(Lc 5,1-11) In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Tutto è cominciato con una notte «buttata», le reti vuote, la fatica inutile. Un gruppetto di pescatori delusi, indifferenti alla folla e al Maestro: Gesù entra con delicatezza nelle vite di quegli uomini abbattuti. Prega Simone di staccarsi un po' dalla riva. Lo prega: notate la finezza del verbo scelto da Luca: «Simone, per favore, ti prego!».
Gesù, maestro di umanità, ci insegna quali sono le parole che, nei momenti diffìcili, di fal-limento, trasmettono speranza ed energia. Non è: «Tu devi!», non è la critica, non il giudizio, non l'ironia, neanche la compassione. Ma una preghiera che fa appello a quello che hai, per quanto poco; a quello che sai fare, per quanto poco! Pietro, hai una barca, hai delle reti: ripartiamo da questo.
Gesù sale anche sulla mia barca, anche se è vuota e l'ho tirata in secco, e mi prega di ripartire, da tutti i fallimenti, con quel poco che ho, con quel poco che so fare.
«Prendi il largo e getta le reti per la pesca». E le reti si riempiono.
Dio riempie la vita, dà una profondità unica a tutto ciò che penso, che dico, che faccio. Dio viene per intensificare la mia vita, non per togliermi qualcosa, viene sempre per dare. Mol¬tiplica la mia capacità di gioire, di coraggio, di fecondità. Riempie le reti di ciò che amo e poi la vita di futuro.
Simone si spaventa: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore». Come posso stare vicino a Dio se sono un peccatore? Come posso annunciare il Vangelo con tutti i miei peccati addosso e se non cambia mai niente?
Gesù sulle acque del lago ha una reazione bellissima. Lui, il grande pescatore di uomini, non risponde: «Non è vero, non sei poi un gran peccatore, non più degli altri», non giudica, non minimizza, neppure assolve. Pronuncia due parole: «Non temere. Tu sarai».
Ed è il futuro che si apre, il futuro che conta più del presente e di tutto il mio passato. Non vale la pena parlare del peccato: le barche pie¬ne di domani valgono più di tutti i fallimenti di oggi.
Dio ama ciò che io sono, così come sono oggi, ma vede già in me ciò che potrò diventare domani e mi dà fiducia. Quella fiducia in me che io spesso non riesco ad avere. L'amore di Dio ci trasforma, ma non toglie libertà, non toglie bellezza al vivere, al contrario fa fiorire la vita.
Non temere, anche la tua barca va bene! Anche la tua zattera, il tuo guscio di noce, la tua vita va bene per fare qualcosa per gli uomini. Il peccato rimane, ma non può essere un alibi per chiudersi a Dio e al futuro. Resterai peccatore, eppure sei utile agli uomini e a Dio, guaritore d'altri anche se ferito.
Gesù dà fiducia, conforta la vita, ma poi la incalza; riempie le reti, ma poi te le fa lasciare lì. Ti impedisce di accontentarti.
«Sarai pescatore di uomini» vuol dire: invece che pesci, invece che cose, ti regalerò persone; sarai ricco di incontri che riempiranno la tua vita; e poi: cercherai uomini, li raccoglierai da quel fondo dove credono di vivere e non vivono; mostrerai loro che sono fatti per un altro respiro, un altro cielo, un'altra vita! Li raccoglierai per la vita.
E il miracolo del lago non sono le barche riempite di pesci, non sono le barche abbandonate ancora cariche di quel piccolo tesoro, il miracolo grande è Gesù che non si lascia impressionare dai miei difetti, non è deluso di me, non ha paura dei miei peccati, ma mi ripete: tu puoi fare qualcosa di bello, di grande per gli uomini e per me.
«Lasciarono tutto e lo seguirono». Lasciano tutto, ma per avere tutto; non perché non abbiano valore le cose di ogni giorno, anzi nel mare di Dio acquistano intensità l'affetto per i figli, l'amore di coppia, la capacità di dono, di rapporti buoni, i sogni.
Ma Gesù ti fa sconfinare dal cortile di casa, dal piccolo cerchio degli affetti, a una casa grande quanto il mondo. Dalle rotte del lago alla mappa del mondo.
In questo Vangelo mi commuove come il Signore ci parla, quelle sue tre parole: ti prego, non temere, tu sarai. Delicatezza, coraggio, futuro.
Ti risolleva, dopo una notte, cento notti di fallimenti, senza aver preso niente, ma non solo per semplice consolazione. Aggiunge: prendi il largo! Alzati e cammina!
Ti offre il mondo: «Non temere, d'ora in avanti tu sarai!». D'ora in avanti qualcosa sarò, Signore, se la tua grazia farà del mio nulla qualcosa che serva a qualcuno.

Ermes Ronchi

(Lc 5,1-11) In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.

Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.

Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».

E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

 

Tutto è cominciato con una notte «buttata», le reti vuote, la fatica inutile. Un gruppetto di pescatori delusi, indifferenti alla folla e al Maestro: Gesù entra con delicatezza nelle vite di quegli uomini abbattuti. Prega Simone di staccarsi un po’ dalla riva. Lo prega: notate la finezza del verbo scelto da Luca: «Simone, per favore, ti prego!».

Gesù, maestro di umanità, ci insegna quali sono le parole che, nei momenti diffìcili, di fal­limento, trasmettono speranza ed energia. Non è: «Tu devi!», non è la critica, non il giudizio, non l’ironia, neanche la compassione. Ma una preghiera che fa appello a quello che hai, per quanto poco; a quello che sai fare, per quanto poco! Pietro, hai una barca, hai delle reti: ripartiamo da questo.

Gesù sale anche sulla mia barca, anche se è vuota e l’ho tirata in secco, e mi prega di ripartire, da tutti i fallimenti, con quel poco che ho, con quel poco che so fare.

«Prendi il largo e getta le reti per la pesca». E le reti si riempiono.

Dio riempie la vita, dà una profondità unica a tutto ciò che penso, che dico, che faccio. Dio viene per intensificare la mia vita, non per togliermi qualcosa, viene sempre per dare. Mol­tiplica la mia capacità di gioire, di coraggio, di fecondità. Riempie le reti di ciò che amo e poi la vita di futuro.

Simone si spaventa: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore». Come posso stare vicino a Dio se sono un peccatore? Come posso annunciare il Vangelo con tutti i miei peccati addosso e se non cambia mai niente?

Gesù sulle acque del lago ha una reazione bellissima. Lui, il grande pescatore di uomini, non risponde: «Non è vero, non sei poi un gran peccatore, non più degli altri», non giudica, non minimizza, neppure assolve. Pronuncia due parole: «Non temere. Tu sarai».

Ed è il futuro che si apre, il futuro che conta più del presente e di tutto il mio passato. Non vale la pena parlare del peccato: le barche pie­ne di domani valgono più di tutti i fallimenti di oggi.

Dio ama ciò che io sono, così come sono oggi, ma vede già in me ciò che potrò diventare domani e mi dà fiducia. Quella fiducia in me che io spesso non riesco ad avere. L’amore di Dio ci trasforma, ma non toglie libertà, non toglie bellezza al vivere, al contrario fa fiorire la vita.

Non temere, anche la tua barca va bene! Anche la tua zattera, il tuo guscio di noce, la tua vita va bene per fare qualcosa per gli uomini. Il peccato rimane, ma non può essere un alibi per chiudersi a Dio e al futuro. Resterai peccatore, eppure sei utile agli uomini e a Dio, guaritore d’altri anche se ferito.

Gesù dà fiducia, conforta la vita, ma poi la incalza; riempie le reti, ma poi te le fa lasciare lì. Ti impedisce di accontentarti.

«Sarai pescatore di uomini» vuol dire: invece che pesci, invece che cose, ti regalerò persone; sarai ricco di incontri che riempiranno la tua vita; e poi: cercherai uomini, li raccoglierai da quel fondo dove credono di vivere e non vivono; mostrerai loro che sono fatti per un altro respiro, un altro cielo, un’altra vita! Li raccoglierai per la vita.

E il miracolo del lago non sono le barche riempite di pesci, non sono le barche abbandonate ancora cariche di quel piccolo tesoro, il miracolo grande è Gesù che non si lascia impressionare dai miei difetti, non è deluso di me, non ha paura dei miei peccati, ma mi ripete: tu puoi fare qualcosa di bello, di grande per gli uomini e per me.

«Lasciarono tutto e lo seguirono». Lasciano tutto, ma per avere tutto; non perché non abbiano valore le cose di ogni giorno, anzi nel mare di Dio acquistano intensità l’affetto per i figli, l’amore di coppia, la capacità di dono, di rapporti buoni, i sogni.

Ma Gesù ti fa sconfinare dal cortile di casa, dal piccolo cerchio degli affetti, a una casa grande quanto il mondo. Dalle rotte del lago alla mappa del mondo.

In questo Vangelo mi commuove come il Signore ci parla, quelle sue tre parole: ti prego, non temere, tu sarai. Delicatezza, coraggio, futuro.

Ti risolleva, dopo una notte, cento notti di fallimenti, senza aver preso niente, ma non solo per semplice consolazione. Aggiunge: prendi il largo! Alzati e cammina!

Ti offre il mondo: «Non temere, d’ora in avanti tu sarai!». D’ora in avanti qualcosa sarò, Signore, se la tua grazia farà del mio nulla qualcosa che serva a qualcuno.

Ermes Ronchi

 

(Lc 4,21-30) In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

 

Domenica scorsa la liturgia ci aveva proposto l’episodio della sinagoga di Nazaret, dove Gesù legge un passo del profeta Isaia e alla fine rivela che quelle parole si compiono “oggi”, in Lui. Gesù si presenta come colui sul quale si è posato lo Spirito del Signore, lo Spirito Santo che lo ha consacrato e lo ha mandato a compiere la missione di salvezza in favore dell’umanità. Il Vangelo di oggi (cfr Lc 4,21-30) è la prosecuzione di quel racconto e ci mostra lo stupore dei suoi concittadini nel vedere che uno del loro paese, «il figlio di Giuseppe» (v. 22), pretende di essere il Cristo, l’inviato del Padre.

Gesù, con la sua capacità di penetrare le menti e i cuori, capisce subito che cosa pensano i suoi compaesani. Essi ritengono che, essendo Lui uno di loro, debba dimostrare questa sua strana “pretesa” facendo dei miracoli lì, a Nazaret, come ha fatto nei paesi vicini (cfr v. 23). Ma Gesù non vuole e non può accettare questa logica, perché non corrisponde al piano di Dio: Dio vuole la fede, loro vogliono i miracoli, i segni; Dio vuole salvare tutti, e loro vogliono un Messia a proprio vantaggio. E per spiegare la logica di Dio, Gesù porta l’esempio di due grandi profeti antichi: Elia ed Eliseo, che Dio aveva mandato a guarire e salvare persone non ebree, di altri popoli, ma che si erano fidate della sua parola.

Di fronte a questo invito ad aprire i loro cuori alla gratuità e alla universalità della salvezza, i cittadini di Nazaret si ribellano, e addirittura assumono un atteggiamento aggressivo, che degenera al punto che «si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero sul ciglio del monte […], per gettarlo giù» (v. 29). L’ammirazione del primo istante si è mutata in un’aggressione, una ribellione contro di Lui.

E questo Vangelo ci mostra che il ministero pubblico di Gesù comincia con un rifiuto e con una minaccia di morte, paradossalmente proprio da parte dei suoi concittadini. Gesù, nel vivere la missione affidatagli dal Padre, sa bene che deve affrontare la fatica, il rifiuto, la persecuzione e la sconfitta. Un prezzo che, ieri come oggi, la profezia autentica è chiamata a pagare. Il duro rifiuto, però, non scoraggia Gesù, né arresta il cammino e la fecondità della sua azione profetica. Egli va avanti per la sua strada (cfr v. 30), confidando nell’amore del Padre.

Anche oggi, il mondo ha bisogno di vedere nei discepoli del Signore dei profeti, cioè delle persone coraggiose e perseveranti nel rispondere alla vocazione cristiana. Persone che seguono la “spinta” dello Spirito Santo, che le manda ad annunciare speranza e salvezza ai poveri e agli esclusi; persone che seguono la logica della fede e non del miracolismo; persone dedicate al servizio di tutti, senza privilegi ed esclusioni. In poche parole: persone che si aprono ad accogliere in sé stesse la volontà del Padre e si impegnano a testimoniarla fedelmente agli altri.

Preghiamo Maria Santissima, perché possiamo crescere e camminare nello stesso ardore apostolico per il Regno di Dio che animò la missione di Gesù.

Papa Francesco

(Gv 2,1-11) In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

 

È la notizia più importante. E anche più confortante. Sapere che c’era Maria. La sua presenza ci rassicura.

Noi siamo sbadati, distratti, concentrati su di noi, indifferenti. Non ci rendiamo conto del pericolo che corriamo perdendo la gioia di vivere. Per fortuna c’è lei. Che guarda oltre, dentro, che guarda con il cuore.

Presente a noi per avvisarci, soprattutto quando siamo assenti. Quando ci mancano parole che dicano qualcosa, quando sparisce la fantasia dell’amore, la pazienza, il sorriso, la fede. Quando ci accorgiamo di non saper più dire grazie.

Lei, donna autorevole perché andata più avanti nella fede, perché conosce il cuore di Dio. Anche quando ci dimentichiamo di invitarla, lei ci sarà sempre.

Abbiamo bisogno di sapere che si lascia coinvolgere nelle nostre vicende, niente di ciò che ci tocca le è estraneo.

Non sempre è festa di nozze. Ci sono gioie provvisorie che stanno spegnendosi. Dolori che non finiscono mai. Ma basta un cenno. Per essere assicurati che lei c’è. Che è entrata nei nostri guai, paure, smarrimenti, drammi, sbandamenti.

A guidarci verso il Dio delle nozze di Cana. Un Dio felice di noi.

Se non riappari tu Maria a riportare Cana nel nostro cuore, il cristianesimo sarà triste, sarà povero di quel Dio che privilegia non lo sforzo ma il dono, attento alla gioia dei suoi figli più ancora che ai loro meriti e alla loro fedeltà.

Don Donato

(Lc 1,1-4; 4,14-21) Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi
e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

 

Facci caso. Abbiamo parole per tutto ma “per parlare non ne abbiamo più”, diceva una filastrocca di Gianni Rodari. Qualche parola che ci aiuti a vivere.

Abbiamo parole contro qualcuno. Non troviamo le parole a favore del nemico. Abbiamo parole per disprezzare, ferire, avvilire. Non abbiamo parole per incoraggiare, confortare, dare speranza. Abbiamo parole per mettere a tacere l’avversario, umiliarlo, dileggiarlo. Non abbiamo parole per riconoscerne le ragioni, per dire rispetto, apprezzamento. Abbiamo parole altisonanti, e che sono tali proprio perché nascono dal vuoto, rimbombano nel vuoto e si rivolgono al vuoto.

È importante scoprire qualche parola, nascosta, trascurata, che dica qualcosa a qualcuno. Così Gesù torna nella sinagoga di Nazareth e pronuncia parole di speranza, dove l’umanità, definita povera, cieca, oppressa, prigioniera è nel sogno di Dio. Che non vuole ricondurre l’uomo ribelle all’obbedienza e sottomesso alla sua potenza, ma lo sogna felice, libero da maschere e paure.

Un Dio che si china come una madre sul figlio bisognoso che soffre. Che sogna una terra dove non ci siano poveri, schiavi, prigionieri. “Dio, il totalmente Altro da noi, entra nella storia perché la storia diventi tutt’altra da quello che è” diceva Karl Barth. Ecco perché Gesù a Nazareth dice “oggi” questa parola si è compiuta, diventa carne, vita, è nella vita dell’uomo e nella Chiesa.

Quando sulla nostra tavola abbondano parole aggressive, pungenti, offensive, taglienti, parole dure come sassi, quando ci accorgiamo di tenere ampie riserve di parole che umiliano, parole di condanna, parole che graffiano e feriscono, quello è il momento di chiedere a Lui di mettere sulla nostra bocca il linguaggio della carità. Per usare parole di «incoraggiamento».

Consapevoli che “incoraggiare” significa “dare cuore” alle persone, dare fiato e speranza a chi è avvilito. Proclamare anche noi l’anno di grazia del Signore, magari stando ai piedi delle infinite croci della terra, per portare aiuto e conforto.

Don Donato

(Lc 3,15-16.21-22) In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

 

Nessun effetto speciale. Il primo gesto pubblico di Gesù è in una cornice dimessa. Nessun clamore, fa ingresso sottovoce, senza rubare il posto a qualcuno. Fa la fila con la gente per essere battezzato. Scende, da Nazareth alle pianure della Galilea e poi ancora giù fino al Giordano. Si immerge. Accetta il limite per dirci che questo è Dio. Totalmente con noi, completamente nella nostra realtà, nella miseria che viviamo ogni giorno e che lui custodisce come la cosa più preziosa.

Gesù legge nel cuore di ogni uomo la voglia di ricominciare ed è vicino a tutti quelli che cercano di ripartire, di ritrovare la strada dopo un fallimento, di riconquistare un po’ di speranza dopo che i sogni della vita si sono spezzati, di credere ancora in Dio dopo averlo tradito, di lasciarsi perdonare da lui.

La Scrittura non ci dice nulla riguardo all’esito conclusivo di questo sforzo iniziale e delle buone intenzioni di questa folla, ma di sicuro possiamo pensare che Gesù guardi con simpatia e con affetto a questo popolo sbandato che desidera ricominciare.

È bene sapere che il Signore è con noi nelle nostre infinite ripartenze, nel nostro desiderio di tornare a lui, nonostante gli insuccessi e le sconfitte che di continuo segnano i nostri passi.

Quella voce che Gesù sente “Tu sei il mio figlio, l’amato” è una voce che combatte contro mille voci nere e rabbiose. Ma la posso ascoltare. È la voglia di ricominciare. È prima dei peccati. Sono io, sei tu. Che abbiamo voglia di vivere. Che non siamo scontenti di esserci. Che qualcuno fa sentire preziosi. Tu sei ok. È bello che tu ci sia. Tu, proprio tu.

Don Donato


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Evento

 

11 febbraio 2019
XXVII Giornata Mondiale del Malato
«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8)

 

ore 16.00
Santa Messa e
celebrazione del sacramento dell'Unzione per i malati

  

Avvisi della Settimana

 

  Gruppo "60 anni e più..."
mercoledì 13 febbraio ore 16.00
proiezione del film "C'est la vie-Prendila come viene"