Benedetta quella notte in cui i magi si muovono, perché li ha “costretti” ad alzare lo sguardo e a cercare stelle. Quello della stella - a pensarci bene - è un segno molto debole, fragilissimo. Le stelle sorgono al buio, e ci vuole molto buio per poterle vedere. Di giorno spariscono, si perdono con la luce del sole. Chi si orienta alla luce di una stella deve imparare a camminare di notte, al chiarore tenue di questi punti luminosi intensi e fragilissimi, che una nuvola può inghiottire in un istante, che un temporale improvviso può cancellare e far scomparire.

Anche il viaggio notturno dei Magi non è esente da pasticci, errori, ritardi e confusioni, e in questo ricorda molto da vicino il nostro arrancare, il nostro perderci e ritrovarci, e forse anche il nostro desiderio di non arrenderci, di ritrovare la via ogni volta in cui ci siamo, o ci scopriamo, perduti. La notte diventa il momento del cammino: un cammino tutt’altro che semplice, esposto a ogni tipo di insidia e di fatica. Eppure un cammino possibile, a patto che si possa vedere almeno una stella, o che si possa stringere tra le mani una piccola luce. O trovare qualcuno a cui attaccarsi, a cui dare la mano.

C’è un principio guida nel cammino dei Magi, una luce che esercita un’attrazione irresistibile. Per certi aspetti è più forte addirittura del chiarore del sole. «Vennero i Magi da oriente», scrive Matteo. Significa che i Magi girano le spalle all’oriente, al sole che sorge, per andare da Gesù. Camminare verso il sole che sorge è immagine forte: evoca scenari di conquista, di crescita, di pienezza. I Magi imboccano la direzione contraria, vanno verso occidente, verso il tramonto, verso ciò che deperisce e viene a mancare. Non si può comprendere perché agiscano in questo modo dissennato, lasciando la sicurezza e gli onori della loro casa. A meno di accettare l’idea di una rivelazione folgorante, di un richiamo senza appello, della scoperta di qualcosa di irresistibile. In realtà i Magi non partono grazie a una decisione, ma perché sono come stregati, afferrati da qualcosa di più grande di loro. È la chiamata alla vita. È la vocazione.

Don Donato

Vi ricordate quella poesia un po’ malinconica di Guido Gozzano, “Notte santa”, che imparavamo da piccoli in occasione della recita scolastica di Natale? Ma sì, quella che ripeteva ad ogni strofa “il campanile scocca lentamente…” le varie ore della notte, finchè Maria e Giuseppe, rattristati dal rifiuto degli albergatori, non trovano un luogo per dare alla luce Gesù!

Due giorni fa i bambini del catechismo l’hanno proposta. Io ero davanti a loro. Un classico del Natale. Il bambino che faceva Giuseppe era tutto preso dal suo ruolo e con molta serietà ha letto le parole iniziali. “Consolati Maria, nel tuo pellegrinare…” Chissà se il bambino ha capito che passano giorni in cui non aspettiamo che questo: che qualcuno ci dia consolazione, ci regali una parola che guarisca e un gesto che rassereni.

Ma anche che, quando ci accorgiamo di perdere continuamente qualcosa, di smarrirci nei progetti e nei sogni, conserviamo la capacità di consolare qualcuno, di volere un po’ di bene a chi divide con noi la fatica del pellegrinare. Un sogno? Forse.

Giuseppe ci ha creduto. Si è fidato. Perché sentiva nel fondo del cuore che quella era la cosa giusta da fare e “prese con sé Maria”.

Forse è tutto qui il cristianesimo: svegliarti e prenderti cura di qualcuno che il Signore ti affida, di ciò che vivi. Bello o brutto che sia. Quel bambino che diceva nella recita “consolati Maria…” in fondo esprimeva il bisogno che abbiamo tutti di adulti che siano padri (anche nella Chiesa), autorevoli e non certo autoritari, fianco a fianco con la gente che cammina ogni giorno.

È tempo di stare seduti ai piedi di Gesù per placare l’ansia, le paure, la fretta.

A volte per Lui non c’è posto nel nostro “albergo”. Ma per noi c’è posto nella sua vita, nel suo cuore tutte le volte che vorremmo. Per questo c’è bisogno di tacere. E dire solo grazie come possiamo, forse senza capire bene tutto, restando davanti a lui come bambini.

Auguri con il cuore.

Don Donato

Oggi, davanti ai misfatti criminali compiuti ”in nome di Dio” dai due terroristi a Parigi, si è riaperta in modo plateale la grande questione dei rapporti tra la religione e la fede. La storia dell’abbinamento di Dio con la violenza, purtroppo, è una storia tragica.

È legittimo uccidere per la propria fede? È comprensibile che due uomini non solo sentano che la propria religione li spinga a massacrare dei giornalisti, ma lo facciano giustificati da una fede trascendente?

Anche il Papa, nel suo viaggio in Albania nel settembre scorso, lo aveva ribadito: “uccidere in nome di Dio è il più grande sacrilegio!”

Dal punto di vista di un ebreo e di un cristiano, non solo non è in alcun modo lecito uccidere, ma il farlo è il maggiore peccato che possa essere compiuto contro Dio. Non a caso, il quinto comandamento lo stabilisce in modo perentorio.

Non c’è nessun nome, nella storia umana, che sia stato tanto profanato, vilipeso, bestemmiato, tanto insultato quanto il nome di Dio.

Questo non significa, a ben vedere, che i cristiani e gli ebrei non compiano atti di violenza o assassinii. Vuol dire soltanto che togliere la vita deliberatamente ad un altro essere umano certamente non è fare la volontà di Dio, è contrario alla religione ed è incompatibile con la fede personale che viene professata dal credente.

Non a caso, i vignettisti trucidati avevano preso di mira molte volte anche il Papa, e vi sono state in quel caso come in altri polemiche su polemiche. Ma nessuno si sarebbe mai sognato di portare la difesa della figura simbolo della Chiesa Cattolica a vessillo per la trasgressione di un comandamento di Dio. Sarebbe come dire che per difendere il Vicario di Cristo si assume un atteggiamento contrario alla dottrina di Cristo: un’evidente contraddizione. Dio si aspetta che sopportiamo la sofferenza e le ingiurie, non che la pratichiamo. Nel caso di un cristiano, addirittura che egli ami i suoi nemici.

Già, si dirà, ma qui non si sta parlando di cristiani o di ebrei, bensì di musulmani. E allora dobbiamo pensare che in questo caso le cose cambino?

La risposta è assolutamente no. Tanto per cominciare nella dottrina coranica Dio è, al pari del Cristianesimo e dell’Ebraismo, il Creatore del cielo e della terra. Dio è il principio e il fine di tutta la realtà, e quindi lo è di tutti gli esseri umani, non solo dei credenti. Una visione teologica che sostiene la violenza è incompatibile con le prerogative religiose che sono proprie di un Dio creatore. Inoltre, come molti Imam hanno denunciato, la gratuità disumana di questa malvagità rende l’eccidio molto più simile ad un atto demoniaco che ad un atto religioso. A prescindere da tutto il resto, quindi, avere un Dio che ti dice di uccidere significa prestare fede ad un’allucinazione fanatica e non certo assumere un rapporto con il Creatore del mondo della comune tradizione monoteistica.

Perché allora esiste il fondamentalismo religioso? E, ancor più, perché esso oggi si esprime utilizzando strumentalmente l’Islam?

Il problema è quando l’uomo travisa totalmente la religione a fini politici.

Quando, come nel caso di Al Quaida, si incita alla violenza e al martirio contro l’Occidente, spedendo aerei kamikaze contro i palazzi, e quando, come l’Isis, si fonda uno Stato islamico fondamentalista e crudele che invia suoi emissari in giro per il mondo a seminare odio e terrore, ormai non si ha più a che fare con una religione, ma con una fede politica atea e disumana.

Dio non può chiedere a nessuno di uccidere, di nessuna confessione egli sia. Ma gli uomini possono riporre la loro fede cieca e miscredente nella violenza, chiamando religione la propria follia.

Don Donato

Dopo qualche mese di stop, finalmente siamo tornati online. Il sito della Parrocchia San Pio V è di nuovo raggiungibile.

Con un nuovo indirizzo: www.sanpiov.it

Come sempre, questo sito è di tutti coloro che vogliano collaborare, con scritti, commenti, foto, video...

E prossimamente cambieremo aspetto.

Non perdiamoci di vista!

Fratello mio, sorella mia,

concediti un momento di semplicità in questi giorni, lascia che Dio ti prenda per mano e ti conduca davanti al presepe, per fare anche a te gli auguri di Natale.

Come Dio ha vissuto e vive il suo Natale?

Quello che si impone nel mistero di Natale mi sembra sia anzitutto il consegnarsi di Dio nelle mani degli uomini. Dio si mette nelle mani di Maria e Giuseppe. Dio si mette nelle mani dei pastori. In un certo senso si mette anche nelle mani dei potenti, visto che nasce a Betlemme per l’editto di un imperatore.

Dio, fatto bambino, è colui che sceglie di dipendere, di essere totalmente disponibile, esposto sia all’accoglienza che al rifiuto. Bisognerebbe sempre contemplare con stupore la strana, incredibile, incomprensibile disponibilità di Dio:

“Tu, o Signore, sei veramente un Dio completamente donato. Ti consegni sempre nelle nostre mani. È il tuo “debole” che non è cambiato da allora: sei fatto così, sei amore che si lascia fare”.

In questa arrendevolezza di Dio c’è però una ostinazione. E per capirlo prendiamo dal racconto del Vangelo di Luca un particolare: “non c’era posto per loro nell’albergo”. Che tipo di albergo fosse non ha importanza. Non è neppure il caso di immaginare insensibilità e durezza da parte degli albergatori. Perché non pensare semplicemente che non c’erano più posti disponibili per i nuovi venuti?

In forme diverse è una situazione che può presentarsi anche per noi.

Nella nostra vita, troppo occupata da interessi, attività, obiettivi, legami, non c’è posto per Gesù.

Non vuol dire che siamo contrari o che siamo cattivi. Semplicemente siamo già occupati da qualcos’altro per cui, senza alcuna cattiveria, non c’è più posto per Lui. È come se anche noi avessimo una targhetta esposta con la scritta “completo”.

E Dio cosa fa?

Qui si rivela la sua divina ostinazione. Dio si ostina a nascere. Nasce comunque. Se non nell’albergo, in una stalla.

È la legge dell’amore.

Nasce anche dentro la nostra vita congestionata e occupata. Anche se non c’è posto per lui. Nasce lo stesso.

Sceglie la parte più oscura del nostro essere, buia come una stalla, là dove si raccolgono i sentimenti disordinati, confusi, irrazionali, sui quali abbiamo paura di fissare lo sguardo. E in quella parte dimenticata del nostro essere, in quel silenzio e in quell’oscurità, Dio fa brillare una timida luce, quella della sua nascita.

Ciascuno porta dentro di sé questo Natale segreto.

È forse la ragione che ci fa trovare più uniti. Chi però di noi potrà cogliere la bellezza di questo evento?

A Betlemme si sono accorti i pastori, gente umile e povera.

Tutto a Betlemme parla di povertà: Maria, Giuseppe, la mangiatoia, i pastori…

Ma soprattutto a parlare di povertà è quel bambino: Dio nudo, bambino e vulnerabile.

Per celebrare il Natale, per capire qualcosa di ciò che significa per ciascuno di noi la nascita di Gesù, bisogna respirare l’aria pura della povertà e della semplicità.

Solo i piccoli sanno capire. È forse per questo che Gesù un giorno ha preso un bambino, lo ha messo in mezzo ai suoi amici e ha detto “se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”.

Cosa può capire del Natale chi è pieno di sé, chi si crede autosufficiente, chi vuole attirare su di sé l’attenzione, o chi ha la mente, il cuore, la casa, congestionati da tante cose?

Dio non cesserà di nascere, ma per riconoscerlo occorre uno sguardo da bambino.

E ad un bambino appena nato ci si accosta con tenerezza e dolcezza. Senza far rumore. Perché è fragile.

Ha bisogno di tutto.

Forse Dio si è innamorato del corpo dell’uomo vedendo il volto di un bambino addormentato.

Ma un bambino appena nato pone anche delle domande: cosa rappresenta per la nostra vita di adulti? La semplicità, la spontaneità, l’innocenza?

A Natale anche il bambino Gesù ci fa tenerezza, ma solleva qualche domanda: perché ci allontaniamo così spesso dalla nostra infanzia?

Se Dio è rimasto affascinato dalla piccolezza perché noi smaniamo per avere successo, potere e ne facciamo il senso ultimo del vivere?

Perché presumiamo di decidere e programmare tutto basandoci solo sulle nostre forze?

Ti auguro di riuscire a fare un po’ di silenzio, in questi giorni, per sentir cantare gli angeli (non è facile perché gli angeli hanno un canto molto delicato e basta la minima distrazione per non sentirlo) che anche a te vogliono dire: anche tu sei abitato da Dio.

È essenziale ascoltare questo annuncio, per “vivere” questo Natale, non per “sopravvivere” al Natale.

Ti stringo al cuore.

Don Donato


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 Dove fissare lo sguardo lungo il cammino della Quaresima? È semplice: sul Crocifisso.
Gesù in croce è la bussola della vita, che ci orienta al Cielo.
(Papa Francesco)

 

 

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      Convertiti e credi al VangeloLa Quaresima è un'occasione unica per fare la verità con noi stessi. Prendere coscienza che siamo dei peccatori. Cosa vuol dire? Non che abbiamo commesso dei peccati ma che siamo radicalmente dei peccatori. Un giorno un frate stupito del successo che aveva San Francesco gli chiese perché tanta gente lo seguisse. "Perché sono il più peccatore di tutti gli uomini", rispose. Possibile? Eppure non...

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