(Mt 21,1-11) […] I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!».
Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».
 
(Mt 26,14-27,66) […] A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

 

 

Quando Gesù è entrato in Gerusalemme, doveva essere una di quelle giornate di primavera che invitano a cantare, a celebrare, a guardarsi negli occhi per scambiarsi un emozione di gioia, ad aprire i sensi e il cuore alla promessa di vita che trascorre in tutto lo scenario della natura.

C’erano però altre ragioni, quel giorno, per avvertire un particolare fervore gioioso.

La città era più animata del solito per la presenza di molti pellegrini venuti a celebrare la festa pasquale.           

Ed era corsa voce che stesse per sopraggiungere anche Gesù, quel Gesù di cui molti avevano sentito parlare: che fosse lui il

Messia a lungo atteso?     

Certo, se erano veri i miracoli e le parole che di lui si raccontavano, doveva essere almeno un profeta, segno vivente dell alleanza di Dio con il suo popolo.

Per questo bisognava muovergli incontro, celebrare con la lode il passaggio di Dio, scoprire che la primavera non era solo quella che si respirava nell’aria ma, ancora più bella, quella che ridestava la speranza nel cuore.

Ma a questa immagine di gloria evocata dalla domenica delle Palme subentra, alla lettura del Vangelo, l’immagine della croce. Dov’è il trionfo di Gesù?

Alla folla osannante si è sostituita un’accozzaglia di gente ostile, manovrata dal potere religioso.

Il titolo di re diventa motivo di scherno: «Salve, re dei Giudei». E come trono regale è preparata una croce.

Questi due momenti riproposti oggi dalla liturgia potrebbero trovare una sintesi efficace nel titolo di un libro scritto da Urs von Balthasar: la gloria e la croce.

C’è però da osservare che croce e gloria non sono esperienze tra loro opposte, ma due modalità del mistero di Gesù che si compongono e si compenetrano per cui è possibile intravedere la croce già sul cammino del trionfo ed è possibile presentire la gloria sul cammino della croce.

Ritorniamo al trionfo di Gesù.

Gesù è salutato come profeta ed entra nella città che è solita uccidere i profeti.

Se disponesse di un vero potere dovrebbe usare un cavallo come tutti i conquistatori, mentre si serve molto più umilmente di un’asina che neppure gli appartiene.

E il suo corteo è fatto di gente umile: è il corteo delle beatitudini in cui protagonisti sono i poveri e i perseguitati.

D’altra parte, se si osserva il cammino che porta alla croce, ci si accorge che all’interno dell’umiliazione si irradia una luce di vittoria.

Dove sono i segni di questa gloria che viene non dopo la croce ma già nel consumarsi della croce?

Se, leggendo il racconto della passione, abbiamo la grazia di intuire già i segni della gloria, preludio di quella pasquale, la pietà e la commozione si aprono alla speranza.

Nasce cioè la fiducia che la gloria non è al di là della prova, ma è già nel momento oscuro e faticoso: si rivela attraverso l’amore, il perdono, la capacità di stare accanto a un fratello per vincere con lui la sua disperazione, la passione di servire asciugando le lacrime altrui con mani di misericordia.

Vuol dire perdere la vita e scoprire che ogni croce accettata con amore è già una rivelazione di gloria.

Don Donato

 

(Gv 11,1-45) In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

 

Gesù aveva degli amici. Amava tutti, ma aveva degli amici con i quali aveva un rapporto speciale, come si fa con gli amici, di più amore, di più confidenza … E tante, tante volte sostava a casa di questi fratelli: Lazzaro, Marta, Maria … E Gesù sentì dolore per la malattia e la morte del suo amico. Arriva al sepolcro e si commosse profondamente e molto turbato domandò: “Dove lo avete posto?” (Gv. 11,34). E Gesù scoppiò in pianto. Gesù, Dio, ma uomo, pianse. Un’altra volta nel Vangelo si dice che Gesù ha pianto: quando pianse su Gerusalemme (Lc 19,41-42). E con quanta tenerezza piange Gesù! Piange dal cuore, piange con amore, piange con i suoi che piangono. Il pianto di Gesù. Forse, ha pianto altre volte nella vita - non sappiamo -; sicuramente nell’Orto degli Ulivi. Ma Gesù piange per amore, sempre.

Si commosse profondamente e molto turbato pianse. Quante volte abbiamo sentito nel Vangelo questa commozione di Gesù, con quella frase che si ripete: “Vedendo, ne ebbe compassione” (Cfr Mt 9,36; Mt 13,14 ). Gesù non può vedere la gente e non sentire compassione. I suoi occhi guardano con il cuore; Gesù vede con gli occhi, ma vede con il cuore ed è capace di piangere.

Oggi, davanti a un mondo che soffre tanto, a tanta gente che soffre le conseguenze di questa pandemia, io mi domando: sono capace di piangere, come sicuramente lo avrebbe fatto Gesù e lo fa adesso Gesù? Il mio cuore, assomiglia a quello di Gesù? E se è troppo duro, anche se sono capace di parlare, di fare del bene, di aiutare, ma il cuore non entra, non sono capace di piangere, devo chiedere questa grazia al Signore. Signore, che io pianga con te, pianga con il tuo popolo che in questo momento soffre. Tanti piangono oggi. E noi, da questo altare, da questo sacrificio di Gesù, di Gesù che non si è vergognato di piangere, chiediamo la grazia di piangere. Che oggi sia per tutti noi come la domenica del pianto.

Papa Francesco, Casa Santa Marta 29 marzo 2020

 

(Gv 4,5-42) In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

 

Non dovrebbe accadere nulla. Sembra si siano avvicinati solo per rendere più sensibile la loro distanza: l’inimicizia tra le due nazioni, la differenza dei sessi, l’impurità della donna che, secondo la mentalità, proviene dall’essere donna, dalla sua nazione e dai suoi costumi. Non ultima, il caldo e il luogo desertico. Come ha fatto quel giudeo stanco, fermo all’orlo del pozzo a chiedere a lei: «Dammi da bere»?

È un fatto inaspettato, non una scusa per aprire il discorso, per fare catechesi a buon mercato; perché una simile domanda non solo scavalca le interdizioni razziali e rituali (lei lo «avvisa»: dovrebbe sapere bene che samaritani e giudei non possono usare gli stessi oggetti!) ma perché avanza una richiesta (umile e vulnerabile) su quel poco che lei ha: un secchio e l’acqua normale della vita.

Non parte da un giudizio (nonostante che questa qui sia quello che è, io mi degno di rivolgermi a lei) ma dal ritenerla in grado di dare ciò che ha. E poiché lei onestamente risponde che non può dargli ciò che ha (troppi ostacoli la separano dal credere in se stessa!) lui le fa un’offerta che lei - da sola - non riesce ad immaginare: l’acqua che zampilla per la vita eterna.

E allora lei chiede quest’acqua, prende contatto con la sua sete (per motivi «interessati» è vero: ma Dio non li teme, sa trovarci la domanda vera!) e Gesù può chiederle di «mettere sul tavolo» la sua vita, dicendole che lui sa bene chi è, eppure la cerca a nome del Padre suo.

La Samaritana rivela allora le sue domande profonde: non sa quale sia il luogo giusto per adorare, cioè per trovare chi riconoscere come ragione della sua vita. Gesù risponde con una serietà impensabile: le riserva una rivelazione che a tanti altri nasconde, specie ai teologi di professione, quelli che l’evangelista Giovanni ama chiamare «i giudei»: «Il Messia sono io che ti parlo»; cioè si rivela interprete fedele di un Dio che cerca da ogni parte adoratori in spirito e verità; nel linguaggio giovanneo la verità è Gesù, il sì definitivo del Padre. E questa donna, che in fondo è partita dal nulla, raggiunge la pienezza. Va con una brocca e ne torna con una sorgente. Lascia la brocca presso di lui e corre ad annunciarlo: quella brocca lasciata lì è il segno del suo sì; e Gesù si lascia annunciare da lei!

Come la samaritana, possiamo anche noi dimenticare la brocca, questa vita a volte chiusa e opaca, e correre a raccontare di un Signore che fa nascere.

Don Donato

 

(GV 9,1-41) In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: Va' a Sìloe e làvati!. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov'è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c'era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l'età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l'età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l'ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell'uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell'uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane».

 

Mettiamo in secondo piano le profonde ragioni teologiche del miracolo del cieco nato, nel vangelo di questa Domenica, per evidenziare un solo tratto, così modesto e familiare, di questo stupefacente miracolo.

Quando i suoi discepoli vedono il cieco, si lasciano prendere da una domanda molto ovvia nel loro tempo: «Ma chi ha peccato, lui o i suoi genitori?».

Ed ecco questo cieco immesso nella catena delle colpe: se c’è un male, bisogna trovare il colpevole. Chissà perché. Forse per poter in pace lavarsene le mani: e non far nulla. Non certo per il male fisico, ma per una sequela di mali, disagi, devianze, anche oggi la ricerca del colpevole è altrettanto accanita.

Anche tra noi credenti, in questo tempo di pandemia, c’è chi cade nella tentazione di cercare il colpevole: per esempio Dio che vuole “avvisarci” (bell’avviso!), l’uomo che è cattivo, etc. Oppure, chi non dice - di fronte ad un figlio tossicodipendente, ad esempio - «ma chi ha sbagliato?». Complice anche tanta psicologia da quattro soldi, che mette spesso (troppo spesso!) la colpa sulle spalle dei genitori. I quali, in tal modo, si sentono paralizzati e umiliati: come possono, allora, mettere le loro risorse - per quanti errori abbiano fatto - a servizio della guarigione del figlio?

Gesù sceglie un’altra ottica, l’unica che ci libera, genitori e figli: «È così perché si manifestassero in lui le opere di Dio»; invece che ricercare le cause-colpe, cerca il fine-obiettivo. Verso dove conduce questo male, se lo vogliamo? Che scelta ti viene messa davanti? O chiuderti in te stesso o diventare migliore.

Gesù con tenerezza incarnata fa del fango con la saliva, la spalma sugli occhi del cieco e chiede la sua collaborazione: «Va’ a lavarti alla piscina di Siloe». Il testo dice che il nome Siloe significa Inviato: cioè designa Lui, che il Padre ha mandato; le acque dell’Inviato (figura del battesimo per sant’Agostino) hanno il potere di far vedere la luce.

Di più: in quel «fango» molti commentatori intravedono il primo fango di cui fu impastato Adamo nella creazione, segno che qui è in atto una nuova creazione, quella dell’uomo capace di vedere Gesù. E quale genitore non sa che, uscito dal tunnel del male, il figlio è davvero una creatura nuova?

La narrazione si snoda poi sul fatto che l’ex cieco è costretto a spiegare come ha fatto Gesù di Nazaret a guarirlo, tanti sono gli increduli che non vogliono vedere. Noi ci soffermiamo su un punto particolare: i giudei mandano a chiamare i genitori per sapere come mai il loro figlio ora ci veda. Testimoniato che quello è proprio il loro figlio, quelli rispondono: «Chiedetelo a lui, parlerà lui di se stesso».

Giovanni, che ha presente la dolorosa esperienza della sua comunità in cui chi crede in Gesù viene espulso dalla sinagoga (cosa temutissima, perché la sinagoga rappresenta tutta la vita religiosa e civile di un ebreo!), interpreta la risposta dei genitori come una vigliaccheria; ma noi osiamo darle anche un senso positivo: questi genitori si accorgono che il figlio è cresciuto, non lo vogliono proteggere sempre e comunque, lo abilitano ad avere diritto di parola su se stesso! E cioè lo lasciano autonomo. E hanno ragione: lui non solo terrà testa ai Giudei, ma pronuncia la parola che orienta la vita: “Io credo Signore!”. Come speriamo di dire noi in questo tempo incerto e angoscioso.

Don Donato

 

(Mt 17,1-9) In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

 

Mi ha sempre colpito il finale dell’episodio della Trasfigurazione. Bisogna ridiscendere dalla montagna. E, in questi casi, il ritorno in basso risulta più arduo e pericoloso dell’arrampicata. Dopo l’esperienza eccezionale, c’è il rientro nella normalità. Dopo la sosta benefica, occorre riprendere il cammino di sempre. Mai una volta che il Signore dica: «Ora basta... sistèmati... rimani pure lì tranquillo per tutto il tempo che vuoi...».

Al povero Abramo: «Vattene... Esci». A Pietro, che progetta l’allestimento di tre tende, Gesù fa capire che bisogna sloggiare immediatamente. «Alzatevi».

Sembra non sia consentito il sonno, né tantomeno i sogni.

E il risveglio risulta piuttosto brusco: «Sollevando gli occhi, non videro più nessuno, se non Gesù solo».

È il Gesù che ha smesso l’abito della luce e ha ripreso il vestito dei giorni feriali.

È il Gesù che mi riaccompagna in basso, e mi fa riprendere i contatti con la realtà abituale. Strano: non mi solleva nell’alto dei cieli, ma mi riporta nel basso della terra...

E il Gesù della quotidianità, delle solite occupazioni, dei soliti grattacapi, delle solite persone non troppo interessanti.

È il Gesù della fatica, della stanchezza, della monotonia, del lavoro ripetitivo.

Dopo la montagna, c’è necessariamente l’impatto con la pianura.

Dopo la luce arriva, se non il buio, certamente il grigio.

Dopo l’esperienza esaltante, il tuffo nella banalità.

Tutto come prima?

Allora, è come se non fosse successo nulla?

Al contrario, è avvenuto qualcosa di decisivo. Tutto, apparentemente, è come prima, eppure niente rimane come prima.

Si tratta della stessa esperienza luminosa, ma che continua nell’oscurità.

È questione, perciò, di trasfigurare le realtà più banali, l’ordinario più mortificante.

Sì, Gesù ci fa frequentare, almeno qualche istante, le altezze, perché riusciamo a sollevare gli occhi... verso il basso. Che è sempre la cosa più difficile.

Ho l’impressione che Gesù, con l’episodio della Trasfigurazione, si sia preoccupato di “tirare” in basso i suoi amici...

E deve aver fatto più fatica a riportarli giù, che non a trascinarli lassù. Ma è giù che anche noi abbiamo bisogno di Lui.

Don Donato

 


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Madonna del Riposo, guariscici, o almeno dacci una tregua. Accoglici in braccio come qui fai con tuo Figlio.
Tutti nel dolore ridiventiamo bambini. Continua a sorriderci, o Maria, perché non ci perdiamo nel buio.

 

 

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      Tra vicinanza e distanzaStiamo con fatica imparando quello che prima era automatico: il giusto rapporto tra vicinanza e distanza di sicurezza. Salvarci dagli altri per salvare gli altri da noi. È talmente inserito nel nostro DNA il bisogno di incontro, di abbraccio, di contatto, che ci è difficile pensare che siamo frutto anche del distacco: dal grembo materno, da casa, dall'infanzia. Senza contatti non possiamo...

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A SAN PIO V E ALLA MADONNA DEL RIPOSO

Sono inoltre sospesi gli incontri del catechismo
e di tutti i gruppi

leggi QUI il decreto del Cardinale Vicario 


Le benedizioni delle famiglie sono sospese

 

 La catechesi biblica sul Vangelo di Matteo
con don Giuseppe De Virgilio
è sospesa
 

Gruppo "Amici 60 e più..."
gli incontri del mercoledì sono sospesi


 

 

La Parrocchia mette a disposizione in modo gratuito
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