dio, arriveremo a mettere sotto accusa noi stessi. Arriveremo cioè a capire che la nostra pretesa giustizia alla luce della giustizia divina, è in realtà una forma raffinata di ingiustizia.

Chi è Dio? Come è Dio? Quali sono i sentimenti di Dio? Come si comporta Dio?

Sono queste le domande che ci devono appassionare perché da esse dipende anche l’immagine ideale dell’uomo.

Chi è Dio? Gesù ci dice: Dio è bontà, è amore assoluto. E Gesù inoltre ci fa capire che l’amore di sua natura è sempre un po’ irragionevole e folle.

Il nostro amore, certo, spesso è calcolato, programmato, razionale, ma appunto per questo non è amore autentico. Il vero amore ha sempre qualcosa di anormale e di incomprensibile.

Lo dimostra l’amore divino. Come possiamo noi chiuderlo nelle strettezze dei nostri sistemi e giudicarlo secondo i nostri parametri morali?

Non siamo noi che dobbiamo insegnare a Dio come e fino a che punto si debba amare, ma è lui, Dio, che deve insegnarlo a noi. «Dio è buono» ci dice Gesù.

Dio è follemente buono. E tanto buono che chiama a qualsiasi ora del giorno e tiene pronta per ciascuno, anche per gli ultimi, una ricompensa immeritata.

La parabola, a questo punto, da discorso su Dio si converte in discorso sull’uomo.

Ci sono due categorie di persone a cui si rivolge in modo particolare: gli ultimi e i primi.

Gli ultimi, al tempo in cui fu scritto questo Vangelo, erano i pagani (chiamati all’undicesima ora mentre i giudei erano quelli della prima ora) e poi ancora i pubblicani, i peccatori, le prostitute, i poveri i quali, proprio perché poveri, non erano in grado di rispettare tutte le prescrizioni cultuali imposte dai farisei di stretta osservanza.

Volendo attualizzarsi la parabola, quante persone ancora oggi dovrebbero figurare tra gli ultimi. Penso, per esempio, a tutte quelle persone la cui vita non va come dovrebbe.

I loro successi sono scarsi. A volte del tutto inesistenti. Abituate a essere gli ultimi, si sono perfino convinte che la loro sorte è irreversibile. Sono segnate dentro, nella coscienza.

A queste persone Gesù vuol far giungere una parola di speranza. Agli occhi di Dio voi non siete gli ultimi. Siete qualcuno. Anzi siete i primi. Perché l’uomo non vale solo per quello che fa o produce. In ogni uomo c’è qualcosa di assoluto che trascende ogni situazione sociale.

Là dove c’è attesa e invocazione, là c’è una dignità che oltrepassa tutti i meriti umani.

La parabola ha una parola anche per i primi. Ci pare di conoscerli, oggi.

Sono i forti, i capaci, i giusti, quelli che hanno la coscienza di essere onesti, quelli che godono di una buona posizione e si dicono soddisfatti: «Me la sono conquistata io, con le mie forze». Perché reagiscono di fronte alla generosità accordata agli ultimi e - come dice la parabola - hanno «l’occhio cattivo»?

Si può capire. Abituati a pensare che tutto deve essere regolato in modo preciso e che ciascuno vale per quello che rende, si trovano davanti a qualcosa di imprevedibile che manda in crisi la loro sicurezza.

Ecco perché coloro che sono convinti che tutto si debba meritare, non sopportano la bontà.

A questi Gesù vorrebbe dire: «Invece di rattristarvi, perché non condividete la gioia di coloro che ricevono qualcosa di immeritato?

Che cosa aspettate a entrare anche voi nel gioco meraviglioso della bontà di Dio?

E perché non pensate che anche voi avete ricevuto gratuitamente dal momento che qualcuno vi ha chiamati mentre avrebbe potuto fare senza di voi?».

Ancora una volta siamo chiamati tutti a convertirci. Dall’occhio malvagio all’occhio buono.

Dalla ragione (la nostra ragione, il nostro diritto) al cuore. Gesù vuole uomini stupiti.

I veri cittadini del Regno non possono essere uomini imbronciati e rattristati, ma uomini stupiti. Dobbiamo educarci tutti a questo stupore, perché tutti abbiamo la possibilità di vedere quanto è buono il nostro Dio. Anche se siamo operai della prima ora.

Altrimenti rischiamo di andare incontro a una grande tristezza. Non sapere per chi abbiamo lavorato.

Don Donato

(Mt 18,21-35) In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

 

Riprendiamo il breve commento ai Vangeli della Domenica con un dialogo tra Gesù e Pietro, come ce lo trasmette il Vangelo di Matteo.

Pietro riassume parecchi dei dubbi umani che anche noi abbiamo nei confronti del perdono:

“Quante volte?” La pretesa di contare, di fissare un limite invalicabile. “adesso basta, c’è un limite a tutto”. Avere paura di esagerare.

“Quante volte dovrò”. Il perdono come imposizione, un peso, non come una possibilità, un atto creativo, sorprendente, insolito, che cambia il modo di vivere e di vedere l’altro.

“Se pecca contro di me”. Pietro è convinto che sono sempre gli altri che sbagliano. Non gli sfiora il sospetto che anche lui deve lasciarsi perdonare.

Per fortuna Pietro è esperto di debolezza e quindi di misericordia, dopo averla capita sulla sua pelle.

Gesù risponde con una parabola che ci parla anzitutto di come Dio agisce. Il padrone che condona tutto il debito del servo sembra esagerato. Ma se mancasse questa esagerazione penseremmo che il criterio di Dio nei nostri confronti rassomiglia troppo alla nostra logica. Cioè quella del servo che subito dopo aver ricevuto il condono totale si scaglia contro un altro servo per ricevere una piccola somma. Il perdono che ha ricevuto non gli ha insegnato niente. Prende alla gola il servo e lo getta in prigione.

Perché dunque perdonare?

La prima motivazione è semplicissima: perché Dio ama perdonare.

Vogliamo assomigliare al Padre?

Dobbiamo perdonare anche noi.

Altrimenti ci crediamo più giusti di Dio e non portiamo in noi l’impronta della sua misericordia.

La seconda ragione per perdonare è pure molto semplice: noi siamo stati perdonati.

Il perdono è dunque una forma di riconoscenza.

Come mostra la parabola, il re non ha rimproverato il servitore di avere consegnato il compagno alle guardie: era suo diritto pretendere dall’amico il dovuto.

Gli ha rimproverato piuttosto la sua mancanza di gratitudine: «Come hai potuto, tu che avevi conosciuto la bellezza del perdono, non concedere il perdono a un altro miserabile come te?».

Come possiamo noi, perdonati ogni giorno dal Signore, non comprendere che il modo migliore di esprimere la gratitudine è quello di perdonare?

C’è un’altra ragione che ci deve muovere al perdono, ed è la necessità.

Andiamo incontro a un giudizio.

Come saremo giudicati?

Gesù ci ha ricordato che la misericordia di Dio è legata alla nostra («rimetti a noi i nostri debiti...»).

Non che il nostro perdono possa essere causa del perdono di Dio (il perdono di Dio non dipende dal nostro), ma certo ne è la condizione.

In altre parole: il perdono di Dio è un dono immeritato che ci raggiunge solo a condizione che anche noi sappiamo perdonare.

Ma non basta capire che bisogna perdonare.

Il problema più difficile è un altro: dove trovare quel dinamismo interiore che ci permette di vincere ogni resistenza? Nietzsche diceva: «E disumano benedire quando vi si maledice». Certo, è disumano se il nostro cuore è semplicemente umano. Non è disumano, anzi è divino, se il nostro cuore ha conosciuto l’amore di Dio.

Per questo il perdono cristiano ha il suo segreto nella preghiera, in quello spazio di silenzio in cui ci si mette davanti a Dio e Dio ci comunica la sua fiducia, la sua speranza, il suo ottimismo, la sua passione di creare situazioni nuove e liberanti.

Il nostro sistema di pesi e di misure non cambia il volto dell’umanità.

Occorre una dismisura: quella del perdono.

Allora ciò che prima era bloccato si scioglie e si apre su un orizzonte di speranza.

Io sciolgo chi mi ha offeso (il verbo perdonare, in greco aphiemi, vuol proprio dire: “lasciar andare”, “lasciare libero”), ma così facendo libero anche me stesso.

Prima c’era come una corda che mi legava al mio debitore. Ora questa corda viene troncata.

Entrambi siamo liberi:

liberi di inventare, insieme, tra noi e con gli altri, un rapporto nuovo;

liberi di assomigliare un po’ di più al nostro Dio; liberi di non temere più giudizio di Dio perché la sua misericordia è sempre più grande della nostra.

 

Don Donato

(Mt 16,21-27) In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

 

Se qualcuno vuole venire dietro a me... Vivere una storia con lui, ha un avvio così leggero e liberante: se qualcuno vuole. Se vuoi. Tu andrai o non andrai con Lui, scegli, nessuna imposizione; con lui «maestro degli uomini liberi», «fonte di libere vite» (D.M. Turoldo), se vuoi. Ma le condizioni sono da vertigine.

La prima: rinnegare se stessi. Un verbo pericoloso se capito male. Rinnegarsi non significa annullarsi, appiattirsi, mortificare quelle cose che ti fanno unico. Vuol dire: smettila di pensare sempre solo a te stesso, di girarti attorno. Il nostro segreto non è in noi, è oltre noi. Martin Buber riassume così il cammino dell'uomo: «a partire da te, ma non per te». Perché chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.

La seconda condizione: prendere la propria croce, e accompagnarlo fino alla fine. Una delle frasi più celebri, più citate e più fraintese del Vangelo. La croce, questo segno semplicissimo, due sole linee, lo vedi in un uccello in volo, in un uomo a braccia aperte, nell'aratro che incide il grembo di madre terra. Immagine che abita gli occhi di tutti, che pende al collo di molti, che segna vette di monti, incroci, campanili, ambulanze, che abita i discorsi come sinonimo di disgrazie e di morte. Ma il suo senso profondo è altrove. La croce è una follia. Un «suicidio per amore», sosteneva Alain Resnais. Gesù parla di una croce che ormai si profila all'orizzonte e lui sa che a quell'esito lo conduce la sua passione per Dio e per l'uomo, passioni che non può tradire: sarebbe per lui più mortale della morte stessa.

Prendi la tua croce, scegli per te qualcosa della mia vita. Di lui, il coraggioso che osa toccare i lebbrosi e sfidare i boia pronti a uccidere l'adultera; il forte che caccia dal tempio buoi e mercanti; il molto tenero che si commuove per due passeri; il rabbi che ama i banchetti e le albe nel deserto; il povero che mai è entrato nei palazzi dei potenti se non da prigioniero; il libero che non si è fatto comprare da nessuno; senza nessun servo, eppure chiamato Signore; il mite che non ha vinto nessuna battaglia e ha conquistato il mondo. Con la croce, con la passione, che è appassionarsi e patire insieme. Perché «dove metti il tuo cuore là troverai anche le tue ferite» (F. Fiorillo).
Se vuoi venire dietro a me...

Ma perché seguirlo? Perché andargli dietro? È il dramma di Geremia: basta con Dio, ho chiuso con lui, è troppo. Chi non l'ha patito? Beato però chi continua, come il profeta: nel mio cuore c'era come un fuoco, mi sforzavo di contenerlo ma non potevo. Senza questo fuoco (roveto ardente, lampada, o semplice cerino nella notte), posso anche guadagnare il mondo ma perderei me stesso.

Ermes Ronchi

 

(Mt 18,15-20) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

 

Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro. In mezzo a loro, come collante delle vite. Essere riuniti nel suo nome è parola che scavalca la liturgia, sconfina nella vita, Quando due o tre si guardano con verità, lì c'è Dio. Quando gli amanti si dichiarano: tu sei la mia vita, osso delle mie ossa, lì c'è Dio, nodo dell'amore, legame saldo e incandescente. Quando l'amico paga all'amico il debito dell'affetto, lì c'è Cristo, uomo perfetto, fine ultimo della storia, energia per ripartire verso il fratello, che se commette una colpa, tu vai, esci, prendi il sentiero e bussi alla sua porta. Forte della tua pienezza.

Ciò che legherete sulla terra, ciò che scioglierete... Legare non è il potere giuridico di imprigionare con giudizi o sentenze; sciogliere non significa assolvere da qualche colpa o rimorso. Indica molto di più: il potere di creare comunione e di liberare. Come mostra Gesù, alle volte mano forte che afferra Pietro quando affonda e lo stringe a sé; alle volte gesto tenero che scioglie la lingua al muto, disfa i nodi che tenevano curva una donna da diciotto anni (Luca 13,11) e la restituisce a una vita verticale. Ogni volta che fai germogliare comunione o liberi qualcuno da qualche patibolo interiore, lì sta lo Spirito di Gesù. In mezzo: non semplicemente nell'io, non soltanto nel tu, ma nel legame, nel “tra-i-due”. Non in un luogo statico, ma nel cammino da percorrere per l'incontro.

Dio è un vento di libertà e di alleanza. E noi, fatti a sua immagine. Appena prima di queste dinamiche, Matteo ha messo in fila una serie di verbi di dialogo e di incontro. Se il tuo fratello sbaglia con te, va' e ammoniscilo: fai tu il primo passo, non chiuderti in un silenzio rancoroso, allaccia il dialogo. E ammoniscilo. Cosa significa ammonire? Alzare la voce e puntare il dito? Era venuto Giovanni, profeta drammatico, che brandiva parole come lame (la scure è posta alla radice...). Poi è venuto Gesù ed ha capovolto il dito puntato, in carezza. Lui ammonisce i peccatori (in casa di Zaccheo, in casa di Levi) mangiando con loro; non con prediche dall'alto del pulpito, ma stando ad altezza di occhi, a millimetro di sguardi. Ammonisce senza averne l'aria, con la sorpresa dell'amicizia, che ricompatta quelle vite in frantumi. Chi ci ama ci sa rimproverare, chi non ci ama sa solo ferire o adulare.

Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello. Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo, ogni persona un talento per la chiesa e per la storia. Investire in questo modo, investire in legami di fraternità e libertà, di cura e di custodia, è l'unica economia che produrrà vera crescita del bene comune.

Ermes Ronchi

 

(Mt 16,13-20) In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

 

Ogni anno, verso la fine dell'estate, la liturgia ripropone la bellissima domanda di Gesù, ogni anno con un evangelista diverso: ma voi chi dite che io sia? Inizia con un «ma», una avversativa, quasi in opposizione a ciò che dice la gente, perché non si crede per sentito dire, né per tradizione o per allinearsi alla maggioranza.

Come un amo da pesca (la forma del punto di domanda ricorda quella di un amo), che scende in noi per agganciare la risposta vera: ma voi, voi dalle barche abbandonate, voi che camminate con me da anni, voi amici che ho scelto a uno a uno, che cosa sono io per voi? Gesù non cerca parole, cerca rapporti (io per te); non vuole definizioni esatte ma coinvolgimenti: che cosa ti è successo, quando mi hai incontrato? La sua domanda assomiglia a quelle degli innamorati: quanto conto per te? Che posto ho, che importanza ho nella tua vita?

Gesù non ha bisogno della risposta dei dodici, e della mia, per sapere se è più bravo degli altri profeti, ma per sapere se sono innamorato, se gli ho aperto il cuore. Cristo non è nelle mie parole, ma in ciò che di Lui arde in me. Il nostro cuore può essere la culla o la tomba di Dio. La risposta di Pietro ha due tempi: Tu sei il Messia, sei la mano di Dio, la sua carezza, il suo progetto di libertà. Poi aggiunge: sei il figlio del Dio vivente. Colui che fa viva la vita, il miracolo che la fa fiorire, grembo gravido, fontana da cui la vita sgorga potente, inesauribile e illimitata.

Beato te, Simone, roccia... Pietro decifrando la sacralità di Gesù, ha esplorato qualcosa della propria. L'ho provato anch'io: ogni volta che mi sono avvicinato a lui, che mi sono fermato e l'ho pregato davvero ho scoperto qualcosa di me; ho capito meglio chi sono e che cosa sono venuto a fare quaggiù. Forse anch'io piccola roccia? Non certo macina da mulino, ma piccola pietruzza soltanto. Eppure, per lui, nessuna piccola pietra è inutile.

Ciò che legherai, ciò che scioglierai... Non si tratta del potere di assolvere o scomunicare gente, ma la rivelazione che in noi cielo e terra si abbracciano. Gesù non è venuto a instaurare altri poteri, ma ha capovolto il sistema del potere in quello del servizio. Non porta in dote un potere, ma una possibilità: diventare una presenza trasfigurante anche nelle esperienze più squallide, più impure, più alterate dell'uomo. Facendo cose che Dio solo sa fare: perdonare i nemici, trasfigurare il dolore, immedesimarsi nel prossimo, vivere vita donata, gesti che dentro hanno eternità. Un potere trasfigurante che porta Dio nel mondo, e il mondo in Dio. Che può fare di ciascuno di noi una piccola pietruzza sulla quale edificare una porzione di mondo nuovo.

Ermes Ronchi

 


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Foto

 

Madonna del Riposo, guariscici, o almeno dacci una tregua. Accoglici in braccio come qui fai con tuo Figlio.
Tutti nel dolore ridiventiamo bambini. Continua a sorriderci, o Maria, perché non ci perdiamo nel buio.

 

 

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