Con la Lettera apostolica in forma di Motu proprio dal titolo Aperuit illis Papa Francesco ha istituito per la Chiesa universale una domenica espressamente dedicata alla parola di Dio, «perché possa far crescere nel popolo di Dio la religiosa e assidua familiarità con le Sacre Scritture, così come l’autore sacro insegnava già nei tempi antichi: “Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica” (Dt 30,14)» (n. 15).

Si tratta di una occasione preziosa per rendere la Chiesa intera sempre più consapevole di una realtà fondamentale della sua identità: la centralità della parola di Dio. Non a caso il Concilio Vaticano II apriva il suo documento sulla divina rivelazione Dei Verbum, qualificando la Chiesa essenzialmente come la comunità di quanti si pongono «in religioso ascolto della parola di Dio» (n. 1). La Chiesa si riconosce come la comunità dei credenti in ascolto di Dio, che parla attraverso le Sacre Scritture tramandateci nel corso dei secoli dalla Tradizione. Il primato della Parola si esplica in ogni ambito della vita ecclesiale: dalla dimensione spirituale, alla cura pastorale, all’azione evangelizzatrice. Essa fonda, plasma e ispira ogni aspetto della fede personale e comunitaria.

 

 

Papa Francesco, Aperuit illis (30 settembre 2019)

lettera apostolica sulla Parola di Dio

 

Le Scritture parlano di Cristo (n. 7)

La Bibbia, pertanto, in quanto Sacra Scrittura, parla di Cristo e lo annuncia come colui che deve attraversare le sofferenze per entrare nella gloria (cfr. v. 26). Non una sola parte, ma tutte le Scritture parlano di Lui. La sua morte e risurrezione sono indecifrabili senza di esse. Per questo una delle confessioni di fede più antiche sottolinea che Cristo «morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa» (1Cor 15,3-5). Poiché le Scritture parlano di Cristo, permettono di credere che la sua morte e risurrezione non appartengono alla mitologia, ma alla storia e si trovano al centro della fede dei suoi discepoli. È profondo il vincolo tra la Sacra Scrittura e la fede dei credenti. Poiché la fede proviene dall’ascolto e l’ascolto è incentrato sulla parola di Cristo (cfr. Rm 10,17), l’invito che ne scaturisce è l’urgenza e l’importanza che i credenti devono riservare all’ascolto della Parola del Signore sia nell’azione liturgica, sia nella preghiera e riflessione personali.

 

Leggere la Scrittura nello stesso Spirito in cui è stata scritta (n. 12)

Quando la Sacra Scrittura è letta nello stesso Spirito con cui è stata scritta, permane sempre nuova. L’Antico Testamento non è mai vecchio una volta che è parte del Nuovo, perché tutto è trasformato dall’unico Spirito che lo ispira. L’intero testo sacro possiede una funzione profetica: essa non riguarda il futuro, ma l’oggi di chi si nutre di questa Parola. Gesù stesso lo afferma chiaramente all’inizio del suo ministero: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). Chi si nutre ogni giorno della parola di Dio si fa, come Gesù, contemporaneo delle persone che incontra; non è tentato di cadere in nostalgie sterili per il passato, né in utopie disincarnate verso il futuro. La Sacra Scrittura svolge la sua azione profetica anzitutto nei confronti di chi l’ascolta. Essa provoca dolcezza e amarezza. Tornano alla mente le parole del profeta Ezechiele quando, invitato dal Signore a mangiare il rotolo del libro, confida: «Fu per la mia bocca dolce come il miele» (3,3). Anche l’evangelista Giovanni sull’isola di Patmos rivive la stessa esperienza di Ezechiele di mangiare il libro, ma aggiunge qualcosa di più specifico: «In bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza» (Ap 10,10). La dolcezza della parola di Dio ci spinge a parteciparla a quanti incontriamo nella nostra vita per esprimere la certezza della speranza che essa contiene (cfr. 1Pt 3,15- 16). L’amarezza, a sua volta, è spesso offerta dal verificare quanto difficile diventi per noi doverla vivere con coerenza, o toccare con mano che essa viene rifiutata perché non ritenuta valida per dare senso alla vita. È necessario, pertanto, non assuefarsi mai alla parola di Dio, ma nutrirsi di essa per scoprire e vivere in profondità la nostra relazione con Dio e i fratelli.

 

(il testo completo della lettera della Papa)

 

 

Al catechismo ci hanno detto che i Magi erano tre. E se invece i Magi fossero stati quattro? C’è un’antica leggenda russa che ne parla.

Il quarto non è arrivato con gli altri, è rimasto indietro, sperduto chissà dove. Forse oggi è anche la sua festa, come di tutti quelli che non hanno ancora trovato.

Ce ne sono tanti, come lui, nel mondo. E anche noi abbiamo bisogno di lui, noi che qualche volta abbiamo smesso di cercare, o dichiariamo di essere arrivati. Abbiamo bisogno di imparare cosa vuol dire ripartire ogni giorno da chi è convinto di aver smarrito la strada e probabilmente è più vicino di quanto noi crediamo.

Il fatto poi che si allontanato dai suoi, non vuol dire certo che sia lontano da Colui che un giorno ha acceso la scintilla della partenza. Magari arriverà non sappiamo quando, portando doni un po’ diversi dagli altri: la fatica, l’angoscia, i ritardi, le delusioni, le stanchezze.

L’importante è che Dio sa dove trovarlo.

don Donato

L’Avvento è un viaggio. Quello di Dio nella nostra vita. Quello nostro alla ricerca di Dio. Letteralmente “viaggio” viene dal latino “viaticum”, provvista, quello che serve per il cammino. Ma provvista di cosa? Di fede anzitutto. Che San Paolo descrive in maniera stupenda: indossate le armi della luce. Dobbiamo “armarci” di senso della vita, di fede, che ci rende persone di incontro, semplici e luminose, con i nostri occhi come lampade, che non solo vedono la luce là dov’è, ma la proiettano là dove incontriamo situazioni e persone.

C’è un’indicazione preziosa di Gesù nel Vangelo: guardate i giorni di Noè. Perché cosa è successo quei giorni? Niente di speciale nella vita: “mangiavano, bevevano, prendevano moglie e marito”. Quello che fanno tutti. Appunto. Impegnati a vivere ma smarrendo lo scopo, l’obiettivo. Gesù non elenca peccati e ingiustizie, ma la vita quotidiana. Senza il tempo di capire, di essere felici. Per trovare un senso a quello che si fa. Senza sognare, accontentandosi della superficie delle cose, non di un oltre.

La vigilanza di cui parla Gesù nel Vangelo non è paura per chi ti toglie vita, Lui che è il Creatore della vita, ma capire che c’è uno scopo, ed è possibile ritrovarlo se lo hai perso, se sei stanco delle cose che fai, della vita. Nello stesso tempo e facendo le stesse cose, si può, come Noè, costruire l’arca che salva o essere travolti dal diluvio che inghiotte.

Allora il capire cosa mi aspetta nella vita non è solo una somma di cose da fare e neanche un’indagine, una “crono-logia”, un elenco delle cose che faccio, ma grazia che restituisce le cose essenziali. La provvista, appunto. Perché di niente abbiamo bisogno se non di essere noi stessi, di un domani ricco di pace, di amici su cui poggiare il cuore.

Sì ma non ci basta. Cosa farebbe Gesù con quelli che dormono? Prima di morire li ha trovati addormentati perchè erano oppressi dalla tristezza. Ha vegliato anche per loro. E non li ha umiliati. Perchè persone stanche in giro ne troviamo. Assenti dalla vita, per sofferenza dello spirito, del corpo, per scoraggiamento, per disperazione. Portano i segni della stanchezza. Gesù ci chiede di vegliare anche per quelli che dormono. Che vanno ridestati con molta dolcezza. Come ha fatto Lui. Per dire che si può avere una vita sbagliata e conservare, nonostante tutto, uno spazio di invocazione e di speranza nel cuore.

"Per me c'è solo il viaggio su strade che hanno un cuore, qualsiasi strada abbia un cuore. Là io viaggio e l'unica sfida che valga è attraversarla in tutta la sua lunghezza. Là io viaggio guardando, guardando, senza fiato" (C. Castaneda).

Don Donato

Caro Gesù Bambino,

questa è una lettera, forse un po’ insolita, di un adulto che, insieme a tanti altri, ha ricominciato a credere in Te. E, soprattutto, a “sospettare” che i doni li porti Tu e nessun altro.

L’equivoco è che ho legato l’idea di dono a quella di acquisto. Ho collegato il regalo al portafogli. Apparentemente, sono diventato realista. Di fatto, ho perso il senso del dono.

E la mentalità comune: tutto si compra, tutti i desideri possono venire esauditi, basta avere i soldi. Oppure — e siamo a un livello superiore — tutto si conquista con lo sforzo, i sacrifici, gli affanni, e perfino con le arrampicate più spregiudicate o gli strisciamenti più vergognosi.

Adesso, finalmente, torno a rendermi conto che occorre attendere il dono. Come quando ero un bambino non ancora disincantato. Ma quanti anni sono necessari per “riuscire” fanciulli!

Soltanto il dono può cambiare la mia vita e trasformare — almeno un po’ — il mondo. Dev’essere, però, il dono che non ha nulla a che vedere col denaro. Il dono che non si acquista nei grandi magazzini o nelle boutiques eleganti. E neppure il dono che si merita “se sei stato buono” (come si usa minacciare i bambini ingenui).

No. Io attendo il dono proprio perché non sono stato buono, talvolta decisamente cattivo. Perché non ho ottenuto la promozione, né sul piano umano, né su quello cristiano. Perché non riesco ad essere, semplicemente, “una brava persona”. Perché non ce l’ho fatta finora, e penso non potrò mai farcela.

Mi ci sono voluti tanti anni per sospettare, anzi maturare la certezza che i doni li porti Tu e nessun altro. Gli altri li pagano e li fanno pagare, in tanti modi, alcuni anche molto sottili e perfidi. Talvolta perfino se li riprendono. E, comunque, sono doni inconsistenti, spesso inutili, ingombranti.

La pace, la gioia, la buona volontà, la fraternità e la giustizia fra gli uomini, li aspetto unicamente da Te, perché non possono venire da nessun altra parte. Né li possiamo produrre noi, anche se ci vuole pur sempre il nostro apporto.

Caro Gesù Bambino, fatte queste premesse, passo ad esprimerti i desideri per me e la gente con cui cammino. Non ti chiedo giocattoli. Vorrei ritrovare, piuttosto, la voglia di giocare, e relativa spensieratezza. E, insieme, recuperare l’ingenuità, la fiducia, la speranza, la spontaneità, la poesia, il canto, lo stupore, il riso, la naturalezza. Ritrovare il gusto della gratuità. Riscoprire la gioia di ciò che si fa “per niente”.

Naturalmente la lista risulta forzatamente incompleta, per cui Ti autorizzo a leggere nel profondo del mio animo e interpretare i desideri, i sogni, le aspirzioni più autentiche, di cui neppure io sono cosciente. I doni più necessari, spesso, sono proprio quelli inattesi, e di cui non si avverte nemmeno il bisogno.

Mi puoi accontentare, dal momento che sono sin­ceramente convinto di non meritarmelo?

Natale è, precisamente, un attendere, con trepidazione, il dono. Intuire che è il dono che ci salva.

E sfortunati quelli che tengono le mani occupate a estrarre il portafogli e contare le banconote...

Caro Gesù Bambino, voglio anche farti una promessa. Che però non riguarda — voglio essere sincero e mettere subito in chiaro la faccenda - il giorno di Natale.

Tutti buoni, certo, il giorno di Natale, ma anche più tesi e pensierosi. Sono gli altri giorni dell’anno che risultano scoperti.

A Natale, normalmente, si consuma tutto in un giorno. Nei giorni successivi si fa tirare la cinghia... all’anima.

Io non ho alcuna intenzione di essere buono a Natale, di addobbarmi a festa, di darmi una verniciatura religiosa.

A Natale voglio essere come sempre. Affinché Tu mi veda, mi conosca, mi incontri come sono, nella mia miseria, nella piattezza, nel grigiore del quotidiano. Quindi, non Ti prometto, come fanno i bravi bambini, di essere buono solo a Natale. Non lo desidero. E poi ci sono già troppi altri che si danno da fare in questo senso.

A Natale sarò quello di sempre.

Ma Ti prometto che comincerò il giorno dopo. Prenderò sul serio il Natale il giorno dopo.

D’altra parte, il Natale è già pieno del “tutto” che hai portato Tu, e già stracolmo del “meglio” di tutti.

Natale non è una sosta benefica, una parentesi ma un punto di rottura, di “non ritorno”, un’inquietudine seminata dentro. Il Natale non è un punto di arrivo, ma di partenza.

Dobbiamo mettercelo bene in testa. A Natale non si arriva. Piuttosto, si parte dal Natale. Per molti purtroppo, tutto finisce a Natale. Mentre tutto dovrebbe cominciare di lì.

Direi che il momento decisivo, per i pastori, come poi per i Magi, sia stato quello in cui sono “ripartiti”.

Oso dire che il Natale lo si celebra davvero soltanto quando è passata la festa Sarebbe interessante scoprire, e far scoprire agli altri, che c’è stato il Natale, non perché quel giorno stava scritto nel calendario, ma perché ci si accorge che, a partire da un certo giorno, qualcosa è cambiato nella vita di qualcuno.

Dunque, caro Gesù Bambino, non aspettarti nulla di speciale da me a Natale. D’altra parte a Natale hai già fatto Tu il massimo. E sarebbe ridicolo se presumessi di aggiungervi qualcosa.

A Natale mi limiterò a stare a vedere, a sorprendermi. A Natale attenderò con trepidazione la grande scadenza: il giorno dopo. Per vedere che cosa succede. È il giorno seguente, infatti, che dovrò accorgermi e magari, chissà, anche qualcuno accanto a me - che c’è stato il Natale.

Caro Gesù Bambino, fa’ che non manchi l’appuntamento decisivo del giorno seguente. Un tempo diverso, una storia, anche personale, diversa. La vita è questo muoverci con fiducia verso ciò che sta per accadere.

Tu non sei venuto in terra perché gli uomini celebrassero il Natale e si sentissero buoni a Natale, ma perché celebrassero e diventassero almeno un po’ più buoni... gli altri giorni.

Don Donato

Mi ha sempre colpito, venendo a san Pio V, la semplice e intensa devozione della gente per la Madonna del Riposo. Anche dopo trasferimenti di quartiere o di città, chi è entrato nella “chiesetta” non ha mai dimenticato quell’immagine.

Ogni santuario ha la sua immagine della Madonna. Firenze ha l'Annunciazione, che è stata riprodotta in tutti gli angoli della città. Fatima ha la Madonna che offre il cuore ed offre la corona. Lourdes ha la Madonna che offre la corona e invita alla preghiera e alla penitenza. Siracusa ha la Madonna che presenta le sue lacrime. Loreto è la Madonna che c’introduce nella sua casa, la casa di Nazaret. E la nostra Madonna, la Madonna del Riposo, che cosa ci dice? Beh! Prima di tutto, appena entriamo nel suo santuario, troviamo una vera madre solenne, che sta nel suo trono, possente e tenera allo stesso tempo! Mi richiama sempre la frase della scrittura "come un esercito schierato a battaglia". La Madre forte. Non è una Madonna sdolcinata. È un'immagine decisa, che richiama anche ogni mamma che sa essere affettuosa e decisa. E noi veniamo qui, c'incontriamo con questa Madonna così solenne, così forte, che ha da parlare al nostro cuore con la sua stessa persona, con la sua stessa immagine.

E la prima cosa che Lei ci offre è il Bambino, che tiene in braccio. La Madonna è tutta lì, è in quel Bambino che ci offre quotidianamente. Appena si entra Lei ce lo mostra e ci dice chiaramente: «Fate tutto quello che Egli vi dirà!». È il messaggio continuo della Madonna. Una Madonna senza il Bambino in braccio non è una Madonna. In Lui c'è tutta la sua ragione di essere. Non dobbiamo mai dimenticarci che l'essenza del cristianesimo consiste nel fatto che noi crediamo formalmente che Dio è diventato Uomo. Non siamo noi che siamo andati a Dio, ma è Dio che è venuto da noi ed è diventato uomo. E per diventare uomo ha avuto bisogno di una mamma che lo partorisse. E la Madonna è Colei che ha partorito Dio. Quindi nel cristianesimo non c'è niente di più grande di Maria. Lei è al primo posto. A Lei si può andare con la sicurezza dei santi, senza mai paura di esagerare. Lei ha partorito Dio e ce lo offre. E qui ci dice: «Ascoltatelo, fate tutto quello che Egli vi dirà!»

E allora è Gesù che risponde a Lei e Le dice: «Beata tu che hai creduto! In Te si compiranno le grandi opere del Padre!». E noi siamo qui a dirglielo: «Beata tu!». Ma lei ci ripete la parola di Gesù e ci dice: «Ma più beati coloro che ascoltano la mia parola e la mettono in pratica». In questo dialogo evangelico tra noi, che veniamo a pregarla e Maria, c'è tutta la sintesi della nostra fede. Il cristianesimo è tutto nella fede e noi crediamo profondamente, veramente che Maria è la vergine fedele, Colei che c’insegna la fede. Quando veniamo qui alla chiesetta forse veniamo qui con il lucignolo fumigante o addirittura con la nostra candela spenta, con la nostra fede spenta. Che cosa veniamo a fare? Veniamo a riaccendere la nostra luce al cero di Maria e veniamo a riaccendere la nostra fede alla fede di Maria. Ecco che cosa ci ripropone immediatamente. La Chiesa è tutta in Maria e Maria è tutta nella Chiesa.

E con questi sentimenti prepariamoci alla festa dove ci sarà anche Lei, Maria, e dopo la porteremo per le strade del quartiere, come da tanti anni. Per ritornare alla vita di ogni giorno più sicuri perchè abbracciati a Lei.

Don Donato


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Foto

 

                                                            Chiesa di San Pio V, Presepe Natale 2019

“Commossi dalla gioia del dono, piccolo Bambino di Betlemme, ti chiediamo che il tuo pianto ci svegli dalla nostra indifferenza,
apra i nostri occhi davanti a chi soffre. La tua tenerezza risvegli la nostra sensibilità e ci faccia sentire invitati a riconoscerti
in tutti coloro che arrivano nelle nostre città, nelle nostre storie, nelle nostre vite." (Papa Francesco)

 

 

  • Editoriale

    • Una domenica per la Parola

      Una domenica per la ParolaCon la Lettera apostolica in forma di Motu proprio dal titolo Aperuit illis Papa Francesco ha istituito per la Chiesa universale una domenica espressamente dedicata alla parola di Dio, «perché possa far crescere nel popolo di Dio la religiosa e assidua familiarità con le Sacre Scritture, così come l’autore sacro insegnava già nei tempi antichi: “Questa parola è molto vicina a te, è nella tua...

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Evento

                                                                                                                         

I DOMENICA
DELLA PAROLA DI DIO

26 gennaio 2020
 

  

Avvisi della Settimana

  

  

18-25 gennaio: Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

 

Gruppo "Amici 60 e più..."
mercoledì 29 gennaio ore 16.00
festeggiamenti per i compleanni del mese

 

 

Il 50° di ordinazione sacerdotale di Papa Francesco:
gli auguri della comunità diocesana di Roma

 La comunità diocesana di Roma si stringe attorno al suo vescovo Papa Francesco in occasione del cinquantesimo anniversario di ordinazione presbiterale, il 13 dicembre. La ricorrenza era stata già ricordata domenica 8 dicembre con una speciale intenzione di preghiera, proclamata durante tutte le Messe in tutte le chiese della diocesi. Alla vigilia dell’anniversario stesso, il cardinale vicario Angelo De Donatis scrive un messaggio a nome di tutta la comunità diocesana.
Di seguito il testo:

La Chiesa di Roma non si dimentica di pregare per Lei Santo Padre. Per Lei sale a Dio la preghiera dei piccoli, dei bambini delle nostre comunità, che Lei benedice con affetto di Padre. Sale al Signore per Lei la preghiera dei poveri, che Lei ama in modo privilegiato; la preghiera degli anziani e dei malati, che offrono le loro sofferenze per la Chiesa. Per Lei è la preghiera dei giovani, spinti dal Suo entusiasmo missionario; e delle famiglie, chiamate a vivere la Gioia dell’Amore. Per Lei è la preghiera di tutti noi, pronti a portare il Vangelo della gioia. E la preghiera dei ministri ordinati, chiamati a camminare insieme al Suo passo per le periferie esistenziali della nostra città. Per Lei è la preghiera dei consacrati e delle consacrate, segno di speranza per la nostra Chiesa.
Per Lei, per la Chiesa e per il mondo, è tutta la nostra preghiera, come anche il ringraziamento per come ci sta portando per mano per le vie dell’uomo, “misericordiando”, con uno sguardo di amore e di tenerezza. Una preghiera quotidiana si innalza per Lei, successore di Pietro, da questa sua città. Oggi in particolare rendiamo grazie al Signore per il dono delle Sue mani consacrate cinquanta anni fa, che sono levate in alto per intercedere per noi, e che sono protese verso tutti per trasmettere amore.
Senta queste Sue mani alzate sostenute dalle nostre, ogni giorno, in ogni istante.
Auguri di cuore, Santità!

13 dicembre 2019