(Lc 1, 26-38) In quel tempo, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l'angelo si allontanò da lei.

 

L’Immacolata è la festa della contemplazione. Festa degli occhi. Festa del cuore.

Voglio dire: è una festa che privilegia non il momento riflessivo, ma quello affidato allo sguardo interiore.

Che cosa vedono i nostri occhi “spirituali”?

Vedono la bellezza, l’amabilità, l’esemplarità della Vergine Maria.

Vengono alla mente gli accenti dolcissimi con cui tanti mistici e poeti - amanti tutti della bellezza divina - hanno celebrato la Tuttasanta, la Pienadigrazia: l’hanno chiamata «nicchia di Dio nell’universo», «piccola fiammella di luce», «nuvola che porta la pioggia sull’arida terra», «zolla di terra incontaminata».

A volte, quando mi capita di trovare espressioni come queste, piene di delicato stupore, mi domando che cosa vogliano veramente significare: se un puro omaggio a un sogno inarrivabile di perfezione, ingentilito dalle note della femminilità, oppure un’espressione di fede verso le misteriose iniziative di Dio che ha voluto fare di Maria un’immagine esemplare.

Vorrei che come credenti noi ci aprissimo a questo atto di fede. Se contemplo l’Immacolata, contemplo Dio.

E vedo Dio che rinnova continuamente la creazione.

Ha creato e continuamente crea.

C’è stata Eva e ora c’è una nuova Eva.

E la volontà che si dispiega è quella di ridestare - nonostante tutto - la capacità di sperare.

Maria è un segno, un riflesso della bellezza di Dio.

È come un’isola, l’unica, che si rivela benedetta e inviolata nel grande mare della corruzione.

È importante contemplare quest’isola.

Perché significa che il mondo non è perduto.

Quanti, da Giobbe a Leopardi fino ai giorni nostri, hanno sollevato interrogativi disperati: perché nascere? perché trasmettere la vita ad altri destinati essi pure a soffrire? perché soffrire?

Ma se nel mondo c’è Maria, la Pienadigrazia, vuol dire che sopra questo mondo c’è la volontà di un Dio che ama.

Che cosa è infatti la grazia di cui parliamo?

È lo sguardo di Dio sulla creatura per cui questa ne riflette la bellezza, l’amore, il compiacimento.

Maria è la creatura la più amata da Dio e per questo la manifestazione più grande del sogno di Dio su tutta l’umanità. Abbiamo contemplato Maria.

Ma questa è festa della contemplazione anche per un’altra ragione.

Se la grazia è lo sguardo di Dio che si posa sulla creatura, come non pensare anche allo sguardo (come non contemplarlo?) che Dio ha posato su ciascuno di noi?

Nel mistero dell’Immacolata noi contempliamo anche il nostro mistero (lo sguardo di Dio su di noi) o meglio, dal suo mistero passiamo a contemplare il nostro mistero.

Che cosa siamo? Che valore ha la nostra vita nell’infinità del tempo, nella serie ininterrotta - fiumana a perdita di memoria - delle generazioni umane?

Ciascuno è una persona, tenta di dire la filosofia.

Ciascuno è un essere unico, che non ha precedenti, pura e assoluta originalità, vicenda sempre eccezionale.

La Bibbia ricorre a un linguaggio più concreto.

Ciascuno è un nome, ciascuno è un volto.

Nome e volto accarezzati da Dio.

In ogni momento io sono una creatura del suo amore.

In ogni momento egli mi alita in volto la sua tenerezza, mi sostiene, mi chiama per nome, come ha chiamato Maria, per cui sono io, io e non un altro, io per oggi, per domani, per l’eternità.

Sì, perché la vicenda di tutti è un’apparire e uno sparire, un nascere e un morire, ma per lo sguardo che Dio ha posato su ciascuno di noi siamo in rapporto con l’eterno e siamo assunti nell’eterno: apparteniamo a lui, siamo avvolti dalla gelosia del suo amore.

Perciò il primo momento religioso o - se volete - la prima risposta della fede consiste nell’adorare il mistero di Dio in noi, lo sguardo di Dio sulla nostra vita, il sogno di Dio depositato nel nostro cuore.

«Che cosa siamo?» si diceva prima.

Al di là di ogni possibile risposta c’è questa risposta: «Sono un nome, un volto scaturito dall’amore di Dio.

E capisco che la cosa più importante, prima ancora dell’ama- re, è il lasciarsi amare, come ha fatto la vergine.

E cantare con lei: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente: santo è il suo nome”.

E sentirsi sempre umili, poveri, e lasciare tutto lo spazio a Dio perché sia libero di operare le cose grandi che vuole compiere anche attraverso la più piccola delle creature.

Ed essere attenti a tutto ciò che ci parla della tenerezza di Dio nella nostra vita, l’ascolto sempre vivo, lo sguardo accogliente, la memoria aperta.

Tutto insegna: una parola detta, un’idea che passa, una sensazione del corpo, un paesaggio, uno scorcio della città e, soprattutto, le persone, uomini e donne che ci è dato incontrare perché ogni volto è un messaggio.

Tutto parla di un Dio che è amore».

Ma se contemplo lo sguardo di Dio sulla mia vita non posso dimenticare che lo stesso sguardo è riservato anche agli altri, fratelli perché riuniti e accolti da uno stesso amore.

Il cristiano non è colui che sa dispensare sorrisi di amicizia. Neanche ai santi era facile.

Anzi ci sarebbe da diffidare se questo sorriso fosse troppo fa cile e disinvolto.

Il cristiano è colui che patisce tutte le divisioni e le lacerazioni e ciononostante capisce che ogni persona, anche la più disprez zabile, custodisce, in uno spazio segreto, sepolto, dimenticato forse, un sogno e una benedizione che appartengono a Dio.

Il quale Dio si ostina a sperare e a restituire a ciascuno una di gnità, anche quando quella ufficiale sembra essere stata definitivamente cancellata.

Come è grande, fecondo, creativo, umanizzante, il mistero dell’Immacolata!

C’è un’ultima cosa da dire: ancora non ne abbiamo parlato. Abbiamo detto di Maria e di ciascuno di noi. Non dimentichiamo però che tutto è legato al Cristo.

Tutti siamo sotto lo sguardo di Dio perché uniti al Cristo: Maria perché chiamata a essere madre, noi perché chiamati a essere fratelli.

Tutti portiamo nelle fibre del nostro essere, nella carne, nel sangue, nel cuore, qualcosa che appartiene a Gesù.

Perciò la contemplazione di questa festa è completa e trova la pienezza della sua gioia se è rivolta soprattutto a Gesù, a quel Gesù che sempre aspettiamo, parola, volto, amore in cui vieni a palpitare tutto l’amore del Padre.

A lui, in prossimità del Natale e nella memoria della Concezione Immacolata di Maria sia oggi tutto lo stupore, la gratitudine e il canto della nostra fede.

Luigi Pozzoli

(Mt 24,37-44) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

 

I nostri, dice il Vangelo di questa prima Domenica di Avvento, sono ancora i giorni di Noè, quando gli uomini «mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito» (Mt 24, 38).

Ma che facevano di male? Erano impegnati a vivere. Infatti Gesù non elenca peccati o ingiustizie, parla di troppo quotidiano, di solo quotidiano. Non di eccessi o dissolutezze, solo di una vita indifferente all’essenziale. Una vita senza profezia, senza mistero.

L’Avvento è tempo di profeti, di quel loro vedere non ciò che accadrà domani o dopodomani o in un altro tempo, ma ciò che già accade in un’altra dimensione, in un’altra profondità del vivere.

I giorni di Noè sono i giorni dell’assenza di Dio, sono i miei giorni, quando mi aggrappo solo all’elenco elementare dei bisogni e non so più sognare; quando mi accontento della superficie delle cose e non so più mostrare che il segreto della mia vita è oltre me.

I giorni di Noè sono i nostri giorni, quando plachiamo la nostra fame di cielo con piccoli o grandi bocconi di terra. Allora il Figlio dell’uomo verrà come un ladro, verrà come sorpresa, e ti metterà a soq­quadro la vita.

Queste non sono immagini di morte o di vita diminuita. Dobbiamo capirle bene. Il Signore verrà a rubarti tutto ciò che non è essenziale, lasciandoti povero, perché tu metta il cuore e il futuro non nelle cose, non nel denaro.

Ladro di cose è Dio per restituirti all’essenziale, per lasciarti povero e nudo, nel riconoscimento della tua umanità spoglia e pura, quella che viene prima di qualsiasi distinzione di cultura, di razza, di etnia, di religione, per restituirti alla verità e alla semplicità delle relazioni, per restituirti al primato creativo che è dell’amore, non delle cose. Per dirti che lui è nulla fra le cose - Dio è nulla fra le cose -, che tu di niente hai bi­sogno se non di essere te stesso, non di due tuniche, non di borsa o di denari (cf. Mt 10, 10), proprio come i discepoli.

Per dirti che hai bisogno solo di una vocazione, di uno scopo grande, di domani ricchi di pace e di parola, e di un amico su cui appoggiare il cuore.

Per dirti che tanto più sarai vicino a Dio, quanto più scenderai nel tuo essere uomo, quanto più ti calerai nella tua umanità originaria, perfetta; perché perfezione dell’uomo non è l’accumulo di cose, ma la sottrazione di tutto ciò che non è immagine di Dio.

Tutto intorno a me dice: Accontentati; prendi ciò che ti serve; sii più forte, più furbo degli altri; fa’ come ai tempi di Noè. E invece Gesù dice: Non accontentarti, non vivere senza mistero; la gioia è nel dare; sii perfetto come il Padre.

Un’ultima riflessione sulla frase di Paolo: «indossiamo le armi della luce» (Rtn 13, 12).

Paolo non dice quali armi possiede la luce, ma ci consegna l’immagine simbolica, poetica, di una luce “armata”: armata di orizzonti, di mete, di sicurezza, di strade che non vanno verso il nulla; la notte è armata di luce, di stelle; la luce è armata di incontri, perché permette l’incontro senza paure, trasparente, solare, fiducioso. La fede è un’offerta di solarità.

Armiamoci di questa luce, che ci rende persone di incontri, persone semplici e luminose, con i nostri occhi come lampade, che non solo vedono la luce là dov’è, ma la proiettano là dove essi si posano.

Uomini armati di luce, che ascoltano il profeta: Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore (Is 2,5). Uomini che ripetono: Camminerò seguendo te, Signore, luce della vita.

Ermes Ronchi

(Lc 21,5-19) In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

 

Essere cristiano, al tempo del Vangelo di Luca, come nel passato prossimo e come ora in tante parti della terra, è titolo sufficiente per essere deprivati di tutto, condannati, massacrati. Come può sentirsi uno nel cuore di questi eventi? Ma Dio abbandona i suoi fedeli, li lascia tragicamente soli e delusi? Ma chi comanda nella storia, i violenti e le forze del male? In un simile quadro storico-politico anzitutto, ma anche terribilmente personale, quando non ci si può fidare nemmeno dei parenti stretti, la visione apocalittica è un grande respiro.

I tempi ultimi vedranno la vittoria definitiva di Dio, il Signore della storia. Il Signore viene e si rizzeranno i capelli in testa ai dominatori ed ai violenti, mentre nemmeno un capello del capo di coloro che sono stati fedeli perirà: promessa che non suona ironia, bensì splendido riconoscimento; il nulla inghiottirà chi ha trionfato con il potere del maligno, mentre tutto dei suoi fedeli verrà conservato, custodito, risorto: anche i loro affetti, i loro desideri, coloro che hanno amato, i loro sorrisi; e perfino il perdono che hanno dato ai loro persecutori.

Ma, attenzione, dice Luca: guerre, carestie, epidemie, e soprattutto persecuzioni appartengono a tutti i tempi, non sono essi la fine. Che non sappiamo quando e come verrà. La luminosa certezza dell’esito finale, la radicata e indistruttibile speranza sulla fine della storia, la gioia del Signore che viene non cancellano con insano ottimismo le ferite della storia presente: non sono una sopraelevata dove si corre senza fatica per i più fortunati. Il compito è aperto e quanto mai attuale:

«Non fatevi ingannare», non mettetevi al seguito di chi dice: sono io il Cristo, di chi vi riempie il cuore di seduzioni, vi dice di sapere il futuro, vi tiene soggiogati a dipendenze orizzontali. E non preparate prima la vostra difesa, perché «io vi darò lingua e sapienza»; e cioè non pensate ad autodifendervi o di essere forti e incorruttibili, poiché sarà proprio allora che cederete. Se non avrete forza nella mia forza.

E soprattutto siate «perseveranti» cioè pazienti e fiduciosi, portando il peso della vostra vita per amore. Allora mi renderete testimonianza. Allora il Signore viene. Non «verrà» ma «viene»: ogni nostro gesto di pazienza e di amore Lo affretta. Non tarderà.

Don Donato

(Lc 23,35-43) In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

 

Cosa è successo ai due malfattori crocifissi insieme a Gesù? Tutti e due hanno visto Gesù ed il suo morire innocente, tutti e due hanno udito le stesse sue parole di perdono e di fiducia. Ma uno si è messo in fila con coloro che lo schernivano; niente di originale: già i capi, che pure riconoscevano il suo potere di guarire e di salvare, credono di essere liberi di burlarsi di lui: poiché non salva se stesso, sta lì appeso alla croce, in nostro potere, allora non è degno di fede. Se seguisse la logica di salvare se stesso, lo riconosceremmo come uno dei nostri.

Ci si sono messi anche i soldati, gli esecutori della sentenza capitale: avevano letto il capo di imputazione appeso al collo del condannato sulla via del Calvario e ora inchiodato sopra il suo capo: «Questi è il re dei Giudei». Ma che razza di re è se non ha il potere - l’unico degno di stima - di salvare se stesso?

Il malfattore fa il “pecorone”, con un’aggiunta che è un capolavoro del delirio di autosalvezza: «Salva te stesso e anche noi»: cioè, se tiri fuori il tuo potere, mi servi. Ci sono dei momenti in cui crediamo di aver bisogno di uno che metta se stesso davanti agli altri: di uno che è servo dell’egoismo e che crediamo potente: se salva se stesso, salverà anche noi.

Ma che cosa è successo nel cuore dell’altro malfattore? Quale emozione, quale movimento interno l’ha invaso al punto da dargli la forza di esclamare: «Egli non ha fatto nulla di male!»? Luca è l’unico evangelista che narra questo episodio così inaspettato: possiamo star sicuri che attraverso questo egli (e la sua comunità) vuol farci capire che cosa intende per regalità di Gesù. Bisognerebbe aver la fortuna di immedesimarci in questo «poco di buono» che ha occhi per vedere. E perfino, per un attimo, di dimenticare i suoi stessi tormenti. Ci caliamo in questo personaggio con una speranza: che sia concesso di «vedere» anche tutti i figli che si sono messi sulla strada della perdizione, credendo di seguire chi ha la meglio, chi fa più baccano e forse non sapendo che dietro tutto questo c’è il Maligno.

Il malfattore, in quel momento disperato, vede prima di tutto i suoi errori, per i quali è punito. Ma non si ferma qui, potrebbe esserne semplicemente schiacciato: vede anche l’Innocente, colui che non ha fatto niente di male e che pure sta subendo gli stessi tormenti: tutto questo gli si mette di fronte come «timore di Dio». Avere timore di Dio è semplicemente vedere come stanno le cose alla luce del Giusto, sentire la propria distanza, ma puntare tutto su di Lui: l’Innocente che soffre fa star in piedi l’universo, regge la storia e la conduce a salvezza; e nella regalità dell’Innocente sono già da ora compresi tutti i piccoli innocenti della terra.

Che fa ora il malfattore? Con piena fiducia si rivolge a Gesù come a un re: «Quando entrerai nel tuo Regno (quando arriverai come Re) ricordati di me». «Ricordati» è una parola lieve, una raccomandazione di sé in sordina: non dimenticarti di me; e nello stesso tempo è una parola potente e biblica, poiché conosce un Dio che ha memoria, che non dimentica chi gli si affida.

Che fa Gesù? Gli risponde con la migliore definizione di vita futura: «Sarai con me, oggi». E cioè la salvezza ha un aspetto individuale e comincia da subito, già oggi. Perché basta una scintilla di bene per riscattare ciò che ho perduto. Ci pensa Dio a raccogliere i giorni perduti per trasformarli nell’oggi della salvezza.

Don Donato

(Lc 20,27-38) In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

 

Nel Vangelo di questa Domenica Gesù è al Tempio, pochi giorni prima della sua passione e morte; gli avversari gli si stringono attorno per farlo cadere in qualche errore, per raccogliere materia per accusarlo. E questo brano rappresenta l’ultimo tranello, tant’è vero che il testo dice che, dopo la sua risposta, nessuno osò più interrogarlo. Con chi sta parlando Gesù? Con i sadducei, gente così importante e così aristocratica che tra di loro, in genere, sono scelti i sommi sacerdoti e che ha della religione una visione per dir così un po’ terrena: l’importante è vivere bene qui, avere qui una lunga vita poiché, quando si muore, muore l’uomo intero, anima e corpo, non esiste vita nell’aldilà.

E allora sostenere la risurrezione porterebbe a contraddizioni che rasentano il ridicolo; si richiamano alla legge mosaica del levirato, per cui, se uno muore senza figli, il fratello ne sposerà la vedova. Ma se questo succede, poniamo, sette volte: nella vita futura questa donna a chi apparterrà, avendo avuto sette mariti?

La domanda stessa tradisce una duplice mentalità che Gesù rifiuta: l’unico modo che ha un uomo di sopravvivere è nei figli e la donna è poco più che un possesso, la cui scelta non viene presa in considerazione. Come fa Gesù ad uscire dal vicolo cieco?

Non scende nel terreno della disputa, ma prende di mira l’incongruenza che sta sotto: «Se misuriamo l’aldilà con il metro di questo mondo, rimaniamo gretti e meschini». Chi l’ha detto che nel mondo futuro bisogna procreare? Chi accede alla vita di Dio è come un angelo, non perché asessuato, ma perché non ha più bisogno di morire; ci saranno altri legami che non rinnegheranno quelli terreni, ma saranno totalmente nuovi.

Una cosa è certa: che saremo «figli di risurrezione», stupenda espressione semitica per dire che avremo parte alla vita divina, grazie alla fedeltà di Dio e non per una sorta di diritto all’immortalità dell’anima! Ecco, Gesù pensa alla risurrezione come ad un atto «creativo» di Dio: di per sé l’uomo sarebbe consegnato alla morte, ma Dio, il Dio dei padri, è più forte della morte e non consegnerà al nulla coloro che lo amano. È Dio che fa risorgere!

Cosa possiamo dire? Ci conviene il silenzio; il silenzio su tutte le nostre infantili raffigurazioni dell’aldilà o sulle nostre pretese di reincarnazioni o trasmigrazioni delle anime; ma un silenzio grato e stupito per il coraggio e l’abbandono di Gesù al Padre.

Don Donato


Notice: Undefined property: JPagination::$pagesTotal in /web/htdocs/www.sanpiov.it/home/templates/a4joomla-countryside-free/html/com_content/category/blog.php on line 109

Foto

 

 

 

  • Editoriale

    • Vegliate dunque

      Vegliate dunqueL’Avvento è un viaggio. Quello di Dio nella nostra vita. Quello nostro alla ricerca di Dio. Letteralmente “viaggio” viene dal latino “viaticum”, provvista, quello che serve per il cammino. Ma provvista di cosa? Di fede anzitutto. Che San Paolo descrive in maniera stupenda: indossate le armi della luce. Dobbiamo “armarci” di senso della vita, di fede, che ci rende persone di incontro, semplici e...

      Leggi Tutto

  • Documenti

    • Foto Gallery
      Vai alla sezione Documenti per leggere e scaricare testi e documenti

Evento

                                                                                                                                                                 

  

Avvisi della Settimana

 

 

 

Gruppo "Amici 60 anni e più..."
mercoledì 4 dicembre ore 16.00
Esercizi per tenersi in forma.
"Sei bella e non per quel filo di trucco" (Ada Merini)

 

Venerdì 6 dicembre (Primo del mese)

 

 

 

 

 

Lettera ai fedeli
delle diocesi laziali

 In occasione della solennità di Pentecoste, i vescovi del Lazio hanno indirizzato una lettera a tutti i fedeli delle diocesi laziali:

Carissimi fedeli delle diocesi del Lazio,
desideriamo offrirvi alcune riflessioni in occasione della solennità di Pentecoste che ci mostra l’icona dell’annunzio a Gerusalemme ascoltato in molte lingue: pensiamolo come il segno del pacifico e gioioso incontro fra i popoli che attualizza l’invito del Risorto ad annunciare la vita e l’amore.

Purtroppo nei mesi trascorsi ... (continua)