(Lc 12,13-21) In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

 

La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante: una doppia benedizione secondo la bibbia, eppure tutto è corroso da un tarlo micidiale. Ascolti la parabola e vedi che il fondale di quella storia è vuoto. L'uomo ricco è solo, chiuso nel cerchio murato del suo io, ossessionato dalla logica dell'accumulo, con un solo aggettivo nel suo vocabolario: “mio”, i miei raccolti, i miei magazzini, i miei beni, la mia vita, anima mia.

Nessun altro personaggio che entri in scena, nessun nome, nessun volto, nessuno nella casa, nessuno alla porta, nessuno nel cuore. Vita desolatamente vuota, dalla quale perfino Dio è assente, sostituito dall'idolo dell'accumulo. Perché il ricco non ha mai abbastanza. Investe in magazzini e granai e non sa giocare al tavolo delle relazioni umane, sola garanzia di felicità. Ecco l'innesco del dramma: la totale solitudine.

L'accumulo è la sua idolatria. E gli idoli alla fine divorano i loro stessi devoti. Ingannandoli: “Anima mia hai molti beni per molti anni, divertiti e goditi la vita”. È forse questo, alla fin fine, l'errore che rovina tutto? Il voler godere la vita? No. Anche per il Vangelo è scontato che la vita umana sia, e non possa che essere un'incessante ricerca di felicità. Ma la sfida della felicità è che non può mai essere solitaria, ed ha sempre a che fare con il dono.

L'uomo ricco è entrato nell'atrofia della vita, non ha più allenato i muscoli del dono e delle relazioni: Stolto, questa notte stessa... Stolto, perché vuoto di volti, vive soltanto un lungo morire Perché il cuore solitario si ammala; isolato, muore. Così si alleva la propria morte. Infatti: questa notte stessa ti sarà richiesta indietro la tua vita.... Essere vivo domani non è un diritto, è un miracolo. Rivedere il sole e i volti cari al mattino, non è né ovvio né dovuto, è un regalo. E che domani i miliardi di cellule del mio corpo siano ancora tutte tra loro connesse, coordinate e solidali è un improbabile prodigio.

E quello che hai accumulato di chi sarà? La domanda ultima, la sola che rimane quando non rimane più niente, suona così: dopo che tu sei passato, dietro di te, nel tuo mondo, è rimasta più vita o meno vita? Unico bene.

La parabola ricorda le semplici, sovversive leggi evangeliche dell'economia, quelle che rovesciano le regole del gioco, e che si possono ridurre a due soltanto: 1. non accumulare; 2. se hai, hai per condividere.

Davanti a Dio noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo condiviso; siamo ricchi di uno, di molti bicchieri di acqua fresca dati; di uno, di cento passi compiuti con chi aveva paura di restare solo; siamo ricchi di un cuore che ha perdonato per sette volte, per settanta volte sette.

Ermes Ronchi

 

(Lc 11,1-13) Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: "Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione"». Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

 

Da sempre i cristiani hanno cercato di definire il contenuto essenziale della loro fede. Gesù stesso ce lo consegna: lo fa con una preghiera, non con un dogma. Insegnaci a pregare, gli hanno chiesto. Non per domandare cose, ma per essere trasformati. Pregare è riattaccarci a Dio, come si attacca la bocca alla fontana; è aprire canali dove può scorrere cielo; è dare a Dio del padre, del papà innamorato dei suoi figli, è chiamare vicino un Dio che sa di abbracci, e con lui custodire le poche cose indispensabili per vivere bene. Ma custodirle da fratelli, dimenticando le parole “io e mio”, perché fuori dalla grammatica di Dio, fuori dal Padre Nostro, dove mai si dice “io”, mai “mio”, ma sempre Tu, tuo e nostro. Parole che stanno lì come braccia aperte: il tuo Nome, il nostro pane, Tu dona, Tu perdona.

La prima cosa da custodire: che il Tuo nome sia santificato. Il nome contiene, nella lingua della Bibbia, tutta la persona: è come chiedere Dio a Dio, chiedere che Dio ci doni Dio. E il nome di Dio è amore: che l'amore sia santificato sulla terra, da tutti. Se c'è qualcosa di santo e di eterno in noi, è la capacità di amare e di essere amati.

Venga il tuo Regno, nasca la terra nuova come tu la sogni, una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani.

Dacci il pane nostro quotidiano. Il Padre Nostro mi vieta di chiedere solo per me: «il pane per me è un fatto materiale, il pane per mio fratello è un fatto spirituale» (N. Berdiaev). Dona a noi tutti ciò che ci fa vivere, il pane e l'amore, entrambi necessari, donaceli per oggi e per domani.

E perdona i nostri peccati, togli tutto ciò che invecchia il cuore e lo fa pesante; dona la forza per sciogliere le vele e salpare ad ogni alba verso terre intatte. Libera il futuro.

E noi, che conosciamo come il perdono potenzia la vita, lo doneremo ai nostri fra-telli e a noi stessi, per tornare leggeri a costruire di nuovo la pace.

Non abbandonarci alla tentazione. Non ti chiediamo di essere esentati dalla prova, ma di non essere lasciati soli a lottare contro il male. E dalla sfiducia e dalla paura tiraci fuori; e da ogni ferita o caduta rialzaci tu, Samaritano buono delle nostre vite.

Il Padre Nostro non va solo recitato, va sillabato ogni giorno di nuovo, sulle ginocchia della vita: nelle carezze della gioia, nel graffio delle spine, nella fame dei fratelli. Bisogna avere molta fame di vita per pregare bene. Fame di Dio, perché nella preghiera non ottengo delle cose, ottengo Dio stesso. Un Dio che non signoreggia ma si coinvolge, che intreccia il suo respiro con il mio, che mescola le sue lacrime con le mie, che chiede solo di lasciarlo essere amico. Non potevo pensare avventura migliore.

Ermes Ronchi

 

(Lc 10,25-37) In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

 

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. Uno dei racconti più belli al mondo. Solo poche righe, di sangue, polvere e splendore. Il mondo intero scende da Gerusalemme a Gerico. Nessuno può dire: io faccio un'altra strada, io non c'entro. Siamo tutti sulla medesima strada. E ci salveremo insieme, o non ci sarà salvezza. Un sacerdote scendeva per quella stessa strada. Il primo che passa è un prete, un rappresentante di Dio e del potere, vede l'uomo ferito ma passa oltre. Non passare oltre il sangue di Abele. Oltre non c'è nulla, tantomeno Dio, solo una religione sterile come la polvere.

Invece un samaritano, che era in viaggio, vide, ne ebbe compassione, si fece vicino. Un samaritano, gente ostile e disprezzata, che non frequenta il tempio, si commuove, si fa vicino, si fa prossimo. Tutti termini di una carica infinita, bellissima, che grondano umanità. Non c'è umanità possibile senza compassione, il meno sentimentale dei sentimenti, senza prossimità, il meno zuccheroso, il più concreto. Il samaritano si avvicina. Non è spontaneo fermarsi, i briganti possono essere ancora nei dintorni. Avvicinarsi non è un istinto, è una conquista; la fraternità non è un dato ma un compito.

I primi tre gesti concreti: vedere, fermarsi, toccare, tracciano i primi tre passi della risposta a “chi è il mio prossimo?”. Vedere e lasciarsi ferire dalle ferite dell'altro. Il mondo è un immenso pianto, e «Dio naviga in questo fiume di lacrime» (Turoldo), invisibili però a chi ha perduto gli occhi del cuore, come il sacerdote e il levita. Fermarsi addosso alla vita che geme e si sta perdendo nella polvere della strada. Io ho fatto molto per questo mondo ogni volta che semplicemente sospendo la mia corsa per dire «eccomi, sono qui». Toccare: il samaritano versa olio e vino, fascia le ferite dell'uomo, lo solleva, lo carica, lo porta. Toccare l'altro è parlargli silenziosamente con il proprio corpo, con la mano: «Non ho paura e non sono nemico». Toccare l'altro è la massima vicinanza, dirgli: «Sono qui per te»; accettare ciò che lui è, così com'è; toccare l'altro è un atto di riverenza, di riconoscimento, di venerazione per la bontà dell'intera sua persona.

Il racconto di Luca poi si muove rapido, mettendo in fila dieci verbi per descrivere l'amore fattivo: vide, ebbe compassione, si avvicinò, versò, fasciò, caricò, portò, si prese cura, pagò... fino al decimo verbo: al mio ritorno salderò... Questo è il nuovo decalogo, perché l'uomo sia promosso a uomo, perché la terra sia abitata da “prossimi” e non da briganti o nemici. Al centro del messaggio di Gesù una parabola; al centro della parabola un uomo; e quel verbo: Tu amerai. Fa così, e troverai la vita.

Ermes Ronchi

 

(Lc 10,38-42) In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

 

La casa è piena di gente, ci sono Gesù e i suoi; Maria, la giovane, seduta ai piedi dell'amico, i discepoli intorno, forse Lazzaro tra loro; Marta, la generosa, è nella sua cucina, alimenta il fuoco, controlla le pentole, si alza, passa e ripassa davanti al gruppo a preparare la tavola, affaccendata per tutti. Maria seduta ascoltava Gesù. Un uomo che profuma di cielo e una donna, seduti vicinissimi.

Una scena di maestro-discepola così inconsueta per gli usi del tempo che pare quasi un miracolo. Tutti i pregiudizi sulle donne saltati in aria, rotti gli schemi. Presi l'uno dall'altra: lui totalmente suo, lei totalmente sua. La immagino incantata davanti alle parole del maestro e amico, come se fosse la prima volta. Conosciamo tutti il miracolo della prima volta. Poi, lentamente ci si abitua. L'eternità invece è non abituarsi mai, è il miracolo della prima volta che si ripete sempre, come nella casa dell'amicizia, a Betania.

E poi c'è Marta, la padrona di casa, tutto compresa del suo ruolo santo. Gli ospiti sono come angeli e c'è da offrire loro il meglio; teme di non farcela e allora “si fa avanti”, con la libertà dell'amicizia, e s'interpone tra Gesù e la sorella: “dille che mi aiuti!”. Gesù l'ha seguita con gli occhi, ha visto il riverbero della fiamma sul suo volto, ha ascoltato i rumori di là, sentito l'odore del fumo e del cibo quando lei passava, era come se fosse stato con Marta, in cucina. In quel luogo che ci ricorda il nostro corpo, il bisogno del cibo, la lotta per la sopravvivenza, il gusto delle cose buone, la trasformazione dei doni della terra e del sole ( J. Tolentino).

Affettuosamente le risponde: Marta, Marta, tu ti affanni per troppe cose. Gesù non contraddice il servizio ma l'affanno; non contesta il suo cuore generoso ma il fare frenetico, che vela gli occhi. Riprendi il ritmo del cuore, del respiro, del flusso del sangue; abbi il coraggio di far volare più lente le tue mani, altrimenti tutto il tuo essere entra in uno stato di disagio e di stress. Maria ha scelto la parte buona: Marta non si ferma un minuto, Maria invece è seduta, occhi liquidi di felicità; Marta si agita e non può ascoltare, Maria nel suo apparente “far niente” ha messo al centro della casa Gesù, l'amico e il profeta. Doveva bruciarle il cuore quel giorno.

Le due sorelle di Betania tracciano i passi della fede vera: passare dall'affanno di ciò che devo fare per Dio, allo stupore di ciò che Lui fa per me. I passi della fede di ogni credente: passare da Dio come dovere a Dio come stupore. Io sono Marta, io sono Maria; dentro di me le due sorelle si tengono per mano; battono i loro due cuori: il cuore dell'ascolto e il cuore del servizio.

Ermes Ronchi

 

(Lc 10,1-12.17-20) In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città». I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

 

Il testo evangelico odierno presenta le disposizioni che Gesù dà ai discepoli inviandoli in missione (Lc 10,1-12) e le parole che rivolge loro una volta ritornati dalla missione stessa (Lc 10,17-20). Il testo ha dunque una valenza ecclesiologica in quanto riguarda la missione e la presenza della chiesa tra gli uomini, tuttavia, se si tiene conto del fatto che il messaggio che Gesù, tramite i discepoli, fa giungere alle città e ai villaggi nei quali si sarebbe recato nel suo cammino verso Gerusalemme, è annuncio di pace e proclamazione che il regno di Dio si è fatto vicino, comprendiamo che il testo ha una portata cristologica fondamentale. Pace e Regno di Dio, infatti, si manifestano in Gesù stesso.

Il testo contiene un ricco insegnamento sulla missione che si aggiunge e, per certi versi si sovrappone, a quello riportato in Lc 9,1-6. In Lc 9, nel primo invio in missione, sono inviati i Dodici, numero che evoca le dodici tribù di Israele e sembra eco di una missione che prioritariamente deve rivolgersi ad Israele. In Lc 10, invece, sono inviati settanta (o settantadue) discepoli. La cifra “settanta”, secondo Gen 10 e tutta la tradizione biblica, indica la totalità delle popolazioni della terra: così sarebbe evocata la dimensione universale della missione che per altro i discepoli inizieranno solo a partire dalla Pentecoste (At 2,1ss.). Ora, ancor prima di esaminare le parole di Gesù, vale la pena di rilevare i due angoli prospettici o punti di vista da cui è possibile leggere queste parole. Il primo punto di vista è quello di Gesù, di colui che formula tali disposizioni. Gesù parla all’imperativo e al futuro. Egli distacca fisicamente da sé i suoi discepoli: “Andate” (10,3), ma li unisce a sé nell’esperienza di fede dell’annuncio del Regno. Quell’annuncio che è sempre stato il centro del suo messaggio. E Gesù prevede ciò che avverrà. Soprattutto dà disposizioni grazie alle quali i discepoli potranno guardarsi da se stessi e vincere se stessi.

Egli conosce la meschinità dei discepoli cui pure fa fiducia inviandoli in missione. Sa che potranno fare della missione il luogo delle loro pretese, che potranno trasformarla in un viaggio di piacere, pervertirla in un privilegio. Essi potranno ridurre la grandezza della predicazione del Regno di Dio alla piccolezza della ricerca di piccoli agi e comodità e allora dice loro: “Mangiate quel che vi vien messo davanti, non passate di casa in casa” (cf. 10,8). Sa che saranno tentati dall’egoismo, dal fare della missione la loro impresa personale, individualistica, e li manda a due a due (10,1); sa che saranno tentati di aggressività, proselitismo, violenza e li manda come pecore in mezzo a lupi (10,3); sa che saranno tentati di accumulare, di premunirsi per il futuro, e dice loro di non prendere borsa né bisaccia (10,4); sa che saranno tentati di trasformare l’annuncio del Regno in opera filantropica di portare soldi, cibo e abiti e dice loro di non portare, nemmeno per se stessi, né cibo né soldi né sandali né due tuniche (9,3; 10,4); sa che saranno tentati di distrarsi, di dissiparsi in chiacchiere e relazioni futili, e dice loro di nemmeno fermarsi a salutare lungo la via (10,4). Chiede loro di bruciare le parole cortesi per non ritardare l’annuncio urgente del Regno. Sa che saranno tentati di farsi servire invece di servire e dice loro di curare i malati, di dare pace e diffondere benedizione (10,5.9); sa che saranno tentati di ritorsioni e ripicche verso chi non li accoglie e dice loro di lasciare a Dio il giudizio e di ribadire l’annuncio che il Regno è vicinissimo (10,10-12).

Inviandoli in missione è come se li inviasse a una lotta contro se stessi, contro la parte peggiore di sé, che forse sarà più tentata di mostrarsi una volta che ci sia distanza dal loro maestro. E non a caso, quando i discepoli tornano, pieni di gioia per il successo della missione, non ne parlano nei termini di conversione, di evangelizzazione, di adesione di tanti alla fede, ma di esorcismo. “Anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome” (10,17). Che non significa solo che hanno saputo liberare persone che erano sotto il potere del maligno, ma anzitutto che hanno saputo vincere il maligno in se stessi, su se stessi, hanno saputo vincere le tentazioni da cui Gesù li ha messi in guardia. Tanto che Gesù dice loro: “Vi ho dato potere di calpestare le potenze del male: niente vi nuocerà” (cf. 10,19). Niente potrà farvi del male: nihil vobis nocebit.

Ecco allora il secondo punto di vista da cui leggere queste disposizioni. Quello di chi le riceve: i discepoli. Che possono cogliere queste parole come un mandato. Forse non ne sanno cogliere la portata e il significato, probabilmente non capiscono il perché di certe parole e indicazioni di Gesù. Probabilmente alcune di queste sembreranno loro stravaganti, esagerate, oppure dettagli insignificanti, cose irrilevanti, poco spirituali, e tuttavia, almeno in questo caso, essi le osservano cogliendole come mandato: cioè come atto di fiducia che li responsabilizza, che fa scaturire le energie per compiere ciò che solo la forza del Signore può compiere. “Io vi ho dato potere”: Ego dedi vobis potestatem. Questo potere abiterà in voi a misura che crederete e starete attaccati a queste poche parole, a questi appigli di salvezza. Che vi salvano da voi stessi. Avrete questo potere a misura del vostro ascolto e della vostra obbedienza. Della vostra fiducia. Della vostra fede. Del vostro credere all’amore di chi vi ha dato tale mandato. Amore che vede la vostra miseria e crede alla vostra capacità di vincere il male in voi stessi.

I discepoli sono inviati per preparare la strada a Gesù: la missione è ancillare nei confronti del Signore, è annuncio e preparazione della sua venuta. Per questo i discepoli sono inviati a due a due: perché la loro comunione e fraternità è già annuncio del Regno, perché il Vangelo, che nell’amore trova il suo centro, è testimoniato adeguatamente da vite in relazione, da uomini che si aiutano e sostengono vicendevolmente, da persone che, vincendo le antipatie e le inimicizie, cercano di accogliersi, rispettarsi, volersi bene. Gli inviati poi, sono pochi rispetto alla smisuratezza delle messe (10,2), sono dotati di pochi mezzi e di ancor meno certezze: povertà, minoranza, precarietà non sono deprecabili ostacoli che impediscono l’efficacia della missione, ma sono le condizioni poste da Gesù per la missione evangelica. La povertà degli inviati deve far risaltare il fatto che la missione è svolta dalla persona nella sua interezza. Non basta avere pochi mezzi, occorre essere poveri, non basta proclamare il Regno di Dio, occorre essere uomini di Dio, non basta annunciare la pace, occorre essere operatori di pace. Così gli inviati possono davvero essere “agnelli” (Lc 10,3) che seguono l’Agnello, Gesù Cristo. La missione, infatti, non è altra cosa rispetto alla sequela, non è una realtà a parte, ma ha senso proprio e solo come sequela Christi. In questo affidamento radicale al suo Signore, l’inviato potrà sperimentare la protezione che il Signore gli accorda: “Nulla potrà farvi del male” (Lc 10,19). Inviato in mezzo a lupi, senza alcuna assicurazione del successo della sua missione, anzi, essendo stato prevenuto dal Signore sulla possibile non accoglienza (cf. Lc 10,10), l’inviato potrà tuttavia conoscere in queste tribolazioni la certezza di fede di essere sulle tracce del Signore che conobbe la non accoglienza, il rifiuto, e non vi si ribellò. Come il suo Signore, l’inviato cristiano è chiamato ad accogliere la non accoglienza che gli uomini possono riservargli e ad annunciare a tutti che il Regno di Dio è vicino.

La povertà e inermità dell’inviato sono anche il luogo in cui può manifestarsi la potenza dello Spirito di Dio: “I demoni si sottomettono a noi nel tuo nome” (Lc 10,17). Vi è una forza straordinaria nell’estrema povertà, nel rifuggire tutto ciò che è potere e protagonismo da parte dell’inviato di Cristo: anzitutto perché sempre la potenza di Dio si manifesta nella debolezza del credente, ma anche perché la piccolezza degli inviati viene sentita dai destinatari della missione come non minacciosa e perciò crea fiducia e rende possibile il miracolo dell’incontro tra diversi, tra lontani, che grazie proprio alla povertà possono avvicinarsi gli uni agli altri senza diffidenze e timori. La povertà, la mitezza, l’inermità sono fondamentali per la missione cristiana.

Proprio per questo Gesù invia uomini senza denaro, senza provviste di cibo, senza umane sicurezze, “spogli”: ciò che devono portare e visibilizzare nella loro persona, nel loro corpo e nelle loro relazioni è l’annuncio della vicinanza del Regno e dunque la necessità della conversione. La povertà degli inviati è segno e testimonianza credibile di un Regno che essi stessi attendono come vitale. E questo atteggiamento dice la verità del loro annuncio.

Luciano Manicardi


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Il 10 dicembre 1951 veniva eretta la Parrocchia San Pio V.
Ringraziamo Dio dei tanti doni che ha dato alla nostra comunità in questi anni.
 

 

 

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      Pasqua sorgente di graziaCari fratelli, care sorelle, condivido con voi la sensazione che questo tempo che viviamo sia un lungo sabato santo, in cui, come ci raccontano i Vangeli, una tomba ha rinchiuso ogni cosa, ogni speranza, ogni senso alla vita. A volte, perfino le cose più belle, gli affetti, i sogni, la fede, vacillano di fronte alle immagini di morte e distruzione. Ci sembra che Gesù ci sia strappato dalle mani e...

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