(Mt 21,34-36) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Mi ha colpito la foto apparsa sui giornali qualche giorno fa: una ragazza in piedi su una macchina per ore ad aspettare di vedere la mamma, ricoverata per il Covid, attraverso la finestra dell’ospedale di Como.

È proprio vero: amare è attendere, diceva Simone Weil, anzi, l’attenzione è la forma più rara e pura della generosità.

Attesa e attenzione: i due nomi dell’Avvento. Tendere mente e cuore verso qualcuno.

E Dio è amore in attesa. Ma anche  l’uomo che attende la vita, che  è già dentro di noi. Come la mamma che aspetta il bambino. Come argilla pronta ad essere plasmata nelle mani di Dio. Immagine stupenda dalla creazione in poi: Dio è un artista innamorato delle sue creature, incompiute, incamminate verso forme sempre più alte. Umanità che riconosce la fragilità ma anche le tante forme della propria realizzazione.

Il rischio in questo cammino è un cuore indurito. Dalle delusioni, dalla fatica di vivere, dalla sensazione di essere abbandonati. “Perchè ci lasci indurire il nostro cuore lontano da te?” dice Isaia, uno dei nostri amici di questo Avvento. La sensazione di non essere amati produce la violenza del cuore indurito.

Ma Dio è qui. Allora “state attenti” dice Gesù. Che non è minaccia di castigo, né sforzo titanico di buona volontà, ma buona notizia, attenzione pura, nobile, ai nostri desideri profondi, e quindi alla presenza di Dio in noi, alle lacrime e alle domande di chi ci vive accanto, ai silenzi di chi non ce la fa, al rispetto verso il creato. Mettendo in conto che i nostri calcoli sul futuro non ci proteggono e che Dio ci troverà spesso addormentati nella tentazione della non-speranza.

Cesare Pavese al colmo del suo dolore esistenziale, ha scritto: “aspettare è ancora un’occupazione. E’ non aspettare niente che è terribile”. Oggi addormentarci significa forse questo: non aspettare più niente dalla vita.

Che Dio ci scuota dal nostro sonno: se aspettiamo il Signore che viene, nulla diventa irrimediabile. A Lui basta scoprire che non abbiamo cancellato dal nostro cuore il desiderio del suo ritorno.

Don Donato

 

(Mt 25,31-46) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

 

Ogni religione ha la descrizione di un giudizio alla fine del mondo, che è separazione. A chi tocca la salvezza e a chi no. Fin qui niente di nuovo. Ma il Vangelo di Matteo sconvolge la nostra immaginazione riguardo a quel momento, anche perché il Vangelo è collocato proprio nella solennità di Cristo Re dell’Universo. E Cristo non ha affatto i comportamenti e la faccia da Re, almeno come i re della terra che conosciamo e che governano o regnano.

Prima sorpresa. Il giudizio si tiene in terra. Ogni giorno è il giorno del giudizio finale. E non veniamo giudicati sulle pratiche religiose (che pure sono importanti, ma non bastano... specialmente quando risultano troppo difficili).

No. Il giudizio non avviene dopo che abbiamo chiuso gli occhi. Il giudizio si fa soltanto se teniamo gli occhi bene aperti. Anzi, la colpa imperdonabile sarà proprio quella di non avere spalancato abbastanza gli occhi.

Quando chiuderemo gli occhi... sarà troppo tardi per il giudizio.

Seconda sorpresa. Il giudizio di Dio non riguarderà le nostre persone ma le nostre relazioni. Dio giudicherà non guardando me, ma guardando intorno a me, se qualcuno è stato consolato da me, se ha ricevuto speranza e forza per il cammino, e pane e acqua per oggi e domani. Prenderci cura. Questo sarà il giudizio. E il pericolo più grande non saranno le nostre debolezze. Non dobbiamo aver paura del giudizio di Dio ma della nostra indifferenza. Perché il giudizio sarà sulle cose buone che abbiamo fatto e non sul male. Per le mani sporche c’è il perdono di Dio, ma per una vita spenta, vuota, che salvezza può esserci? E il cuore di Dio non è un elenco dei nostri peccati, ma l’elenco dei gesti di bontà, di lacrime raccolte e asciugate.

Terza sorpresa. Se vogliamo trovare il nostro re, non dobbiamo cercarlo nei trionfi, nelle feste grandiose, in una cornice di solennità, nelle manifestazioni di piazza.

Lì è assente più che giustificato. Le grandi sfilate, le parate imponenti non gli interessano.

Facciamole pure, se ci piacciono tanto. Ma sappiamo che Lui è altrove.

Lui  ama altre rassegne. Dove c'è qualche disperso, Lui è impegnato nella ricerca.

Dove c'è qualcuno stanco, sfiduciato, smarrito, è al suo fianco. Dove c'è una pecora malata o ferita, le presta tutte le cure. Ecco perché non ha tempo di partecipare ai nostri cortei. Dove non c'è nessuno, c’è Lui...

Qualsiasi sofferente, qualsiasi affamato, qualsiasi bisognoso, qualsiasi uomo privato della libertà o minacciato nella vita. Ha la faccia di un poveraccio, di un uomo di colore (di qualsiasi colore...), di un disgraziato, di uno che sta lontanissimo da noi e di uno che ci sta accanto, magari nella nostra famiglia.

Ha la faccia da uomo. Il nostro re viene accolto o respinto tutte le volte che un uomo accoglie o respinge un altro uomo. La sua reggia è la miseria degli uomini.

E sta sempre in attesa. Aspetta che gli uomini diventino più uomini.

Quarta sorpresa. Sia i “benedetti” che i “maledetti” sono sorpresi. “Quando mai, Signore, ti abbiamo fatto o non fatto tutto questo?”. Ogni volta che... basterà questo per essere suoi discepoli, per trovarlo sempre di nuovo nelle sofferenze su questa terra. Non per rassegnarci ad ogni sofferenza, ma per togliere dalla croce Cristo nei poveri crocefissi della storia.

Don Donato

 

(Mt 25,1-13) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

 

Gesù che dice “non sapete né il giorno né l’ora” risulta scomodo, quasi incomprensibile. L’ora di cosa? A noi risulta già difficile sopportare il ritardo di un autobus o del pacco che dovrebbe arrivare per posta, o sapere perché la fila alla posta non si muove, figuriamoci pensare di calcolare in tutto e per tutto quello che ci succederà alla fine dei nostri giorni sulla terra.

È l’incontro con lo sposo, ci dice il Vangelo. L’incontro con la Sapienza, suggerisce la prima Lettura di oggi. Perché la questione è proprio questa: il regno di Dio, il mondo come Dio lo vuole è simile a gente che esce per andare incontro. Tutti noi conosciamo la gioia di incontrare le persone che amiamo. Questa nostra vita, appassionata ed amata è un andare incontro.

Andare incontro allo sposo che viene nella notte, che viene come saggezza del vivere. Uscire e affrontare spazi aperti. Sappiamo quanto questo sia difficile nel tempo che viviamo. Ma proprio per questo ci servono lampade, perché possiamo essere presenze luminose nel buio della vita. Non esperti di notte, ma di luce. Capaci di parlare di un’alba che arriva, nonostante le tenebre in cui camminiamo.

Invito all'incontro e invito a rimanere accesi, come lampade. La parabola è tutta qui. Una vita accesa o una vita spenta. Ma come si mantengono accese le lampade?

La parabola aggiunge: tutte quelle ragazze si addormentano, le stolte e le sagge. Perché la fatica di vivere, di credere, porta tutti a momenti di scoraggiamento, di abbandono, di sonno. Il vero problema è risvegliarsi alla voce di mezzanotte, al grido che indica lo sposo, ravvivare il cuore e andare. Non importa, (o meglio, metti in conto che) se ti addormenti, se ti stanchi, se la tua vita sembra appassire. Dio è una voce che ti risveglia.

Allora la fede sarà sempre vivere di fiducia e riconoscere il cammino da fare, le tue buone opere saranno la luce che accende la tenebra.

Don Donato

(Mt 24,14-30) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».
 

Diciamolo chiaramente: la parabola dei talenti è lieta notizia contro la paura, che paralizza e rende sterili. Quante volte abbiamo rinunciato a vivere per paura di essere sconfitti! O pensando che in fondo doni naturali non ne abbiamo.

Ma la paura più radicale è nei confronti di Dio. Se lo pensiamo come un ragioniere spietato che non ne lascia passare una, padrone duro e lontano che ci usa secondo i suoi scopi, non ci resta che comportarci come il terzo servo: tentando di difenderci inutilmente, perché il suo giudizio ci paralizza, e non lo sentiamo dalla nostra parte.

Ma noi non viviamo la vita per restituire a Dio i suoi doni, perché questi diventano fermento, seme di altri doni, lievito che si fa pane. Lui si fida di noi! E quindi l’operosità della vita non è custodirla con paura.

È proprio la sua giustizia il nostro riparo: basta dirgli umilmente al suo ritorno: “ho fatto quello che potevo, mi vuoi ancora bene?” e queste parole avranno il potere di riempirlo di gioia. Custodire non è la stessa cosa che seminare.

La fedeltà al Signore consiste nel produrre cambiamenti: il tuo talento diventa di tutti. Non siamo dei conservatori di cose preziose e minacciate, ma creatori di opere buone, lievito nascosto dentro tutto ciò che vive.

Come quando non seppelliamo la nostra fede ma la facciamo diventare vita, grido di giustizia, appello di liberazione. Troppo spesso, anche nella Chiesa, riduciamo la Parola di Dio a parola moralistica o la gonfiamo a celebrazione trionfalistica.

E infine: i talenti non sono solo dentro di noi, sono intorno a noi. Ognuno è talento per gli altri. Proviamo a dirlo a chi amiamo: sei tu un talento per me, tu sei il dono che Dio mi ha lasciato.

Don Donato

 

(Ap 7,2-4.9-14) Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio». E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele. Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen». Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

 

Chi sono i santi? Dovremo ricordarne tre aspetti fondamentali.

Sono stati «toccati» dall’amore di Dio e cercano di rispondere, nella libertà e nella dedizione totale, a quell’amore. Si abbandonano all’onda della grazia, senza opporre resistenze. Santità, infatti, non significa compiere prestazioni virtuose sensazionali, ma inserirsi nella traiettoria dell’amore, senza mai uscirne.

Sono stati «contagiati» dalla gioia. Una gioia che hanno scoperto e continuano a scoprire nei dintorni di un monte da cui risuonano certe parole folli:

Beati coloro che si riconoscono poveri...

Beati i miti...

Beati i patiti per la giustizia...

Beati i costruttori di pace...

Beati coloro che non si difendono...

Beati i misericordiosi...

Beati i perseguitati...

Sì, i santi si sono lasciati affascinare dalle beatitudini proclamate da Gesù e non hanno esitato a produrre la loro nota gioiosa per comporre quella che è stata definita come la «sinfonia dei folli».

Infine c’è il segno, necessario, dei miracoli.

Uno, fondamentale: il fatto di esserci, di vivere la vita di tutti in maniera diversa. Il miracolo, stupefacente, nel panorama di questo mondo, è che continuino a esistere individui come quelli.

Ci dobbiamo stupire, prima di tutto, e ringraziare, per questo miracolo: che quaggiù non vengano a mancare queste creature «ordinarie», contagiate dal messaggio di Cristo.

Quanto agli altri miracoli, non sono strettamente necessari.

Loro, i santi che ci sfiorano, che incrociamo sui marciapiedi, che si confondono con noi al supermercato, si sono specializzati, principalmente, a compiere i « non miracoli »: ossia a produrre un po' di pulizia, onestà, bontà, perdono, fedeltà quotidiana, dimenticanza di sé...

Poi, magari, diventano capaci di compiere anche i miracoli (intendo dire quegli altri). Ma non sono tenuti a farcelo sapere. E, forse, neppure loro lo sanno.

Il mondo, infatti, funziona soprattutto grazie ai «non miracoli», che loro non lasciano mai mancare.

Importante, comunque, è «sospettare » che questi santi non appartengono a un altro mondo. Sono cittadini di questo mondo.

E c’è una dimensione che ci tocca da. vicino. Ed è quella che vorremmo respingere.

Invece si tratta proprio di sospettare che la santità è qualcosa che ci riguarda direttamente.

Che la santità non è un lusso, ma la condizione normale, “obbligatoria” del cristiano.

Che i santi non sono dei campioni inimitabili, soltanto da ammirare, da registrare nell’album delle glorie di famiglia o dei record ascetici fuori dalla nostra portata.

No. Il santo è il nostro vero essere che attende impaziente di nascere.

La santità, oltre che dono, è una possibilità offerta a tutti, non riservata ad alcune creature privilegiate.

Essere stati «chiamati» a vivere, significa essere stati «chiamati» alla santità.

Oserei dire che se il santo non è - come abbiamo rilevato - il super-eroe, così il non-santo, almeno in territorio cristiano, colui che rifiuta la vocazione alla santità, rappresenta una specie di stortura.

Dunque. I santi sopra di noi. I santi attorno a noi. E il santo dentro di noi.

 

Don Donato

 


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Foto

 

Madonna del Riposo, guariscici, o almeno dacci una tregua. Accoglici in braccio come qui fai con tuo Figlio.
Tutti nel dolore ridiventiamo bambini. Continua a sorriderci, o Maria, perché non ci perdiamo nel buio.

 

 

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      Il nuovo MessaleQuello che è stato pubblicato non è un nuovo messale ma una revisione in italiano “dell’edizione tipica” (si chiama così il testo base latino del 2002) latina. Entrerà in vigore a Pasqua del 2021 ma già alcune regioni anticipano l’uso dalla prima Domenica d’Avvento di quest’anno. Bisogna fare l’orecchio ad alcune modifiche, che in alcuni casi adeguano il testo biblico alla traduzione della...

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Avvisi della Settimana

Cari Parrocchiani, nel mese di novembre vi invitiamo
a partecipare alla S. Messa delle ore 19,

che sarà celebrata in ricordo dei defunti delle famiglie della Parrocchia, distribuite via per via.
Ecco il calendario completo delle intenzioni di questa settimana:

domenica 29: per i Pontefici defunti
lunedì 30: per le vittime della pandemia

NOVENA DELL'IMMACOLATA
da lunedì 30 novembre
ROSARIO MEDITATO
ogni sera alle 18.30

 

venerdì 4 dicembre (primo del mese)

 

 “Sulla bacheca in fondo alla chiesa è pubblicato
il resoconto amministrativo della parrocchia per il 2019.

Grazie per la vostra generosità con cui fate andare avanti la parrocchia.
Infatti non ci sono entrate se non attraverso le offerte dei fedeli!”

 

  Iscrizioni per il corso di preparazione al matrimonio
Informazioni in segreteria

 

APPELLO

La Caritas diocesana ha aperto una struttura per persone senza dimora
non lontano da noi (in Via Aurelia prima del Raccordo).
Chi desidera fare volontariato può rivolgersi a don Donato.