(Lc 22,14-23,56) La passione del Signore.

 

Al cuore del Vangelo c'è questo lungo patire, un Dio che muore per amore. Qualcosa che non riesco a capire e che pure mi chiama, mi disarma, mi ferisce. E io, ogni volta, impotente e affascinato. La croce non ci è stata data per capirla, ma per aggrapparci e farci portare in alto. Perché Gesù è venuto? Perché la terra intera risuona di un grido: grido di dolore e di nostalgia per il paradiso perduto, il Dio perduto, l'amore e la pace per­duti. La terra, con le sue spine e i suoi rovi, con le sue primule e i sempreverdi e, ogni tanto, la sua tenerezza; ma solo ogni tanto e come di nascosto. E la sua crudeltà spesso, troppo spesso; e le sue lacrime, e i suoi singhiozzi. La terra è un immenso pianto.

E un giorno Dio non ha più sopportato, non ha più potuto trattenersi. E allora è venuto, ha raggiunto i suoi figli, si è incarnato e si è messo a gridare insieme a loro lo stesso grido radicato nell'angoscia e nella speranza.

Perché Gesù è salito sulla croce?

Per essere con me e come me. Perché io possa essere con lui e come lui. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all'uomo che è in croce. L'amore conosce molti doveri, ma il primo di questi doveri è di essere insieme con l'amato, vicino, unito, come una madre che vuole prendere su di sé il male del suo bambino, ammalarsi lei per guarire suo figlio.

La croce è l'abisso dove Dio diviene l'amante. Entra nella morte perché là va ogni suo figlio. Nel corpo del crocifisso l'amore ha scritto il suo racconto con l'alfabeto delle ferite.

«Tu che hai salvato gli altri, salva te stesso». Lo dicono tutti, capi, soldati, il ladro: «Se sei Dio, fai un miracolo, conquistaci, imponiti, scendi dalla croce, allora crederemo». Chiunque, uomo o re, potendolo, scenderebbe dalla croce. Lui, no. Solo un Dio non scen­de dalla croce, solo il nostro Dio. Perché i suoi figli non ne possono scendere. Solo la croce toglie ogni dubbio, non c'è inganno sulla croce.

«Ricordati di me», prega il ladro, «Oggi sarai con me in paradiso», risponde Gesù. Per questo sono qui, per poterti avere sempre con me. Non c'è nulla che possa separarci, né male, né tradimenti, né morte. Io vengo a prenderti anche nelle profondità dell'inferno, se tu mi vuoi. Solo se tu mi vuoi.

Ma io continuerò a morire d'amore per te, anche se tu non mi vorrai, e appena girerai lo sguardo troverai uno, eternamente inchiodato in un abbraccio, che grida: ti amo!

Sono i giorni del nostro destino: l'uomo uscito dalle mani di Dio, rinasce ora dal cuore trafitto del suo creatore.

Ermes Ronchi

(Gv 8,1-11) In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

 

Sembra di sentirli: «E, allora, Maestro, non ti pronunci? Hai paura ad esporti? È venuto il momento di far vedere la tua coerenza con ciò che predichi. Non sei, tu, amico dei peccatori? Questa donna è stata colta in flagrante: che fai, la giustifichi? O ti metti contro di lei, a favore della Legge che vuole eliminare le mele marce per preservare quelle buone?». Questo gruppo (di scribi e farisei) appare tranquillo sul proprio livore contro «la peccatrice». Solo contro di lei? Tanto livore non si giustifica soltanto come fedeltà alla legge: la trama, sotto, è ben altra. Il brano, infatti, pare costruito sul duplice sfondo dell’accusa all’adultera e dell’accusa a Gesù e ciascuno spiega l’altro. Il gruppo è mosso da invidia e paura per il successo di Gesù presso il popolo e allora nell’intimo ha già una condanna: contro Gesù. La condanna della donna è solo strumentale, serve per far fuori Gesù.

E già questo è interessante: quando proviamo livore e furore contro un inerme, potremmo sospettare che, in fondo, ce l’abbiamo con qualcuno che non sappiamo come rendere innocuo; magari, siamo (in superficie) convinti che ciò che ci spinge è la tutela dell’ordine (familiare o pubblico) ma, se vogliamo saperlo, ciò che ci spinge a condanne senza appello è ben altro. Infatti gli accusatori non si rivolgono direttamente alla donna, come a dire: «Non ce l’ho con te, ma è che bisogna ribadire il principio». E Gesù ce lo mostra, con quello sguardo d’amore che non si lascia imprigionare.

Come la condanna dei suoi accusatori, anche la trappola che gli tendono è duplice: «condannare o no la donna»/«condannare o no gli accusatori». Ma Egli resta calmo, il livore, che contagia così facilmente da diventare contro-livore, non lo tocca. Con il medesimo gesto egli non condanna la donna e non condanna nemmeno gli accusatori: scrive per terra. Non serve sapere che cosa; quel gruppo di raffinati forse percepiva il richiamo di Geremia (17,13): il nome di chi abbandona il Signore verrà scritto per terra.

Gesù evita perfino di guardarci in faccia quando ci lasciamo prendere dai nostri furori di accusare e farci giustizia; evita di incrociare il nostro sguardo, se ha come scopo la morte. Fatto è che Gesù si appella alla loro coscienza: è un grande dono che essi mostrano di ricevere, mollando la «preda». È vero, un appello sincero e disinteressato alla coscienza è sempre un dono, che prima o poi darà i suoi frutti.

E la donna? Potrebbe squagliarsela, man mano che si dileguano i suoi accusatori: mostrerebbe che le interessava soltanto farla franca. Essa rimane: anche la sua dignità è chiamata in gioco. E che cosa fa, ora, Gesù chiamandola? La giustifica, magari dicendole: «poverina»? Attenzione, siamo noi ora che tendiamo una trappola a Gesù: quando crediamo che perdonare equivalga a giustificare, far finta di niente. Gesù, invece, fa a lei e a noi un regalo immenso; anzitutto si alza, si avvicina, le parla, la chiama “donna”. Nessuno le aveva parlato. La chiama coma ha chiamato sua madre a Cana, come la chiamerà sotto la croce e le dice: «Neppure io ti condanno. Va’ e non peccare più». Egli unisce la non-condanna alla richiesta della norma, del valore. La condanna inappellabile che Gesù non fa mai (a nessuno di noi!) era emessa contro la donna e nonostante lei; il perdono risveglia la sua dignità e chiede la sua collaborazione. Ai suoi occhi la donna è una che può decidere di non peccare. Egli non le pone pagamenti e condizioni: «Fammi vedere che ti meriti il mio perdono»; le dice, invece: «Va’», le permette di andare nella libertà, non diventa il suo controllore; anzi, le affida - perfino! - un compito: «Va’ e mostra che il perdono libera, che Dio è uno che perdona per amore». Perché Dio perdona? Perché è buono, generoso, misericordioso? È vero, ma c’è di più. Dio perdona perché ha fiducia in noi, perché vede noi oltre noi. Mi perdona per un atto di fede in me, nel mio inverno vede primavere che sbocciano. Perdona perché il peccato non rivela mai la verità di un figlio di Dio. La rivelano invece i tuoi germi buoni, un pezzo di Dio in te.

Don Donato

(Lc 13,1-9) In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

 

Ma lo spazio per capire davvero che cosa vuoi, che cosa davvero ti riguarda, te lo sei mai preso? C’è una tattica per non affrontare la tua vita: ed è il rimando: dopo, domani, fra un anno, chissà. È la dilazione di un atto, di un cambiamento di rotta che sentiamo necessario per il nostro e l’altrui bene: una conversione, come la chiama Gesù. Tutto congiura al rimando, quando si pensa, in fondo, di poter accomodare tutto, che tutto si aggiusterà: e del resto la cultura che ci domina non parla di definitività, di momento propizio (kairós), di Signore che passa.

Il rimandare ci è più congeniale, perché sopisce il dolore che deriverebbe dal prendere decisioni, molto meglio guardare le cose, gli avvenimenti con occhi neutrali, senza prendere posizione e, in fondo, ci illude che anche Dio aspetta sempre. Oppure cercare un colpevole. Di tutto. Del male che ti accade, degli errori, pensando che la vita si svolga in un’aula di tribunale.

E, così, il rimando scopre il suo vero volto: la mancanza di fede. Un Dio irraggiungibile, genericamente buono può sempre aspettare; anzi, posso «liquidarlo» con qualche generica promessa, come faccio con i miei genitori, o il mio coniuge, o i miei figli. Ma allora non ho proprio capito quanto io prema a Dio! Posso comportarmi con lui come il bambino che rimanda di prendere la medicina perché troppo amara e intanto lascia avanzare il male? Quale madre, se veramente buona, non prende di petto il bimbo e non lo obbliga a prendere la medicina? Il brano di vangelo di questa domenica, dà un bello scossone a simili pseudosicurezze e, tra l’altro, ci pone davanti un autore «propagandista» della misericordia divina che ha le idee ben chiare: esse non ci autorizzano a sfidare Dio e a ridurlo ad uno che ci permette di lasciar scadere le cambiali.

Accostiamoci al contesto di questo brano: Gesù e i suoi sono in viaggio verso Gerusalemme e qualcuno lo ferma per raccontagli un fatto di cronaca nera, un massacro di Galilei voluto dal padrone di turno e per giunta in luogo sacro. È un orrore. L’implicito è che forse Dio li ha puniti, la disgrazia è segno di sfavore del Cielo (ma non pensiamo anche noi, sotto sotto: se la sono andati a cercare?). Gesù non si lascia prendere nella trappola di un giudizio liquidatorio: state tranquilli, loro erano colpevoli. Ma dice con forza che gli eventi sono segni, mi indicano un evento ancor più mortifero, il mio rimandare la conversione. Il rimando produce morte, perché mi rende sordo e cieco al passaggio di Dio. Al solito, il Figlio prende le nostre difese: la minaccia: «verrà un giorno in cui non ci sarà più tempo», è a nostro favore, per sciogliere il nostro cuore che si indurisce nell’arroganza dei rimandi e delle tattiche.

Ma subito dopo ci sorprende la parabola del fico che non dà frutti: la minaccia è la stessa (lo taglierò), ma ecco che spunta un vignaiolo che intercede per un anno di vita del fico, una sorta di prova d’appello. In che cosa questo anno si distingue dal rimando o dagli sconti che ci facciamo da soli? Perché c’è un intercessore, un fratello a nostro favore (s’intravede il Fratello che intercede per il suo popolo Israele!) e perché questo «anno di grazia» non significa aspettare che passi il tempo: il vignaiolo concimerà e smuoverà il terreno attorno al fico. Questo intercessore ci commuove.

A guardare bene, ci sono tanti piccoli fratelli e sorelle che intercedono per la nostra conversione. La madre guarda i figli lontani da Dio e magari così sicuri nel loro rifiuto, eppure dice al Padre: «Abbi pazienza; guarda in fondo al loro cuore, non lo sanno ancora, ma ti cercano», e intanto prega, prega, anche per loro e fa tutto quello che può. Il coniuge guarda con acutissimo dolore il tradimento dell’altro, eppure dice: «Padre, io credo nel nostro matrimonio» e intanto lo rinnova. Benedetti intercessori che non ci abbandonano alle nostre pigrizie.

Don Donato

(Lc 15,1-3.11-32) In quel tempo, si avvicinavano Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

 

La conosciamo bene: questa stupenda parabola del Padre buono ci terrebbe avvinti per giorni e giorni di riflessione, e scopriremmo di doverla «conoscere» sempre daccapo: è una miniera!

Il Figlio ci mette tra le mani il ritratto di suo Padre, non un ritratto statico, ma mobilissimo, tant’è che il padre nel racconto lucano è colui che si muove di più: verso il minore (cui porta un eccesso di tenerezza materna) e verso il maggiore al quale il Padre porta una notizia sconvolgente: «Tutto ciò che è mio è tuo», anche se sa che questo figlio non è in grado di capirla ora. E anche in questo sta la misericordia del Padre verso quei «duri di cervice» che siamo noi. Ed è proprio del maggiore che vogliamo occuparci, anche perché, sappiamo, la parabola è dedicata a tutti i fratelli maggiori della storia che guardano con occhio invidioso il comportamento dei genitori verso i fratelli.

Sono colpito da un’emozione che Luca attribuisce al fratello maggiore, un’emozione che è un po’ il suo distintivo: «s’indignò». Chi si indigna non solo è sicuro di avere ragione e di essere trattato ingiustamente, ma si gonfia il petto per mostrarsi superiore: il comportamento che fa indignare è bollato come ingiusto, inadeguato e soprattutto debole. Lo dice bene l’espressione: «Ora che questo tuo figlio è tornato..., per lui hai ammazzato il vitello grasso». Sentiamo l’eco della collera che offusca la mente: «Oltre che ingiusto sei anche un debole, ti lasci sottomettere da un figlio che non si merita niente, non sai fare il tuo mestiere di padre: non lo tratti come si merita». Sono le accuse della collera che ci fa sentire potenti e nel giusto.

Ma è difficile che la collera nasca da sola: di solito, ci sono, (e sembrano personaggi secondari ma non lo sono) i «servi» che la fomentano, la nutrono con i cosiddetti «dati di fatto». I servi della parabola aggiornano il maggiore su ciò che sta succedendo in casa in tono apparentemente neutro: «È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso». E forse spiano il volto del maggiore per vedere che effetto fa la notizia (hanno forse interesse a mettere il figlio contro il padre? A mostrarsi dalla parte del futuro padrone?). Ed ecco che il povero maggiore cade nella trappola: «Lo dicono perfino i servi che mio padre è ingiusto (e magari rimbambito)!». E s’indigna. Sa di non essere solo nelle sue posizioni.

Quando custodiamo come un macabro tesoro la nostra collera ed il nostro risentimento, possiamo star sicuri che ci sono i servi a darci una mano. «Tua madre preferisce tuo fratello», dice una zia alla nipote che già si sente svalutata dalla madre. «Poverino, si vede che la nonna (la suocera) non ti vuole bene come a tua sorella!», dice la madre. «Tu non sai che cosa insinua il parroco in tua assenza», dice la catechista al giovane prete. Servi, la cui concezione non denunceremo mai abbastanza, poiché ci impediscono di entrare alla festa, cioè di vedere senza occhi invidiosi, partecipando all’amore e al perdono che sono sempre beni sovrabbondanti: dove ce n’è per uno ce n’è per tutti. Spesso paghiamo assai care le nostre alleanze in quanto corrodono la relazione: nel testo il fratello maggiore non può chiamare fratello il fratello, lo liquida buttando in faccia al padre quel «tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute» in cui è chiaro lo sprezzo a carico del minore, ma non è chiaro al maggiore che è lui a perderci: un fratello. Il padre, allora, nella sua misericordia e nella sua impotenza, glielo restituisce chiamando il minore: «tuo fra­tello perduto e ritrovato». Il padre insiste, anche se non vuole usare nessun potere per imporre il suo amore.

Come finisce la storia? Non è facile guarire dalla rivolta che ci abita, dall’illusione di fare ciò che voglio, né guarire dalla tentazione del doverismo del figlio maggiore: se ci comportiamo bene siamo degni d’amore, se facciamo quello che dobbiamo saremo felici. L’amore è lì esperienza della gratuità totale. Solo l’esperienza, inaspettata, del perdono cambia entrambe le logiche. Guarisce due mentalità sbagliate.

Don Donato

(Lc 9,28b-36) In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

 

L’episodio della trasfigurazione di Gesù e l’incontro con due grandi del suo popolo non sono tanto una «bella esperienza» che i Vangeli ci raccontano, quanto la manifestazione del divino in Gesù. È anzitutto la rivelazione di chi sia Gesù in rapporto al Padre.

Gesù era andato sul monte Tabor non per trasfigurarsi, ci racconta Luca, ma per pregare. E aveva portato con sé i tre discepoli che poi lo seguiranno anche nell’orto degli Ulivi. La trasfigurazione è la diretta conseguenza della sua preghiera, non è una dimostrazione di un supereroe che dice ai suoi: guardate come sono bravo! Ciò che non coglie Pietro e gli altri (ci vorrà la Pasqua!) è il nesso tra questa Gloria di Gesù ed il cammino verso la Passione. Rimane in una nube, dice il Vangelo, proprio come le nostre notti, il buio di certi momenti. È per questo che «appena la voce cessò, Gesù restò solo».

La preghiera, lo sappiamo, trasforma dall’intimo; pur nei limiti, noi possiamo conoscere uno che è assiduo alla preghiera contemplativa: dai tratti del suo volto traspare un senso di pace e di penetrazione del senso divino. La preghiera di Gesù è comunione totale con il Padre: Egli, per così dire, Lo riflette («il suo volto cambiò d’aspetto») e s’immedesima con Lui, al punto che la sua via è la via del Padre. Pietro lo sente con tutto il suo essere, vince il sonno, fa proposte fuori di testa: ma crede che tutto sia compiuto lì. Come dire: trattieni i tuoi momenti felici, ti serviranno. Non sa ancora che la sofferenza non è soltanto un «poi» o (peggio) un pedaggio da pagare a Dio: ma essa è «dentro» la Trasfigurazione. Prevista, anticipata, materiale sacro.

Non si tratta di una bella esperienza caso mai da archiviare nella memoria «per consolazione», non è un dolcetto per rifilarci la medicina amara. È esperienza di bellezza lì dove sei, nel volto delle persone con cui spesso si fa fatica a vedere il volto di Dio. Allenarsi a vedere le persone egli avvenimenti come li vedeva Gesù, scorgendone la luce e la bellezza.

«E Gesù restò solo». Dobbiamo molto a questa solitudine di Gesù, che non gli impedisce di camminare ancora con i suoi e perfino di dare loro Se stesso. Come ogni autentica solitudine che non ha niente a che fare con l’alzare steccati o sentirsi più bravo, essa tiene intrecciati due aspetti: un filo prezioso con l’Altro (la fiducia del Padre) e la non comprensione (momentanea) degli altri.

E il coraggio di rimanere in piedi. Come facciamo qualche volta noi, quando continuiamo a credere che l’Amore lavora nelle nostre relazioni e accettiamo di essere provvisoriamente soli. Perché alla fine, la bellezza di chi ci crede ancora farà ricredere chi ha smesso di farlo.

Don Donato


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 Dove fissare lo sguardo lungo il cammino della Quaresima? È semplice: sul Crocifisso.
Gesù in croce è la bussola della vita, che ci orienta al Cielo.
(Papa Francesco)

 

 

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      Convertiti e credi al VangeloLa Quaresima è un'occasione unica per fare la verità con noi stessi. Prendere coscienza che siamo dei peccatori. Cosa vuol dire? Non che abbiamo commesso dei peccati ma che siamo radicalmente dei peccatori. Un giorno un frate stupito del successo che aveva San Francesco gli chiese perché tanta gente lo seguisse. "Perché sono il più peccatore di tutti gli uomini", rispose. Possibile? Eppure non...

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